La figlia di Totò

aprile 4, 2017

 

 

|Daniele Lo Porto|

Di Totò ho libri e  i film in vhs, ho il ricordo di un iris profumato di cioccolato che non riuscivo a mangiare tra una risata e l’altra al Cine Alfieri dove si proiettava la sua avventura con la malafemmina. Malafemmina che – a scanso di equivoci – non era una donna di strada, ma una donna che lo faceva soffrire respingendo le sue avances. Storia vera, ricordata dall’attore napoletano in una bellissima e struggente canzone. Totò non era bello, spigoloso come una marionetta di carne e ossa, ma aveva un fascino magnetico. Era un seriale tombeur de femmes e l’idea che qualcuna potesse non cadere tra le sue braccia lo tormentava. Aveva una psicologia complessa, generoso e sensibile come pochi, ma anche paranoico, soprattutto in amore. Le storie che si raccontano su di lui sono assurde, ma vere. Incredibilmente.

Su Totò si è scritto sempre tanto, ma non si potrà mai scrivere tutto. Né tantomeno ho la presunzione di poter aggiungere qualcosa di importante ora che il mito è ritornato d’attualità con le celebrazioni per il cinquantesimo della sua scomparsa. Ho ricordi visivi, ero un bambino, di un telegiornale in bianco e nero, nel salotto di casa ad Aci Castello: il balcone sul mare grigio e una folla smisurata che partecipava al funerale dell’italiano forse più amato in quegli anni, dentro lo schermo.

Tanti anni dopo ho incontrato a Valverde, un piccolo comune col nome da poesia, la figlia Liliana. Ero giovane cronista di Telecolor e Angelo Scandurra, non a caso sindaco-poeta, la invitò per inaugurare una mostra sul padre. Scandurra è personaggio noto nel mondo della letteratura e della poesia, all’epoca era un sindaco fuori dal protocollo: nella sua stanza accanto alla bandiera italiana non esponeva la foto del presidente della Repubblica, com’è giusto e doveroso fare, ma una gigantografia proprio di Totò. Se con Scandurra siamo ancora amici – a distanza di oltre trent’anni –  forse è anche per questo comune amore.
Intervistare Liliana mi emozionò, non solo per l’incredibile somiglianza (sembrava proprio il padre quando indossava abiti femminili), ma per lo smisurato amore che mostrava, una esigenza tardiva di riconquistare quel rapporto che, da ragazza, aveva troncato non sopportando la pressione della gelosia paterna.  Liliana ha dedicato la sua vita al ricordo e alla celebrazione di un uomo che, a distanza di mezzo secolo, viene ancora percepito come se fosse vivo, che continua a farci ridere e sorridere, anche in modo amaro, che fu grandissimo nella sua folle genialità, di comico e di uomo.

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