“Il caso Ciancio”: ripensare Catania

ottobre 6, 2018

 

 

Concetto Ferrarotto

CATANIA – Era tanti anni fa, mio padre mi tirò via per mano e uscimmo dal bar. Ma io volevo il gelato, piagnucolai. Mi disse che lo avrebbe preso altrove, lì c’era un tizio che se lo avesse visto gli avrebbe offerto un caffè e lui il caffè non voleva accettarlo da quell’uomo. Si viveva nel quartiere di S. Cristoforo in quegli anni e tutti sapevano chi fosse mafioso e chi no. La scelta non era se opporsi apertamente o tacere, un contrasto diretto era fuori discussione. La scelta era se omaggiarli o ignorarli. A distanza di anni credo che il dibattito culturale nella nostra città ruoti ancora attorno a tale questione irrisolta. Il caso Ciancio ha riaperto la ferita.

Se l’editore sia stato mafioso o comunque connivente lo sapremo dal processo, per il momento il garantismo giuridico ci impone di sospendere il giudizio. Anche perché il sequestro e la confisca dei suoi beni, delle società, del giornale e delle tv, è un provvedimento di prevenzione quindi, sul piano processuale, più simile ad un provvedimento di polizia, di natura pressoché inquisitoria, che ad una sentenza di accertamento. La prevenzione è strutturalmente fondata sul sospetto e non su piene prove.

Ma il fatto c’è, dirompente nella sua portata economica e sociale. La città è sotto choc, fatica ad accettare la caduta del suo monarca, è sconvolta dal sollevarsi del velo che copriva ed omaggiava il potere indiscusso di un solo uomo. Ne è venuto fuori uno scontro tra innocentisti e colpevolisti che si muove sulla falsariga giuridica del comunicato del Procuratore, un dibattito sbagliato perché nessuno di noi dispone di tutti gli elementi per valutare l’operato della magistratura. Lo scrittore Ottavio Cappellani, dalle pagine de La Sicilia, ha attaccato il deputato Claudio Fava e criticato la famiglia Montana, diffidando chiunque dal fare processi di piazza. Però il processo lo fa anche lui, al contrario, difendendo a tutto spiano un assetto culturale ed economico che ci ha accompagnato per mezzo secolo: il riduzionismo.

Diceva il comico Pino Caruso che noi siciliani siamo ferocemente ironici e se capita un omicidio di mafia è perché “ci fu un’ammazzatina”. Ecco, il riduzionismo funziona così, smussando le cose, spostando l’attenzione sul singolo fatto in senso stretto, evitando di allargare lo sguardo sui contorni della criminalità associativa e degli interessi economici che stanno dietro a quel fatto. La narrazione della mafia e del suo potere, prima delle grandi inchieste dei giudici di Palermo, qui in Sicilia è stata riduzionista, con l’eccezione di gente come Mauro Rostagno o Pippo Fava o Peppino Impastato che infatti hanno pagato con la vita la forza del loro racconto.

Il riduzionismo si avvicina molto e pericolosamente al negazionismo, così a Catania ancora negli anni ‘80 si poteva affermare che Santapaola era un noto imprenditore catanese, con cui altri imprenditori si sentivano legittimati a concludere affari. Eppure anni prima quell’operaio del quartiere di S. Cristoforo ne rifiutava l’offerta di un caffè. Perché sapeva, tutti sapevano.

Il problema è l’ipocrisia travestita da garantismo che ha connotato la cultura della nostra città, fino ai giorni nostri. Mi spingo oltre e affermo che con un mafioso o con un delinquente qualsiasi si potrebbe persino scegliere di farci quattro chiacchere e di frequentarlo, magari perché è spiritoso o intelligente, ma ad una condizione: che non si finga con se stessi, che si ammetta con chi abbiamo scelto di rapportarci. La finzione del negare la realtà è la vera, profonda malattia siciliana.

Ed oggi si nega ancora. Non è tanto il negare l’accusa di mafia su Ciancio, un’accusa che giustamente dovrà prima essere provata giudizialmente. Ma il negare ciò che da sempre è risaputo ed emerge indiscutibilmente dall’inchiesta: il potere prevalente di un solo uomo sulla città, cioè le trame politiche, trasversali ad ogni partito, l’assetto urbanistico condizionato dalle proprietà di quella stessa persona, lo sviluppo economico sottoposto per decenni alle esigenze ed alla visione di un solo gruppo di potere. Ormai stanco, stantio, non più adeguato ai tempi.

Forse tutto ciò non è mafia, forse non è e non sarà mai giuridicamente rilevante, però culturalmente è uno scivolare verso la mafiosità. E’ l’arrendersi all’idea di essere, chissà perché, predestinati a non poter far nulla come singoli o come collettività per cambiare, migliorarsi: con l’unica possibilità di aderire al potere di chi a torto o a ragione detiene il comando, quindi blandirlo ed omaggiarlo. Senza mai ascoltare i dubbi di quell’intuito che ci spingerebbe fuori dal bar. Senza che mai la politica anticipi la cronaca.

Perciò il provvedimento della Procura di Catania è stato devastante come i venti che improvvisi scuotono il mare di Trezza, ha divelto e spazzato via tutto quel potere, almeno per ora. La città si è scoperta orfana del suo stesso pensiero, privata dell’alibi che l’ha mantenuta bloccata per un lungo tratto del suo cammino. Il momento ha un’enorme rilievo storico, perché adesso i cittadini sono chiamati a scegliere: difendere ad oltranza la propria ipocrisia oppure ripensare Catania e progettarne in libertà un nuovo futuro.

One Comment

  1. Turi Sapienza

    ottobre 8, 2018 at 4:42 pm

    Questa mattina , nel leggere il commento fatto da Concetto Ferrarotto sul quartiere si San Cristoforo , dove mi onoro di essere nato e dove tantissime brave e oneste persone sono nate e vissute portandosi sempre dietro l’appellativo di ” persona per bene ” . A quei tempi i mafiosi – tornati dal
    ” confino ” dove BENITO MUSSOLINI li aveva relegati – si facevano strada in tutti i quartieri catanesi e non solo a San Cristoforo . A questo punto sarei curioso di conoscere quanti caffe`ha accettato il padre Ferrarotto da imprenditori edili e uomini politici , molto ma molto chiacchierati , ancora oggi dominanti nella vita siciliana e non ? In quanto a Mario Ciancio , non si sta`scoprendo l’acqua calda nel sostenere ora la sua pervicacia per gli affari . Lo zio materno Sanfilippo gli ha lasciato in eredita`un vero impero economic che lui ha saputo decuplicare con molta furbizia acquistando terreni inutilizzati da secoli con pochi spiccioli (costituisce reato conoscere in anticipo quale terreno ospitera`una determinata strada che si vestira` di palazzi e ville da li a qualche anno ? ) . Su via , Concetto Ferrarotto ( non so perche` il tuo cognome mi sa tanto di acqua potabile in tutta la procincia catanese ) , cerchiamo di essere seri nell’individuare Mario Ciancio , per l’impero che ha saputo costruire attorno a se , come mafioso . Su quali presupposti la magistratura catanese ha smosso le acque contro Ciancio ? Prego il BUON DIO di darmi ancora vita fino a quando si sapra` l’esito di tutto questo clamore fatto sbocciare artificiosamente sull’imprenditore catanese .

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