Il diritto a stare in silenzio

Il diritto a stare in silenzio

di Erica Donzella
editor e scrittrice

1952. John Cage compone 4’33’’. Una composizione in tre movimenti, in cui a regnare è il silenzio. John Cage pensò bene che la vera musica fosse data dai suoni prodotti dall’ambiente e che non avesse bisogno di essere interrotta da nessuna nota suonata. Quattro minuti e trentratré secondi di silenzio, o quasi. Perché ciò che ci circonda fa già abbastanza rumore.
Invoco i miei 4’33’’ da giorni, forse mesi. In questo frastuono di notifiche, bollettini, interpretazioni, dati, curve, schemi in cui mi sono immersa tentando di trovare una soluzione personale al problema (inutile nominarlo, ne siamo invasi fino allo sfinimento psichico e fisico), l’unica partitura che ho deciso di leggere è quella del nulla, che basta già di per sé a essere tutto. E ne ho diritto. Ogni essere umano, al momento, ne ha diritto, e ha bisogno di rivendicare questo spazio bianco dove potersi ritirare senza bisogno di giustificarsi, in nessun modo. Nostalgia, tristezza, paura e rabbia vengono osteggiate continuamente da una narrazione che ci vuole sorridenti e produttivi: a qualsiasi costo. Perché?

Perché il moderno evolversi dell’essere umano ha indicato un’unica strada verso l’accumulo forzato (e innaturale) di momenti di felicità condivisa. Tutto ciò che non rientra nella routine motivazionale e positivista viene scalciato, osteggiato, e non vi è alcun
interesse a comprenderlo. Non è la solitudine il problema più grande, è il lasciarla decantare come una malattia interiore, senza capire che abbiamo anche bisogno di rannicchiarci in un angolo, senza qualcuno che venga a dirci: “Dai, la vita è meravigliosa!”.

C’è una pandemia mondiale eppure dobbiamo essere pronti a essere presenti, no matter what. Produci, consuma e resta vivo. Questo è il dogma. Mentre le emozioni vengono scalzate come un pulviscolo sulla manica di una giacca, abbiamo il diritto a rallentare, il diritto a rimanere fermi se vogliamo e coprirci gli occhi con le mani senza voler discutere su ogni cosa. Senza volerci girare troppo intorno. Rimanere in vita significa anche preservare spazi di libertà interiore che hanno a che fare con cose semplici. Respirare, per esempio, mentre non sappiamo di essere in apnea e inseguiti da meccanismi che ci portano a dire qualcosa su qualsiasi cronaca. Voglio avere il diritto di non dire nulla. Almeno per 4’33’’.

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