In prossimità, il luogo che contrasta l’indifferenza

agosto 8, 2019

di Katya Maugeri

CATANIA – Stare accanto alle persone più fragili, costruire con loro dei percorsi di recupero della dignità perduta rigenerando la speranza e aiutandoli a ricostruire la loro vita frammentata. È un metodo speciale e viene chiamato “prossimità”. «Crediamo fortemente che mettere al centro l’uomo, la famiglia, i suoi bisogni e le sue capacità sia la strada da percorrere», ci racconta Edoardo Barbarossa presidente della Fondazione Èbbene, un progetto giovane nato nel 2012 e frutto di una storia intensa, «un gruppo di persone che hanno creduto nella possibilità della singola persona, avendo la giusta dignità nel portare avanti percorsi di bene comune». Pur partendo da Catania, il progetto ha espressioni in tutte Italia, «sono altre realtà che portano avanti un disegno di bene: stare accanto – in un modo nuovo – alla gente che cerca un sostegno».

Si tratta di un processo di economia circolare, un concetto che solitamente appartiene al ciclo dei rifiuti: pensiamo a tutte quelle persone che la società emargina, scarta, colloca ai margini, e che attraverso un percorso di vicinanza, di accompagnamento diventano nuovamente protagoniste della propria vita e della società stessa. Perché ai margini di una società in evoluzione troviamo spesso ciò che, invece, inquina la nostra umanità: l’indifferenza. Il desiderio di costruire una realtà fittizia con benessere effimero e un distacco sempre più alimentato dal disinteresse. Tutto ciò che mi dà fastidio, lo devo eliminare, è un pensiero comune perché ognuno di noi tende a costruisce un mondo virtuale ben diverso da quello reale, senza confronto. Sicuramente molto più rassicurante, ma finto: “vedo solo quello che voglio vedere”.

Ma la città sente l’esigenza di tendere la mano a coloro che portano avanti progetti ambizioni e finalizzati al bene comune, «c’è bisogno anche di questo – continua Barbarossa – col tempo abbiamo avuto risultati molto grandi: solo su Catania seguiamo mille nuclei familiari presenti nelle aree più complicate della nostra città, si pensi a Librino, San Cristoforo, Cappuccini, Monte Po. Chi ha bisogno esprime le proprie necessità: il lavoro, la casa, ma dietro quel disagio espresso c’è una realtà di emergenza molto più grande. La competenza dell’operatore del centro di prossimità è quella di far emergere l’intera condizione, quella reale e concreta, e costruire scientificamente un percorso di purificazione per tutto il nucleo familiare. Diamo un aiuto di tipo alimentare, ma nel frattempo aiutiamo loro ad accedere ai servizi pubblici in cui molto spesso non riescono ad arrivare per ottenere benefici dovuti».

La Fondazione Èbbene, nei mesi scorsi ha ridato un tetto alla famiglia Pernice dopo quattro anni di disagi e sconforto. «Ci facciamo carico della ricerca e di prendere la casa in affitto» attraverso una economia circolare, ovvero loro non sono beneficiati a costo zero, «provvederanno, appena possibile, a risarcire la fondazione che non è bancaria o erogativa: fa uno sforzo verso chi si affida a noi, ma c’è un impegno da parte loro (che siano anche in servizi) per agevolare il nostro lavoro. Durante questi anni abbiamo fatto esperienze stupende: in alcuni beni che gestiamo a Catania i custodi sono delle coppie che abbiamo trovato in strada, o che vivevano nella sala d’aspetto del Canizzaro, o in un parcheggio, adesso non solo custodiscono un bene che ritengono anche loro, ma vivono serenamente prendendosi cura di quel posto».

Ecco il risultato della prossimità: continuare a mantenere vivo un legame, che continua nel tempo e non solo quando c’è bisogno. «Noi lavoriamo tantissimo con i giovani, con le scuole, loro sono attratti da ciò che ascoltano, ma la realtà quotidiana è diversa. In primis la famiglia, sempre meno stimolante. Oggi ci sono tanti adulti che non sono cresciuti e che stanno vivendo la seconda adolescenza e non riescono ad essere educatori dei figli, il rischio di una deriva esistenziale è forte. Dovremmo quindi rieducare la società, ma in che modo? «Lavorando con gli uomini in costruzione: con i bambini, con i ragazzi, spiega il presidente Barbarossa. Pensare di rieducare gli adulti è difficile, ma lavorare con loro è la prossimità. Della scuola c’è un idea di “progettificio”, dimenticando che l’obiettivo della scuola è educare».

Lavorare sulla prossimità vuol dire agire ogni giorno, nel quotidiano, «spero che i catanesi abbiano lo scatto di orgoglio, Catania la vedo sofferente in tantissimi aspetti: la gente si chiude e rinuncia a vivere la comunità, evita le esperienze di bene e impegno civile, la città ha bisogno dell’aiuto di tutti. E non è solo un problema finanziario, ma di identità. Ci spendiamo tanto per il Calcio Catania ma non ci impegniamo per una piazza, una strada affinché sia vivibile, accessibile, godibile, per queste cose non ci coinvolgiamo. Manca il senso di appartenenza, dalle piccole alle grandi cose. Tutto ruota intorno alla mia esigenza anche se questo schiaccia altri. Un modus vivendi sempre più radicato».

Il bene genera bene, non servono muri né barriere. Basterebbe prenderne coscienza, perché «questi confini che stiamo costruendo con le persone presto diventeranno muri invalicabili, un’incapacità di produrre: tutto ciò che va via perché è mancata un’equa distribuzione delle risorse, impoverisce». Un processo che porta ad essere indifferenti nei confronti delle tante persone che incontriamo per strada e che vediamo dormire sotto un ponte, chiedere l’elemosina. La povertà è una realtà che ad un certo punto ci dà persino fastidio, perché sono tante, e sono sempre di più. «Non ci rendiamo conto che sono il prodotto della nostra indifferenza».

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