La Carta di Certaldo compie 25 anni. Lorenzo Camoletto, Gruppo Abele: “Riumanizziamo la strada”

novembre 6, 2019

di Katya Maugeri

«In questo vostro posto non funziona nulla, non date vestiti, non c’è cibo, la lavatrice e perfino le caffettiere sono rotte e l’acqua delle docce è sempre fredda. Però sorridete e per noi è importante. È tanto importante». È uno dei tanti uomini che vive in strada, che si è abbandonato all’alcol dopo aver perso il lavoro e che frequenta il drop-in (un centro a bassa soglia con poche regole dove chi non ha dimora può entrare senza filtri, farsi un doccia, bere un caffè, prendere una siringa pulita, riposarsi per cinque minuti o stare per tutto il tempo di apertura), «solo che oramai per carenza di risorse è aperto solo più una mattina la settimana, e nonostante questo è molto frequentato», spiega Lorenzo Camoletto educatore in progetti di prossimità all’Università della Strada del Gruppo Abele. «Questo è un episodio che racconta di come il bisogno di relazione, di non giudizio, di riconoscimento di dignità umana sia il prerequisito senza quello autostima ed auto efficacia crollano e rimane solo l’aggressività verso se stessi o verso gli altri oppure la resa o entrambe le cose».

Dalla strada si raccolgono pezzi di vita, di solitudini, di dolore e storie: è necessario non voltarsi dalla parte opposta e accoglierle «per restituire umanità a chi abita la strada e a chi della strada ha paura. Significa disinnescare sofferenze personali e collettive».

E dal 7 al 9 novembre a Firenze l’evento organizzato per ricordare i venticinque anni della Carta di Certaldo sarà un momento di riflessione che il Gruppo Abele organizza in collaborazione con Cat di Firenze e CGIL e Cnca. «Celebreremo i venticinque anni dall’incontro in cui fu redatto il documento che voleva dare una cornice al lavoro di prossimità, quello che rovesciando la logica dei servizi tradizionali invece di aspettare che il mondo e i suoi problemi arrivino agli uffici davanti alle scrivanie degli operatori, fa scendere gli operatori stessi, non invitati, fra la gente per leggere i fenomeni in modo oggettivo e in tempo reale e non descrivendoli attraverso la lente deformata della propria soglia di accesso: orari, protocolli, vincoli burocratici sono spesso ostacoli troppo alti, incompatibili con le risorse e le energie di chi vive l’emarginazione, e molto spesso anche di chi emarginato non è».

Il Gruppo Abele l’associazione nata a Torino nel 1965, fondata da don Luigi Ciotti

Da oltre cinquant’anni, l’associazione, sostiene chi vive un momento difficile, chi è emarginato dalla società cercando di accompagnarlo in un percorso personalizzato. L’emergenza droga non è mai passata nell’immaginario collettivo e nella distorsione etica ma «è diminuito l’allarme sociale – spiega Camoletto – proprio perché i pattern di consumo più “compatibile” generano molto meno microcriminalità del passato e dunque richiedono meno “controllo sociale”, è triste da affermare, ma le risposte massicce in termini di investimenti economici e umani del passato si devono anche, se non soprattutto all’allarme sociale: la richiesta implicita non era principalmente di sostegno e difesa dei consumatori “vittime risucchiate nel tunnel” ma di difesa del resto della società da loro percepiti come pericolo. Il cambiamento degli stili di consumo e l’efficacia di politiche di intervento e riduzione del danno (metadone, distribuzione del naloxone e soprattutto nuovi pattern di consumo fra i giovani) hanno diminuito fortemente l’impatto sociale del fenomeno paradossalmente diminuendo anche gli investimenti sulle risposte». Quindi un nuovo approccio, «il policonsumo è dominante rispetto a qualche generazione fa però credo che anche la consapevolezza sia maggiore. Ricordo gli amici della mia generazione per i quali spesso il consumo di eroina portava in breve tempo alla marginalità, al carcere, alla strada. Vedo molto meno queste derive nei policonsmatori di oggi».

Ma ricordiamo che ci sono sostanze psicoattive che non danno dipendenza

Ci sono dipendenze, infatti, non mediate da alcuna sostanza e lo stesso concetto di dipendenza andrebbe declinato, perché non tutte le dipendenze possono essere considerate patologiche, ecco perché «credo sia fuorviante parlare di “dipendenza da sostanze. Dico questo perché credo che il lessico, la terminologia usata spesso influenzi il giudizio e oltre a creare stigma finisca anche distorcere percezione ed interventi educativi, mi spiego: negli ultimi anni sono stati centinaia i principi attivi segnalati attraverso il sistema europeo di allarme all’Emcdda (l’osservatorio europeo istituzionalmente competente sul fenomeno) si tratta delle cosiddette Nps (New psychoactive substances), per un sistema che a malapena è in grado imbastire qualche risposta al consumo problematico di eroina e cocaina è impossibile pensare di competere con un mercato così dinamico in cui la disintermediazione globale dei market del darknet riescono a spiazzare anche i pusher tradizionali. Tuttavia questa a mio avviso è una buona notizia per gli educatori, per i genitori e per il mondo adulto in generale, perché lo costringe a recuperare il suo ruolo più autentico: quello dell’attenzione alla persona e non alla sostanza che eventualmente usa. Per un ragazzo l’allarme disorientato di un adulto di un educatore rispetto all’uso di una sostanza psicotropa può avere tre derive negative possibili nella percezione del ragazzo stesso che può pensare: si allarma per la sostanza non per me, di me non gli importa niente, se uso ho la sua attenzione/amore dunque meglio che continui ad usare, se si spaventa e ne sa meno di me quello che dovrebbe proteggermi e guidarmi che destino può mai attendermi? Inoltre si corre il rischio di focalizzare l’attenzione su una persona che magari usa una sostanza ma in modo controllato e dimenticarsi di un’altra che magari non usa nulla ma vive sofferenze notevoli. Recuperare l’attenzione alla persona significa puntare sulla relazione e osservare gli indicatori di qualità di stile di vita piuttosto che i consumi, se l’uso fosse legato ad un disagio, ignorando la sostanza e lavorando sul disagio anche l’uso si concluderebbe di conseguenza, in caso contrario anche se permanesse sarebbe un uso controllato e compatibile e dunque non allarmante». Storie, emergenze, disagi e strada sembrano capitoli dello stesso libro dal quale emerge un fortissimo bisogno di umanità.

L’incontro del 7 novembre a Firenze ha l’ambizione di aggiornare il quadro del lavoro di strada e allo stesso tempo di provare a portare l’enorme patrimonio di conoscenza della realtà e di proposta di soluzioni che solo incontrando le persone nel loro quotidiano di agio e disagio è possibile accumulare, «analizzando come il lavoro di strada impatta (spesso litigandoci) i temi della città, della comunicazione, della salute e del diritto ha vorremmo che i decisori politici stretti fra paure e slogan tanto semplicistici quanto inefficaci potessero accorgersi di noi implementare strategie di prossimità e dare cosi una chance alla verità e alla speranza”.

Perché la strada, cuore che pulsa, necessita di relazione e riumanizzazione, «anche e forse soprattutto chi la strada non la vive, che magari ne ha paura ha bisogno innanzitutto di sentirsi ascoltato, riconosciuto, non è molto diverso dalla persona emarginata da cui si sente minacciato (mentre invece è spesso lui a minacciarla senza accorgersene) ha bisogno di non sentirsi solo esattamente come l’altro». Lorenzo, cosa le ha insegnato la strada? «Che la differenza fra agio e disagio è molto sottile e spesso passa lungo confini improbabili».

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