La forza dell'amore

La forza dell'amore

di Concetto Ferrarotto

Ho visto una madre, col suo bimbo in braccio, andava avanti e indietro in appena cento metri di strada cercando il sole per il piccolo. Era giovane e antica, nello sguardo la determinazione di chi è pronta a difendere la propria creatura da tutto e da tutti.  Ho visto la forza dell’amore, mi sono detto. C’è ne vorrebbe, nella confusione isterica in cui viviamo ormai da mesi. 

A leggere i commenti sui social e nella stampa c’è di tutto, dai complottisti agli apocalittici, e gli integrati, per dirla con il titolo di un vecchio libro. L’Italia non è unita, siamo molto divisi nella visione delle cose, semplicemente accettiamo o subiamo ma non è vero che ci sia un sentire comune, a parte l’unione nell’angoscia. 

Dicono che l’Italia ce la farà, mi pare poco più di uno slogan per darsi coraggio, infatti le cose buone non avvengono per semplice dichiarazione. I buoni propositi, di per sé, sono come le diete che ci ripromettiamo di cominciare ma da domani, non subito.  

L’Italia soffre anche perché era impreparata. Non dico impreparata all’epidemia, per quello non lo era nessuna nazione. Impreparata anche per la normale quotidianità, figuriamoci nello straordinario. I ponti crollavano prima e crollano ancora adesso. La corruzione c’era prima e c’è adesso. Con il vuoto di una classe dirigente mal selezionata, mal cresciuta, poche eccellenze schiacciate dai cavilli burocratici, ed un’economia che galleggiava. Quando ci si accontenta di galleggiare basta poco per affondare. Chi conosce il mare sa bene che un barca deve sempre essere pronta al peggio, anche quando il sole splende e le onde sono quiete: perché non sai mai quando arriva la tempesta o ti capita un guasto. Il capitano che si soddisfa di vedere la sua ciurma allegra e ubriaca di piaceri non è un buon capitano. 

In questi giorni di Pasqua mi è venuto in mente un passo del Vangelo che sin da piccolo mi aveva colpito, dice: “Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese” e poi “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli” (Luca 12, 35-40). Nel catechismo quelle parole risuonavano più come un ammonimento di colpa e di contrizione, ma da adulti siamo in grado di comprendere ben altro: siate pronti significa siate vivi, presenti a voi stessi, e le lucerne sono lo Spirito dell’Amore. Per essere pronti alla vita bisogna sempre tener viva la fiamma dell’Amore.

Una fiamma che nel nostro Paese si è spenta da tempo: mi pare evidente, al di là di mille dissertazioni politiche o sociologiche, che gli italiani hanno smesso di amare se stessi. Quel chiedere continua assistenza, quell’accettare una diffusa destrutturazione di ogni istituzione e meccanismo sociale e gridare gli uni contro gli altri, significa non credere più nelle proprie capacità. Il malaffare è anche questo, una dichiarazione di impotenza rispetto alla costruzione seria di un progetto. L’assenza di una vera passione. La paura di perdere. Nunzio, un bravo sindacalista di provincia, mi spiega che per indicare una nuova via bisogna uscire dal conosciuto e provare ad immaginare cosa veramente vogliamo e che tuttavia è necessaria una pre-condizione: l’Amore.

Insiste, appassionato, che per avere creatività, idee, ingegno, bisogna amare: il proprio lavoro, la propria donna, i figli, la tua terra. “Chi ama osa e si dona; chi non ama odia e ha paura”. Un pensiero bellissimo e, aggiungo, chi ama non chiede certezze, anzi supera le incertezze e riesce a costruire il nuovo, l’impensabile.

Oggi è necessario un salto esistenziale, non possiamo ancora chiedere e pretendere certezze per restare assopiti. Siamo diventati desiderosi di tutto, vogliamo avere tutto, e poiché è impossibile avere tutto, allora scegliamo il niente. Ripetiamo spesso quanto sia stata grande e valorosa la generazione di italiani che seppe risollevarsi dai disastri della guerra, non riflettiamo mai abbastanza sul fatto che quella generazione aveva in sé passione ed amore per la vita. Una religiosità dello spirito la pervadeva, anche in chi non era credente.

Erano forti quegli italiani, perché amavano e l’Amore è accoglienza ma non accondiscendenza, non è un vogliamoci bene indifferenziato, anzi: può essere conflitto, è Gesù nel Tempio che caccia via i mercanti o fa piazza pulita dei farisei, è il coraggio di lottare per i propri progetti, una lotta costruttiva, diversa dall’odio. 

In quei decenni di rinascita si ebbe anche un’eccezionalità artistica che stupì il mondo, oggi la ricordiamo con celebrazione estetica dimenticando quanto di profondo e di severo vi fosse. Non era un’arte comoda, erano pugni nello stomaco che svegliavano le coscienze.

In una scena del film 8 e ½, Marcello Mastroianni chiedeva alla bella Claudia, “tu saresti capace di scegliere una cosa, una cosa sola e di essere fedele a quella, di farla diventare la ragione della tua vita, una cosa che racconta tutto, che diventi tutto proprio perché è la tua fedeltà che la fa diventare infinita, saresti capace?” Lei gli rigirò la domanda, ma lui cambiò discorso, tra mille spiegazioni non seppe rispondere. Fu facile per Lei chiudere la faccenda con un “non sai voler bene”.

Ecco, è una domanda che ciascuno di noi può rivolgere così a se stesso, in questa Santa Pasqua: Tu, saresti capace di Amare?

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