Il lato oscuro degli Ospedali psichiatrici giudiziari. La solitudine e la vita sospesa degli internati di Barcellona Pozzo di Gotto

novembre 7, 2018

Katya Maugeri

“Il 24 dicembre 1984 iniziavo a fare il cappellano dell’ospedale giudiziario psichiatrico di Barcellona Pozzo di Gotto. Dinanzi a me un disagio imbarazzante: persone completamente abbandonate a se stesse, sole. Emarginate”. Don Pippo Insana, responsabile dell’associazione “Casa di Solidarietà ed Accoglienza” ci racconta l’orrore di quel luogo, l’ultimo ospedale psichiatrico a chiudere i battenti. Parla con un tono di voce forte, imponente a tratti si interrompe, si emoziona ricordando le condizioni – disumane – che quei pazienti subivano, sulla propria pelle. Come se quella violenza emotiva, quel distacco fosse dovuto. Perché non erano uomini, lì dentro, ma pazzi.

Sono anime interrotte, le loro sono vite sospese abbandonate in un angolo e lasciate marcire, strette da ganci freddi. Eppure sono persone, sono uomini che hanno sognato una vita migliore, una cura che potesse garantire un equilibrio in quella sospensione. Lo hanno immaginato tante volte, in quel girone infernale di solitudine e sbarre.

“Vivevano nella totale solitudine in uno stato di abbandono, ci racconta. Camminavano avanti e indietro nel cortile senza avere relazione con gli altri, le uniche reazioni erano dettate dalla violenza, dall’aggressione, per qualche sigaretta o per futili motivi. Era il loro modo di ribellarsi. Vivevano nei bisogni più estremi: alcuni di loro venivano chiusi nella cella e non avevano nemmeno un lavandino e qualche volta bevevano dal “cesso”. Nessun lenzuolo, a volte, ritenuto pericoloso perché strumento utilizzato per il suicidio.

Racconta quasi sottovoce che venivano persino legati in un letto per i motivi più svariati: perché rifiutavano la terapia, tante volte perché erano stati aggressivi con i compagni o con gli operatori. Legati completamente e nudi in un letto con un buco per fare i loro bisogni. Nessuna relazione umana, solo sguardi distratti e assenti.

“Questo poteva durava giorni o addirittura delle settimane – continua – come si può rilevare dai registri dove venivano riportate queste informazioni. Dopo una serie di richieste, una insistenza la mia che non si placava, sono riuscito nel mio intento, grazie alla collaborazione dell’allora direttore uomo molto attento e preciso, ovvero andare nei reparti e parlare con loro. Non ero più il rappresentante della Chiesa che loro – pochi – andavano a trovare durante la celebrazione, ma il nostro era diventato un contatto diretto. Io entravo nella loro vita quotidiana. Erano persone dalle svariate personalità, c’era l’insufficiente mentale, l’analfabeta e chi aveva un bagaglio culturale ben strutturato, uomini che avevano vissuto una vita normale e a cui era successo un inconveniente causato dalla malattia mentale, un disturbo che accentuato dal delirio portava loro a commettere dei reati”.

E si ritrovavano a non essere dei condannati, non detenuti, ma internati, con misura di sicurezza. L’Opg, quindi, era un carcere ma per persone ritenute pericolose. “Quante ingiustizie nel sistema: un malato che era sottoposto al carcere. Un detenuto conosce la data in cui tornerà libero, l’internato no. L’internato poteva rimanere lì rinchiuso per sempre”. Il magistrato di sorveglianza poteva benissimo prolungare la detenzione, tante e tante volte. Per la pericolosità, molto spesso dettata dalla mancanza di una famiglia accogliente, o perché il dipartimento di salute mentale di appartenenza non produceva un progetto di riabilitazione, o l’impossibilità di accoglierlo in comunità, nelle residenze, farsi carico di seguirlo fuori. Scontava  così un “ergastolo bianco”. “Quello che cercavo di instaurare con loro era un contatto umano, e avveniva da entrambe le parti: molti di loro riuscivano a compiere dei servizi utili, altri invece trascorrevano giornate, mesi e anni senza fare nulla. E tutto questo portava una forte ribellione. Vivevano nel bisogno”.

Chi curava gli internati

 Non c’era il cuore e la visione del dottore Franco Basaglia che tanto lottò e si ribellò a quella vita e a favore di quelle persone che vivevano in uno stato evidente di inciviltà, disumanità e incostituzionalità. “Erano curate da un personale generalmente disattento – spiega don Insana – per cui la mia ribellione era dettata dall’atteggiamento di quei professionisti che si chiudevano in ambulatorio per giocare a carte molte ore: è questo quello che ho denunciato. Consulenti psichiatri che venivano alcune ore durante il mese, quando volevano loro. Con quale senso di responsabilità e umanità agivano? Già nei servizi civili troviamo tante carenze nella sanità e la chiamiamo “malasanità” figuriamoci nelle strutture totalizzanti. Quanto senso di responsabilità c’era? Per loro esisteva una lontananza emotiva persino dinanzi ai pazienti legati al letto di contenzione”. Sono descrizioni forti quelle di don Insana, ma utili per comprendere quanto sia necessario conoscere queste realtà, così lontane dalla nostra immaginazione.

Casa di solidarietà e accoglienza

L’umanità, per fortuna, è fatta di gesti concreti che vanno a sgretolare le intenzioni sterili, e don Pippo Insana a un certo punto decide di dare vita a qualcosa che possa realmente essere utile e migliorare la condizione emotiva di quei pazienti. E apre le porte di casa sua. Letteralmente. “Il mio appartamento in città diventò un luogo condiviso, nel quale i pazienti dell’Opg – durante i giorni e le ore di licenza – potevano trascorrere il loro tempo. Ero con loro: andavamo al mare, a mangiare una pizza, i miei amici diventarono i loro, riempivo le loro solitudini nei giorni in cui l’assenza dei cari poteva fare tanto rumore nelle loro vite emarginate, a volte rifiutate. Ben presto mi attrezzai, la magistratura diede autorizzazione e collaborando con gli educatori, ebbe inizio un percorso importante fatto di attività delle persone internate con l’esterno. Casa mia diventava casa loro, vivevamo insieme. Una esperienza che abbiamo cercato di portare al concreto realizzando una associazione di volontariato con la finalità di dare le dovute attenzioni gli internati e fornire loro delle opportunità. Ci siamo attrezzati e con l’autorizzazione della magistratura di sorveglianza abbiamo realizzato spettacoli musicali, gruppi, attività sportive, momenti di festa, abbiamo trascorso insieme la pasquetta al campo sportivo, organizzavamo dei giochi per loro come la corsa nei sacchi, tiro alla fune con premi semplici. Abbiamo ricreato un clima naturale, festoso. Umano.

“Erano uomini dalle vite interrotte: pastori, laureati, diplomati, persone che mediante le cure erano riuscite ad essere compensate, quindi con una profonda sensibilità, perplessità per il loro futuro, erano situazioni diverse, che meritavano delle risposte, delle soluzioni. Nuove opportunità. Molti di loro, usciti dall’Opg venivano ad abitare da noi, pranzavamo insieme, cercavano lavoro, cercando di vivere una vita “normale”. Se il delirio è ben curato, quindi la persona è compensata – questo avviene chiaramente con una buona terapia – si possono instaurare relazioni con l’esterno, se aggiunta anche l’attività socializzante e riabilitativa. Riuscire a sottrarli dal loro buio interiore, dalla loro solitudine attivando capacità lavorative – come previsto dalla legge – è quello che dovrebbe accadere in una buona sanità, i malati mentali – come è già accaduto negli anni passati – insieme alla gente “normale” sono riusciti a collaborare presso degli enti, curando il verde per esempio, o svolgendo altre piccole attività, utili per sentirsi integrati all’interno della società non più come dei matti ma come persone. È stata una lunga battaglia, ma lo abbiamo dimostrato: gli Opg potevano chiudere e i pazienti seguiti in altre strutture, chiaramente con i supporti di psichiatri. Quegli uomini, con reati più o meno gravi, potevano stare in luoghi diversi capaci di contenere la pericolosità. Insieme al comitato StopOpg siamo stati convocati più volte dal ministero della salute prima della stesura della legge 81 del 2014 che ha superato definitivamente gli Opg a sostegno di una idea che abbiamo portato avanti senza mai arrenderci. Vincendo”.

La gente fuori è prevenuta, tenta di alzare barriere per timore, perché tanta disinformazione allontana e crea muri. La malattia mentale è solo malattia che va curata secondo le normative. “Siamo riusciti a chiudere i manicomi, a dare percorsi di socializzazione e riabilitazione per i soggetti – conclude don Pippo Insana – dobbiamo far attivare le leggi nella sua pienezza, che prevedano badget di salute per i soggetti nel territorio, formazione e integrazione nel lavoro, crediamo che le persone con disagio mentale debitamente curate possano essere integrate nel territorio. A questo crediamo e per questo lottiamo”.

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