Industria del petrolio in crisi se non ripartono i consumi

marzo 19, 2017

| Antonio Casa |  

MILANO – Gli scenari internazionali di mercato e le ventilate scelte politiche del nostro Parlamento mettono in subbuglio il settore dell’estrazione e raffinazione di petrolio, con conseguenti ripercussioni in Sicilia, regione in cui si produce il secondo quantitativo italiano (dopo la Basilicata) di energia da fonte fossile – un milione di tonnellate nel 2015 – e primo territorio per capacità di raffinazione (pari a 43 milioni di tonnellate, sempre nel 2015), con tre poli tradizionali e uno che si sta riconvertendo per soddisfare l’obbligo Ue sui bio carburanti. Da circa due mesi, il prezzo del greggio si mantiene in media al di sopra i 50 dollari al barile dopo circa 4 anni di depressione (non per i consumatori), con cadute fino ai 38-40 dollari. E’ l’effetto dell’accordo fra i Paesi Opec, che hanno tagliato le rispettive produzioni. Meno petrolio disponibile nel mondo intero, maggiore prezzo alla Borsa di New York, distributori di diesel e benzina più cari. Alcuni analisti, come l’italiano Leonardo Maugeri – ex Eni, ora senior associate nella prestigiosa Università Harvard di Cambridge (Massachussets, Usa) – però avvertono: i tagli alla produzione non bastano, i prezzi del petrolio sono destinati a calare se nel 2017 non si registra un’impennata della domanda. Non solo. L’aumento delle quotazioni ha suggerito ad alcuni Paesi non Opec, come gli Stati Uniti, di aumentare la produzione in quei pozzi che a prezzi bassi non sono competitivi. Conseguenza: l’accordo raggiunto non senza difficoltà fra i maggiori Paesi produttori rischia di non avere più gli effetti sperati dopo appena pochi mesi. Se questa è la notizia attesa da chi si reca a fare il pieno alla pompa, un’ipotesi del genere mette in pre allarme i bilanci delle compagnie e chi vi opera. Le società, a fronte di notevoli investimenti, danno lavoro diretto e nell’indotto, come nel caso delle raffinerie siciliane. Al netto delle innegabili ripercussioni ambientali, quando il prezzo del petrolio cala, scendono anche i margini di guadagno di chi produce e raffina. Se i margini si sottilizzano, occorre tagliare i costi. A Gela, l’Eni prosegue i lavori di riconversione della raffineria a ciclo tradizionale in green refinery. L’investimento, preventivato in circa 700 milioni, mira a intercettare parte della quota obbligatoria dei bio carburanti per autotrazione, quest’anno fissata in ambito europeo al 6,5%. Significa che in ogni litro di benzina, diesel o similari che immettiamo nei nostri mezzi di locomozione,6,5 centilitri devono provenire da impianti capaci di raffinare olio di colza o di frittura anziché il “classico” petrolio. Con questa operazione Eni ha salvato il sito produttivo di Gela, altrimenti destinato alla chiusura. Stando agli attuali consumi internazionali, infatti, più di una raffineria tradizionale in Italia è a rischio. Il messaggio contenuto già in uno studio del 2014 dell’Upi (Unione petrolifera italiana) metteva in guardia: se i consumi sarebbero rimasti così, una delle quattro raffinerie siciliane sarebbe destinata alla chiusura. La crisi in Libia e l’apertura verso committenti asiatici hanno scongiurato questo pericolo. La crescente influenza della Russia in Libia potrebbe avvantaggiare l’impianto di raffinazione che Lukoil ha rilevato pochi anni fa dalla Erg a Priolo . La commissione Ambiente del Senato, nei giorni scorsi, ha fatto felice coloro (associazioni e comuni)che non vogliono pozzi in mare e sulla terraferma, approvando un disegno di legge che impedisce le attività di esplorazione ed estrazione degli idrocarburi potenzialmente sull’intero territorio nazionale. Per molti un suicidio economico, con la rinuncia a 5-6 miliardi di entrate fiscali l’anno (150 mln nell’Isola, più 22 mln di royalties a Comuni e Regione), per gli altri la possibilità di virare in maniera massiccia verso le fonti di energia verdi e sostenibili. In Sicilia sono presenti 81 pozzi on shore e 4 piattaforme off shore, gestiti da Eni Mediterranea Idrocarburi Spa (Enimed), Edison Spa e Irminiosrl.

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