“I traditori”: l’opera inchiesta di Salvo Palazzolo e Gery Palazzotto sui misteri delle stragi del ’92

maggio 22, 2019

di Katya Maugeri

PALERMO – Indizi e tracce, per provare ancora una volta a dare un volto ai complici dei mafiosi rimasti senza volto. Dopo il successo de Le parole rubate, opera-inchiesta sui 57 giorni che separarono la strage di Capaci da quella di via D’Amelio, arriva una nuova opera-inchiesta sui misteri delle stragi Falcone e Borsellino.

Per una sera – quella del 23 maggio, l’anniversario della strage di Capaci – le domande di chi ha cercato prendono forma in un lungo monologo, “I traditori”, il nuovo lavoro teatrale dei giornalisti Salvo Palazzolo e Gery Palazzotto, che andrà in scena al Teatro Massimo di Palermo, interpretato da Gigi Borruso, con le musiche di Marco Betta, Diego Spitaleri e Fabio Lannino, regia di Alberto Cavallotti: si riparte dai giorni delle stragi, per arrivare fino ai giorni più bui di Palermo.

“Ventisette anni sono passati dalle bombe che hanno squarciato la terra di Palermo – racconta Salvo Palazzolo – uccidendo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Conosciamo i nomi di chi ha premuto i telecomandi delle stragi, il 23 maggio e il 19 luglio 1992, non sappiamo ancora chi ha rubato le ultime parole dei giudici che erano diventati i nemici numero uno della mafia e di chissà quali insospettabili complici dentro lo Stato”.

Perché sono scomparse anche altre parole, dopo altri delitti. L’archivio di Peppino Impastato, l’archivio del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, l’agenda del vicequestore Ninni Cassarà, l’archivio del poliziotto Nino Agostino, e tante altre parole ancora trafugate dai traditori. Sono entrati non solo sulle scene dei delitti, ma anche nelle abitazioni, negli uffici delle vittime predestinate. Perché non bastava uccidere, bisognava cancellare anche le ultime parole, le intuizioni, le scoperte.

“Da ventisette anni aspettiamo uno straccio di verità sulle stragi Capaci e Borsellino – dichiara Gery Palazzotto – già con la prima opera, “Le parole rubate”, avevamo indagato sulla scomparsa del diario di Falcone e dell’agenda rossa di Borsellino. Con “I traditori” entriamo nei ganglio dell’atroce depistaggio che ha tenuto la macchina giudiziaria ferma per decenni. E lo facciamo stipulando un patto di verità con lo spettatore: ogni fatto narrato nello spettacolo è supportato da una prova che proiettiamo su un maxi schermo”.

Dopo la bomba di Capaci, trafugarono il diario di Falcone, era dentro uno dei computer che il magistrato teneva sulla sua scrivania, al ministero della Giustizia. In via D’Amelio, portarono via invece l’agenda rossa di Borsellino. E una cosa sembra ormai è certa, i ladri di parole non erano mafiosi, ma uomini infedeli delle istituzioni.

“Gli indizi sono nelle indagini della procura di Caltanissetta – continua Palazzolo – nei processi sin qui celebrati e in quelli in corso. L’ultimo, vede imputati un dirigente di polizia, Mario Bo’, e due sottufficiali ormai in pensione, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, sono accusati di aver avuto un ruolo determinante nella costruzione del falso pentito Vincenzo Scarantino, che ha tenuto lontana la verità sulla strage di via D’Amelio per sedici anni. I giudici del Borsellino quater, che hanno processato Scarantino, scrivono che il mistero del falso pentito è intrecciato con quello dell’agenda rossa. E chiamano in causa l’allora capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera, deceduto nel 2002. Gli indizi e le tracce dei traditori sono lì, nei processi. Sono nelle domande di tanti giudici, tanti investigatori, tanti testimoni. Domande rimaste senza risposta. Ma a metterle insieme, emerge quasi un identikit dei traditori di Palermo. E a recitarle una dietro l’altra, quelle domande, è come se un cono di luce stringesse sempre più sui dettagli: e per un attimo, i traditori sembrano uscire dall’ombra che li protegge. Ventisette anni dopo, l’indagine si sposta sul palcoscenico, quello del Teatro Massimo, uno dei templi della musica lirica italiana”.

«Perché uno può fare più danno da morto che da vivo», ripeteva Totò Riina. Chissà quanto contano oggi i traditori di Palermo? E quanto pesano i segreti che hanno custodito per anni e che sono stati probabilmente viatico per inventarsi seconde o terze vite? Anche il capo dei capi Riina, il sanguinario artefice della svolta stragista di Cosa nostra morto nel novembre 2017, si faceva molte domande durante la sua detenzione, parole tutte intercettate. Forse per questo che non si perdeva un’udienza del processo Stato-mafia: perché voleva sapere chi lo aveva tradito nel gennaio 1993, facendolo finire in manette.

«Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me». Anche le parole di Riina risuoneranno sul palcoscenico del Teatro Massimo. All’ora d’aria, confidava al compagno di essere un gran criminale, autore di tutte le stragi, ma ogni volta si tirava indietro rispetto ai misteri di Palermo. Così rivendicava di aver ordinato la strage Borsellino, ma teneva a precisare: «I servizi segreti gliel’hanno presa l’agenda rossa». E gettava un’ombra sul suo amico di sempre, Bernardo Provenzano, protagonista della stagione della Trattativa. «Questo Binnu Provenzano chi è che gli dice di non fare niente? Qualcuno ci deve essere che glielo dice? Quindi tu collabori con questa gente…”. La fine della stagione delle bombe, la “trattativa Stato-mafia” raccontata da Riina.

Tracce, indizi. Per provare ancora una volta a stringere nel momento esatto in cui rubarono le prove, o soffiarono una notizia riservata, magari per organizzare un attentato. Così fece il traditore che il 19 giugno 1989 comunicò in tempo reale agli uomini della mafia che il giudice Falcone aveva appena invitato i suoi colleghi svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehmann a fare un bagno davanti alla sua villa dell’Addaura. «Menti raffinatissime orientano le azioni della mafia», commentò Falcone dopo che l’attentato fallì. Un altro indizio sui traditori, a futura memoria.

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