Il “caso Dacca”, azienda che chiude. Adesso va gestita l’emergenza, ma il futuro può sempre riservare nuove soluzioni

giugno 12, 2019

Saro Faraci

Chiuderà la Dacca e porterà verosimilmente i libri in Tribunale per dichiarare fallimento. La storica azienda di Acicatena, fondata dalle famiglie D’Agostino e Catalano, alla seconda generazione di imprenditori, fra i leader in Italia nella produzione e commercializzazione delle stoviglie monouso in plastica, non ce l’ha fatta più. Esce di scena per una crisi finanziaria che è stata acuita dalla recente crisi reddituale, culminata nel 2017 e protrattasi negli ultimi mesi per via di diversi fattori, tra i quali la chiusura di alcuni importanti player della distribuzione commerciale, in particolare il gruppo Abate. Quando un’azienda entra per mille motivi nella spirale dell’insolvenza, non sono più sufficienti i risultati economici a garantirle la sopravvivenza, anche se a dire il vero nell’ultimo anno la Dacca ha subito, come tante altre aziende del suo settore, il duro colpo della direttiva europea che bandisce dal 2021 la produzione di posate, piatti, bastoncini cotonati, cannucce, mescolatori per bevande e aste dei palloncini, ovvero tutti i prodotti monouso in plastica. Il divieto è esteso anche ai prodotti di plastica oxodegradabile e ai contenitori per cibo da asporto in polistirene espanso. In pratica, Dacca ha perso via via mercato anche perché per l’UE quel mercato è dichiaratamente insostenibile.

C’è stata una accelerazione dell’Unione Europea per allinearsi agli obiettivi di sostenibilità globale concordati fra tutti i Paesi all’interno di Agenda 2030. Il settore della plastica, ovviamente, è stato uno dei primi presi di mira, per via dell’impatto in termini ambientali. Per molte aziende, come la Dacca, non c’è stato tempo sufficiente per riconvertire prontamente tutte le linee produzione realizzate in decenni di attività, anche perché a quei livelli dimensionali ogni riconversione produttiva comporta ingenti investimenti (almeno pari a 6 milioni di euro) e questi ultimi richiedono consistenti risorse finanziarie a copertura. Non c’è stata nemmeno una “exit strategy” da parte del Governo italiano per agevolare la transizione delle aziende della plastica, come la Dacca, verso nuovi prodotti più eco-compatibili. In questi casi, basterebbero anche alcuni sgravi contributivi e altre misure agevolative per consentire alle aziende in difficoltà di rifiatare sul piano finanziario e studiare nel frattempo nuovi investimenti.

E così per la storica azienda catenota, fondata nel 1971, con una capillare presenza in tutta la Sicilia, negli anni cresciuta (soprattutto in Calabria, Lazio, Puglia e Sardegna) e proiettata pure all’estero, si è spalancato il baratro della crisi, aggravato dall’indebitamento bancario e dagli onerosi costi, dalla inesigibilità di alcuni crediti vantati verso grandi operatori commerciali a loro volta entrati in crisi, dalla posizione debitoria verso alcuni grandi fornitori. Non è irrilevante nemmeno il fatto che l’azienda ha subito nell’ultimo tempo un costo maggiore per l’acquisto della plastica dalle multinazionali (incidente per oltre il 60% sul costo del prodotto finito) che non è riuscita a ribaltare sulla clientela commerciale, anche perché i prezzi delle stoviglie monouso di norma vanno chiusi e contrattualizzati con i distributori molto tempo prima di altri possibili accadimenti sul mercato. Inoltre, per via della crisi di alcuni operatori della distribuzione moderna, l’azienda non ha potuto nemmeno “fare cassa” con le consuete attività promozionali (gli sconti extra) che di norma si realizzano nei punti vendita.

La liquidità è un problema che attanaglia molte imprese siciliane, specialmente nei settori più tradizionali e maturi dell’industria manifatturiera e dell’edilizia; i rigidi parametri imposti dall’Unione Europea non permettono alle banche di allargare le maglie del credito e dare un po’ di respiro finanziario alle imprese. Tra l’altro più si appesantisce la posizione di un’azienda sul piano finanziario, meno appetibile essa risulta al sistema bancario per eventuali nuove operazioni a sostegno. Sembra un paradosso, ma sono queste le ferree regole del credito. Bisognerebbe muoversi in tempo quando si avverte qualche scricchiolio sul piano finanziario, esplorando altre strade oltre quella tradizionale del ricorso alle banche. Ma le aziende non si gestiscono col senno di poi; bisogna anche saper cogliere il momento. Quando si verifica una crisi, fare analisi è facile, anche se si richiedono competenze per non cadere nei luoghi comuni. E’ sul versante delle soluzioni al problema che si misurano invece nuove competenze imprenditoriali, manageriali e anche la lungimiranza delle capacità politiche.

La crisi della Dacca ha diverse implicazioni. Innanzitutto sui 130 lavoratori, 30 dei quali già in cassa integrazione dallo scorso settembre. Si dovranno trovare presto ammortizzatori sociali per evitare che i problemi di liquidità finiscano per colpire anche le famiglie dei dipendenti, adesso senza più alcuna fonte di reddito. Qui deve per forza giocare fino in fondo il suo ruolo la politica, senza tentennamenti, recriminazioni, rimproveri perché quando entra in crisi un’azienda di una certa dimensione non sono le eventuali colpe dei proprietari che vanno cercate e crocifisse, ma bisogna trovare subito via d’uscita ai problemi che man mano si presentano. Il ruolo del Ministero per lo Sviluppo Economico potrebbe risultare cruciale al riguardo, come è sempre avvenuto per altre delicate vertenze aziendali sia in Sicilia che nel Paese.

C’è poi l’inevitabile riverbero della crisi di Dacca sui fornitori e dunque sul cosiddetto indotto. Come azienda fornitrice della distribuzione moderna, Dacca ha pagato sulla propria pelle in passato e in tempi recenti lo scotto del fallimento di grandi operatori siciliani, come Aligrup e Abate. Grazie alla pluralità di rapporti con tantissimi altri distributori non siciliani, l’azienda produttrice di stoviglie in plastica è riuscita ad attutire il contraccolpo; a differenza di aziende più piccole, fornitrici in altri settori dei grandi operatori commerciali, che invece non ce l’hanno fatta e sono state costrette ad abbassare le saracinesche, mandando a casa i propri lavoratori. Però quando un’azienda di certe dimensioni come Dacca entra in crisi, si determina una “catena di Sant’Antonio” di altre medie e piccole crisi aziendali. Anche in questo caso, la politica potrebbe studiare soluzioni intelligenti per venirne fuori, non con sostegni diretti alle imprese dell’indotto perché queste sono vietate dall’Unione Europea; piuttosto con azioni di rilancio dei territori (ad esempio i contratti di programma) per renderli più attrattivi e dunque imprenditorialmente più appetibili e virtuosi, rialimentando il circuito dei ricavi e dei flussi finanziari per le aziende operanti in quel contesto. La politica può fare sicuramente tutto questo se riesce a guardare oltre il breve termine.

C’è dunque da fronteggiare un’emergenza innanzitutto. Poi ci sarà tutto il tempo per parlare di possibile rilancio. Il rilancio infatti è sempre praticabile e non soltanto perché ciò che rimane di un fallimento potrà essere rilevato da altre aziende, concorrenti e non. Ci sono altre strade percorribili. Non è la prima volta in Sicilia che un’azienda, costretta a ricorrere alle procedure concorsuali, sia rilevata dalle stesse maestranze interne che hanno acquisito negli anni una professionalità specifica in un determinato settore. E’ successo per Cesame, per il Birrificio Messina, tanto per citare alcuni “brand” tanto noti quanto Dacca. In tali aziende, rinate con una ragione sociale diversa, gli ex dipendenti, affidatisi a figure manageriali, sono stati sostenuti da nuovi soci e, con seri piani industriali, anche dalle stesse banche; e sono ripartite. Sicuramente, la prima questione da porre sul tappeto è la riconversione e gli investimenti necessari per promuoverla. Non è escluso nemmeno che gli stessi fondatori di Dacca, da sempre legati al loro territorio di origine, trovino nuove risorse e nuovi soci per fare qualcosa di nuovo e adesso più eco-compatibile.

Ci vorrà tempo, ma non è detto che ciò non avvenga. La Speranza, in questi casi, deve essere la prima a nascere, ma l’ultima a morire.

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