Joy, dall’orrore della mafia nigeriana a Lampedusa, il porto della speranza

agosto 22, 2019

di Katya Maugeri

«Ho visto un bambino addormentarsi e morire, lì davanti a me. Sulla barca una donna ha preso suo figlio e lo ha buttato in mare per salvarlo da quelle violenze: costanti e disumane. La disperazione, altro che speranza. Eravamo 150 persone, non ricordo tutto, ero stordita: i miei bambini di cinque mesi erano distanti, non li avevo in braccio perché ho viaggiato immersa nella benzina. Guarda qui la mia gamba, porto addosso i segni di quell’orrore». Lei è Joy ed è stanca di ripercorrere quei ricordi, «ma è necessario scriverle queste cose: la gente non fa altro che parlare senza conoscere il nostro inferno. È bene scriverle le nostre storie, non scegliamo di morire in mare per un capriccio o per conquistare terre di altri. La gente dovrebbe trascorrere un solo giorno di quelli che viviamo noi. Guardare con i loro occhi l’inferno che ci circonda per capirne l’orrore e il desiderio di fuggire via».

Joy non è più tornata a Lagos, in Nigeria. Adesso è ospite allo Sprar – sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati – di Figline (gestito dal Centro di solidarietà Il Delfino) in Calabria, un paese che non respinge l’accoglienza, «quella ben organizzata, s’intende – spiega il sindaco Fedele Adamo – stiamo vivendo un esodo biblico, un fenomeno mondiale, al di là dei pensieri politici io credo fortemente che lo Sprar sia il sistema di integrazione migliore». E lo è infatti. Mentre parliamo, io e Joy, i bambini del quartiere giocano insieme nella piazzetta ascoltando i tormentoni estivi. Nei loro sorrisi innocenti è celato il ricordo di un atroce viaggio.

«Mi aveva promesso un lavoro in Libia, un futuro migliore lontano dalla Nigeria. Lei era una signora che sembrava aver preso a cuore le mie paure. In pochissimi giorni organizza il mio viaggio: raggiungo così la Libia non trovando nulla, solo un’altra “madame”». È un’organizzazione senza scrupoli, la mafia nigeriana, che utilizza riti esoterici per schiavizzare ragazze arrivate clandestinamente soprattutto dalla Nigeria con la speranza di una vita migliore.

È tra le più potenti e organizzate a più livelli. Si sottovaluta spesso l’importanza dei loro “culti” di tipo esoterico-magico come il voodoo o ju-ju, attraverso i quali sigillano un legame spirituale per terrorizzare le vittime. Rituali, praticati con capelli, sangue e unghie, pronunciando un giuramento nelle mani di queste “maman” che inducono le ragazze a cedere a qualsiasi genere di attività, terrorizzate da quello che potrebbe accadere loro o alle famiglie. Nel gradino più basso, nella loro scala gerarchica, troviamo proprio le maman: ex prostitute che gestiscono il reclutamento delle ragazze che avviene con promesse fasulle di impieghi da colf, cameriere, lavori legali e dignitosi. Si occupano, inoltre, del loro arrivo in Europa: le addestrano, le mettono in strada. Giornate di prigionia, di minacce, di violenze, di ricatti, di paura e umiliazione. «La madame mi ha lasciata in una stanza senza mangiare né bere. Per due giorni. Non era vero niente: ad aspettarmi non c’era nessun lavoro, nessun negozio. Bugie, solo bugie».

Le ragazze nigeriane arrivano già con un debito altissimo nei confronti di quelle che si riveleranno le loro aguzzine, cifre altissime che sfiorano anche i 50mila euro. «Dovevo ridarle i soldi del viaggio, circa sei mila dollari. Mi sono rifiutata, non volevo cedere. Ero disposta a fare qualsiasi lavoro pur di saldare quel debito e ritornare a essere libera. E invece mi chiude in casa per due settimane. Prigioniera. Ripetevo che avrei cercato un lavoro per avere quei soldi, non volevo prostituirmi. Mi concede 48 ore di tempo per recuperare qualche lavoretto. Il primo giorno, insieme a un’altra ragazza che viveva la stessa situazione, eravamo sicure di poter trovare una soluzione, lavorare come commesse, per esempio. Ma quelle strade sono insediate e noi eravamo troppo ingenue e spaventate per capire, abbiamo chiesto informazioni a un ragazzo, apparentemente gentile. In realtà era un ladro. Il secondo giorno avevo trovato piccoli lavoretti in strada: manicure, treccine colorate, ma intanto la madame mi aveva venduta a un’altra maman, pagando quel debito di sei mila dollari». Sono donne che diventano oggetti in uno squallido mercato, quello dello sfruttamento sessuale, la terza attività più redditizia – secondo le Nazioni Unite – dopo le armi e la droga.

«Ero riuscita a convincerla: avrei pagato a rate il mio debito, ma senza prostituirmi. Nelle “connection house” – le case del sesso – giornalmente ci sono oltre venti, trenta uomini che sfruttano una sola ragazza. Alcune riuscivano a sostenere questi ritmi, io no. Io sognavo una vita normale, lontana da quell’orrore, in quel periodo mi sono sposata e sono rimasta incinta dei miei due gemelli. In pochi mesi ero riuscita a ripagare 5mila dollari, a quel punto ho chiesto uno sconto – alcune maman lo permettono. Lei no. Ero fisicamente esausta, mi ero cimentata in lavori pesanti, prettamente maschili e non avevo più la forza. La imploravo di lasciarmi libera, lei, invece, mi aveva già venduta a una terza madame. Debiti che si sommavano: un inferno senza fine. Un labirinto dal quale non sarei più uscita. In quel preciso istante ho deciso di scappare. Un viaggio durato quasi due anni. I miei bambini avevano cinque mesi quando siamo partiti. Un incubo. Ma come fa la gente a non capire? A giudicare puntando il dito contro? Mi trovavo dalla parte in cui fuoriusciva benzina: non sentivo bruciore, dolore, nemmeno l’odore. Non ero in me, volevo solo arrivare sana e salva insieme ai miei bambini. A Lampedusa erano in tanti ad aspettarci: numerose tende, comode sedie e tantissimi volontari con acqua per adulti e bambini. Ricordo poco perché sono stata trasferita d’urgenza in ospedale per le ustioni alle gambe».

Joy ha i segni sul corpo e sull’anima – si percepiscono anche quelli – sorride mentre taglia la crostata al limone che ha preparato, fuori i suoi bimbi giocano e si divertono con i ragazzi del quartiere.

Le loro sono storie di emarginazione, di crudeltà, come quella di Blessing fuggita da Douala per ribellarsi al volere del padre, a un futuro che altri scelgono per loro. A devastarli, durante la tratta, non è solo il mare e le violenze fisiche, ma i pregiudizi, gli stereotipi spesso diffusi dal dibattito politico che alimentano odio e la facilità di condannare donne, uomini e bambini ritenendoli estranei, non idonei e ben lontani dal concetto di umanità.

Joy guarda la sua ferita alla gamba e quando le chiedo cosa si aspetta dal futuro lontano dalla Nigeria indica i suoi figli, «da madre l’unico mio pensiero è rivolto a loro. Come ogni mamma al di là del colore e della nazionalità, il mio compito è assicurarmi che loro abbiano un futuro felice, e che un giorno possano comprendere lo sforzo che ho fatto per donargli una vita normale. Lontani dalla guerra e più vicini all’amore».

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