La morte di Internet

La morte di Internet

di Erica Donzella
editor e scrittrice

Al solo pensiero i brividi si inerpicano lungo tutta la schiena, eppure è uno scenario apocalittico che immagino spesso. Cosa accadrebbe se improvvisamente Internet morisse? Caput, defunto, miliardi di connessioni disintegrate d’incanto. Ci penso quando sul mio telefono ci sono 5 chat di WhatsApp in attesa di risposta, 10 mail, e altrettante telefonate perdute che mi allertano rispetto alle 10 mail precedenti, e mi logora l’ansia quando ho la sensazione che il telefono abbia vibrato e invece non è vero. Per non parlare dell’ansia social: tra Facebook e Instagram, e l’elevata perfomatività che questi strumenti richiedono, ho come la sensazione di essere semplicemente un algoritmo perennemente connesso.

E, in effetti, lo sono. Mi terrorizza passare davanti ad un locale e, senza nemmeno esserci entrata, ricevere la notifica di Google che mi chiede: “Cosa pensi di questo posto? Vota!”, o mi magari sono semplicemente passata da una piazza famosa che qualcun altro ha geocalizzato. “Cosa ne pensi di Campo De’ Fiori? Lascia una recensione!” “Beh Google, ce stanno gabbiani che magnano spazzatura”. E nel frattempo dati personali vagano in uno spazio indefinito e invisibile, facendo la fortuna di chi li raccoglie e li riutilizza per creare servizi che acquisterò prima o poi sotto forma di “app”. Sì, lo ammetto, sto diventando una di quelle persone che si è un po’ stancata di dar conto perennemente alla tecnologia, eppure sono cosciente che senza i social e la “rete” non esisterei. Per intenderci, non esisterebbe il lavoro che faccio, e sarebbe terrificante in fondo. Eppure, ogni tanto ci spero. Che questo sistema che regge ormai le fila dell’umanità intera si sfaldi, crolli su se stesso, smetta di ammorbare la mia sanità mentale. Perché, diciamocelo, stargli dietro è davvero asfissiante, soprattutto per chi ne fa una ragione di vita. Se Internet morisse scomparirebbero influencer, piattaforme di servizi, i servizi stessi e gli utenti che li usano, si creerebbe improvvisamente un silenzio assordante nell’etere. Un Big Bang tecnologico da cui poter ripartire con calma, senza che dio Google mi geocalizzi da qualche parte nell’universo. 

Saremmo catapultati di colpo nel vuoto analogico in cui non esisteva nulla di tutto questo. Premetto che il mio non è un approccio negazionista: non nego l’utilità e il progresso a cui ha portato il digitale in generale, non nego la grande spinta evoluzionista che Internet ha generato, ad esempio, nella fruizione di contenuti liberi e che di questa opportunità ne godiamo quotidianamente tutti e tutte. È meraviglioso che questo sia avvenuto, ma non siamo ipocriti. Io sono stanca di pensare che la mia intera esistenza dipenda dall’efficienza e dalla tempestività di una risposta a un WhatsApp. Davvero. O dall’intenzione, dal tono, che posso adottare nel farlo. Vorrei che la mia emotività non corrispondesse ad ogni costo dall’uso più appropriato di una emoji. Per scrivere questo articolo in pace ho dovuto spegnere la connessione dati del mio cellulare, capite?. Ho appena sezionato una parte di silenzio, e mi sembra di respirare meglio, almeno per il tempo di questa riflessione. Se Intenet si spegnesse sarebbe l’apocalisse di un mondo iperconnesso e ricurvo sul proprio narcisismo social, ma probabilmente sarebbe anche mortale per tutto quello che la connessione regge. E allora, come facciamo ad ottenere almeno un piccolo silenzio? Forse scegliendo di non lasciarci assorbire totalmente dagli input che provengono a raffica dall’etere, pensando di non auspicare la morte del progresso, ma almeno di saperlo gestire con quel poco di intelligenza umana, e non artificiale, che ci è rimasta. Intanto, ho appena riacceso i dati del mio cellulare.

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