Il postino di Neruda: l’ardente pazienza delle metafore

giugno 4, 2019

Katya Maugeri

«Perché gli uomini non hanno nulla a che vedere con la semplicità o la complessità delle cose. Secondo la tua teoria, una cosa piccola che vola non dovrebbe avere un nome lungo come farfalla. Pensa che elefante ha lo stesso numero di lettere di farfalla, ed è molto più grande e non vola», concluse Neruda esausto. Con un ultimo scampolo di energia gli indicò la rotta per la caletta. Ma il postino ebbe la baldanza di dire: «Cacchio! Come mi piacerebbe essere poeta!».

Isla Negra, piccolo paesino del Cile. Pescatori, odore di salsedine, la voglia di andare oltre i limiti delle tradizioni. La necessità di superare le apparenze, oltre le parole che imprigionano termini e sentimenti.
“Il postino di Neruda” di Antonio Skármeta, pubblicato nel 1986 esprime passione e poesia già dal titolo originale “Ardiente Paciencia”, sebbene il libro verrà divulgato con il titolo “El cartero de Neruda”, ispirando nel 1994 un importante film “Il postino”, nel quale Massimo Troisi interpreterà il ruolo del protagonista e con una superba interpretazione di Philippe Noiret, nel ruolo di Pablo Neruda.

È il 1969. Mario Jiménez, giovane che non ha alcuna intenzione di seguire le orme del padre pescatore – e di tutti gli uomini del luogo – accetta un impiego provvisorio come postino, che richiede uno sforzo minimo poiché a Isla Negra, solo una persona scrive e riceve la posta: il Poeta, il Vate, Pablo Neruda. Mario, è uno dei pochi nel suo paesino di pescatori a non essere analfabeta. Lui legge e scrive, anche se lentamente. E nella sua umile casa è presente un solo testo: un libro di poesie di Neruda.

Il Poeta, inizialmente, si pone in maniera distaccata e diffidente nei confronti del giovane Mario, che – invece – vorrebbe instaurare un rapporto confidenziale, affascinato da questa figura imponente che attende notizie relative al Premio Nobel. Il loro rapporto cresce e si alimenta pian piano, e il giovane comincia ad apprendere un modo nuovo con il quale approcciarsi alla vita e alle piccole cose. Neruda comincia a parlargli di “metafore”, Mario non ne aveva mai sentito parlare prima di allora, cerca di comprenderne il significato e crearne delle proprie. Non le riesce a elaborare, ma sente la poesia – ormai – parte di sé, diventando così, un uomo atipico rispetto alla gente che frequenta e con la quale è cresciuto. Comincia a guardare ed ammirare la bellezza, la stessa nella quale ha vissuto ma con occhi diversi, con una consapevolezza mutata e maturata. Inizia a leggere le poesie del Poeta, ampliando i suoi orizzonti, ponendo a se stesso quesiti nuovi, cercando risposte. Legge e per “colpa” della poesia si innamora di una donna. Timido, impacciato, non riesce a esprimere i suoi sentimenti – nuovi e inaspettati – alla donna di cui si innamora, non riesce a tradurre i suoi pensieri in parole «Se fossi poeta, potrei dire quello che voglio», afferma. Neruda l’ha contagiato: la mente di Mario è invaso dal fascino e dal potere carismatico della poesia: versi nei quali si riconosce, in cui trova concetti e riflessioni che ha sempre percepito. Mario si innamora e dà la colpa al suo fidato don Pablo:«Poeta e compagno», disse deciso. «Lei mi ha messo in questo pasticcio, e lei deve tirarmi fuori. Lei mi ha regalato i suoi libri, mi ha insegnato a usare la lingua per qualcosa che non sia soltanto appiccicare francobolli. È sua la colpa se io mi sono innamorato». Il poeta sorride e si compiace della passione con la quale il giovane isolano parla d’amore, senza rendersene conto.

Il ragazzo non si arrende e dedica alla giovane Beatriz Gonzàles, una poesia scritta da Neruda per la sua Matilde, perché in fondo «la poesia non è di chi la scrive, ma di chi la usa», “Nuda sei azzurra come la notte a Cuba, hai rampicanti e stelle fra i capelli. Nuda sei enorme e gialla come l’estate in una chiesa d’oro”. E la conquista con quelle metafore a lui sconosciute ma delle quali non riesce più a farne a meno.

Nonostante le dure minacce della madre di Beatriz, che non crede assolutamente nell’autenticità della poesia – piuttosto considera le parole un inganno – i due ragazzi si amano. Neruda sarà il loro testimone di nozze e al bimbo che nasce, Mario dà il nome di Pablito.

La storia cilena fa da sfondo al romanzo, anni turbolenti raccontati da Skarmeta con maestrìa: Pablo Neruda è il candidato presidente del partito comunista, poi sostituito da Salvador Allende, che esce vittorioso dalle elezioni. Il Poeta è costretto a lasciare Isla Negra, perché il governo l’ha nominato ambasciatore in Francia. Da Parigi invia all’amico un registratore chiedendogli di registrare, per lui, tutti i suoni della sua isola. Mario registra il suono del mare, i versi della natura, il pianto di suo figlio. Si respira aria di salsedine, pagina dopo pagina, si toccano con mano i versi e la magia della poesia, che inebria i pensieri e le riflessioni del lettore. La situazione cilena degenera, Pinochet sale al potere con un colpo di stato uccide il presidente Allende. Il Poeta ritorna alla sua isola, ma è molto malato e sapendo di essere ormai in punto di morte, pronuncia a Mario le sue ultime parole racchiuse in una poesia.

Il postino di Neruda è un libro sull’amicizia che supera le barriere delimitate dall’età, dalla differente condizione sociale, Neruda, maestro di metafore e di orizzonti da scoprire, riesce a far emergere la consapevolezza in ciascuno di noi, di poter realizzare la “nostra” poesia. Riesce a indicare la strada da percorrere per trovare la chiave e accedere in quello spazio che molto spesso teniamo chiuso, murato, per timore di emozionarci, e perché no? Di innamoraci davvero.
Un linguaggio semplice, realistico, che conquista il lettore con i numerosi dialoghi: intrisi di pathos e ricchi di immagini sublimi. Neruda insegna a Mario la bellezza delle piccole cose, il segreto racchiuso nella semplicità, nell’essenza della poesia stessa. È evidente il legame di Skarmeta al conflitto politico che coinvolse il Cile in quegli anni, un libro che mette in luce varie realtà: l’analfabetismo dell’epoca, la povertà, il processo dittatoriale, tutto accompagnato da un filone poetico che non abbandona mai il lettore, lo lascia navigare in quel mare, su quell’isola che sembra così tanto una metafora della vita: piccola, ricca di monotonia, di tradizioni che limitano la fantasia, ma nella quale approdano inaspettatamente emozioni capaci di cambiare l’orizzonte e dal quale ammirare un nuovo panorama.

La metafora di coloro che vivono la vita, come versi di poesie ancora da scrivere e gustare perché come scrisse don Pablo, «le parole bisogna assaporarle. Bisogna lasciare che si sciolgano in bocca».

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