“Il Cacciatore”, Alessio Praticò e il rapporto emblematico dei fratelli Brusca

aprile 19, 2018

Katya Maugeri

La caccia non è ancora finita. Quella ai mafiosi, raccontata nella serie tv Il Cacciatore, diretta da Stefano Lodovichi e Davide Marengo, realizzata da Cross production per Rai fiction e ispirata a “Il cacciatore di mafiosi” del magistrato Alfonso Sabella, che ripercorre  la vera storia del magistrato in uno degli spaccati più cruenti della lotta tra lo Stato e la mafia nei primi anni ’90.

Un cast affiatato che, insieme ad una superba regia, ha contribuito al successo di uno delle più belli e intensi racconti di mafia. Episodi narrati senza filtri, crudi e reali per spiegare quanto accaduto e farlo nel modo più autentico. “È stato necessario: “Il Cacciatore” racconta un periodo storico del nostro Paese, un arco temporale ancora poco conosciuto, successivo alle stragi dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – ci spiega Alessio Praticò che nella serie interpreta Enzo Brusca – la narrazione dei fatti avviene attraverso due punti di vista e questo porta lo spettatore ad avere una visione d’insieme. Vediamo contemporaneamente il punto di vista di chi combatte il male e il punto di vista di chi lo porta avanti. E il messaggio è chiaro: perseguire il bene, sempre e a tutti i costi, è “cool”. Non esiste l’esaltazione dei “cattivi”. Quello che vediamo è gente misera, costantemente pronta a scappare e a nascondersi. Insomma, gente che paradossalmente non gode dei privilegi e delle ricchezze che ottiene attraverso il malaffare. E tutti siamo inevitabilmente e giustamente portati a tifare per chi il male lo combatte, appunto”

Ed anche i cattivi vivono di grandissime frustrazioni, come emerge in Enzo Brusca, per esempio. Antagonista del fratello Giovanni che in più occasioni si definisce “figlio di capo”, dinanzi allo sguardo spesso in ombra di Enzo, che vorrebbe assomigliarli, vorrebbe non avere paura. Puntare in alto ed avere quel coraggio e quella sicurezza delineata invece nel personaggio di Giocanni.
“L’amore – odio tra i fratelli Brusca è uno degli aspetti più emblematici e interessanti del loro rapporto – racconta l’attore – e spinge il tutto ad una dimensione più “umana”. Emerge un fatto: gli esseri umani sono fallibili, inevitabilmente. Il personaggio di Enzo contiene tantissime sfumature e contraddizioni. Ma credo che tutto parta dal suo sentirsi inadeguato. Il mio lavoro sul personaggio è partito proprio da questo. Enzo si sente inadeguato con il mondo che gli sta intorno, inadeguato con quello che gli viene chiesto di fare, inadeguato con il fratello, che per lui è il modello da imitare e a cui aspirare. Questa sua inadeguatezza fa emergere una frustrazione atavica e una competizione direi inevitabile con Giovanni, che è un vincente, ormai agli occhi di tutti. Questo mi ha permesso di lavorare anche su una evoluzione e maturazione di Enzo stesso, in linea con una evoluzione della narrazione. Il rapporto tra i due fratelli muta infatti dal primo all’ultimo episodio”.

È una lente di ingrandimento, il Cacciatore, che ha permesso durante ogni episodio di chiarire ed approfondire il profilo di ogni personaggio, di ogni storia. Uno dei più noti eventi che accompagna lo spettatore, fino all’immagine agghiacciante dell’ultimo episodio, riguarda il sequestro, da parte di Giovanni Brusca Leoluca Bagarella, di Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino Di Matteo,  detto “Mezzanasca”, affiliato a Cosa nostra. Giuseppe dopo due anni di prigionia – ridotto una larva – venne strangolato e successivamente sciolto nell’acido da Enzo Brusca, Vincenzo Chiodo e Salvatore Monticciolo. “Personalmente, non so quale possa essere il vero stato d’animo di Enzo o in generale di un “cattivo” – continua Praticò – soprattutto in merito ad una vicenda delicata come quella del piccolo Giuseppe Di Matteo. È una storia triste, meritava di essere raccontata e abbiamo cercato di farlo nel migliore dei modi possibili. Quello che ci preme è che arrivi, fino in fondo, ogni singolo dettaglio della storia. E se il pubblico riesce ad entrare in empatia con la narrazione, allora possiamo dire di aver fatto bene il nostro lavoro. Una cosa importante che ripeto spesso – conclude – è che un attore non deve mai giudicare il personaggio che interpreta. Deve, invece, portare avanti il suo “modus operandi”, giusto o sbagliato che sia”.

“La pazienza fa il cacciatore” e noi aspetteremo, curiosi, il secondo capitolo della serie.

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