La paura della recidiva del cancro al centro della IV giornata nazionale della psico-oncologia

settembre 30, 2019

Luigia Carapezza
Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale, Esperto in Psico – Oncologia

Dottoressa, da quando mi hanno tolto una parte del mio polmone vivo con l’incubo che possa succedere ancora. Lo so, ho tante fisime…”

Le “fisime” di cui mi parlava il signor G. sono comprensibili e si traducono nella paura della recidiva; emozione tra le più frequenti cause di disagio emotivo nelle persone che hanno avuto una diagnosi di tumore. Spesso i pazienti mi riferiscono sensazioni simili e si stupiscono di provarle proprio quando sono liberi dalla malattia e lontani dalla fine dei trattamenti chemioterapici. È la condizione psicologica meglio nota come sindrome della spada di Damocle che affligge tutti quei pazienti preoccupati dal pensiero che la malattia possa ritornare.

E di paura della recidiva si è discusso nell’ambito degli eventi organizzati dalla Società Italiana di Psico-Oncologia (Sipo) dedicati alla quarta edizione della giornata nazionale della psico-oncologia celebrata il 27 settembre 2019. Sono stati tanti gli appuntamenti che su tutto il territorio nazionale hanno visto professionisti dall’area psicologica e oncologica riunirsi in una riflessione comune: sfidare le incertezze reattive alla paura che il tumore possa recidivare. Per l’occasione ho aderito all’iniziativa organizzata a Palermo presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico “P. Giaccone” e ho incontrato la coordinatrice della sezione SIPO Sicilia, Rossella De Luca, dirigente psicologo del Dipartimento di oncologia della stessa azienda, che mi ha raccontato il senso di questa giornata.

“Come ogni anno SIPO ci propone una tematica da affrontare su tutto il territorio nazionale e quest’anno il focus si è posto sulla paura della recidiva che non riguarda solo i pazienti in remissione o guariti dal cancro ma anche quelli in una fase più avanzata di malattia che vivono con la paura di un’ulteriore progressione. L’obiettivo è informare e sensibilizzare circa una problematica di cui si sente sempre più parlare anche in considerazione dei progressi compiuti dalla medicina che hanno permesso che la malattia oncologica diventasse sempre più cronicizzabile.”

E grazie ad armi sempre più efficaci e alla maggiore adesione ai programmi di screening, sono quasi 3 milioni e mezzo gli italiani che vivono dopo la diagnosi di cancro. Così come rilevano i dati pubblicati di recente nella nona edizione del volume “I numeri del cancro in Italia – 2019” a cura dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e dell’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM). In aumento anche la sopravvivenza: il 63% delle donne e il 54% degli uomini sono vivi a 5 anni dalla diagnosi. Almeno un paziente su quattro (quasi un milione di persone) è tornato ad avere la stessa aspettativa di vita della popolazione generale potendosi considerare guarito.

Continua la dottoressa De Luca: “L’aumento della sopravvivenza ha fatto si che l’attenzione venisse puntata non solo sulla qualità della vita, aspetto già abbastanza discusso ma anche sulla componente psicologica su come i pazienti possano riuscire a gestire la paura della recidiva che fino a un certo livello è fisiologica e può rappresentare una normale reazione all’esperienza del cancro. Di solito migliora nel tempo e in questi casi non è un problema. Lo diventa quando i pensieri relativi alla malattia si fanno ossessivi e impediscono lo svolgimento delle attività quotidiane; sono invalidanti e si perde interesse per la vita attuale pensando sempre al futuro che incombe come una minaccia. E questa forma di disagio non riguarda solo il paziente ma anche la famiglia e le persone che gli sono più vicine.” 

Come “sfidare” le incertezze dei pazienti, l’ho chiesto alla professoressa Maria Stella Epifanio del dipartimento SPPF dell’Università degli studi di Palermo, moderatrice della sessione dedicata alle prospettive future.

“Questa giornata è stata un’occasione per ripensare al tema discusso nella precedente edizione: “Il tempo delle attese in oncologia”. Ancora una volta la dimensione psicologica che accompagna tutto l’iter relativo alle cure e poi anche il periodo della survivorship, sembra intrinsecamente connessa alla dimensione del tempo psicologico. Il tempo delle attese, della sospensione della progettualità, il tempo della paura delle recidive. Credo che il lavoro dello psicologo abbia a che fare, tra le altre cose, con la possibilità di ridare spessore e spazio al momento presente. Spesso i pazienti rimangono incastrati tra un passato precedente alla diagnosi “voglio tornare a come era prima” e l’attesa  di un futuro potenzialmente catastrofico: la paura delle recidive. Allora probabilmente occorre lavorare sulla dimensione del qui e ora per valorizzare le risorse adesso disponibili allo scopo di fronteggiare, passo dopo passo, anche le avversità.”

A questa edizione hanno partecipato anche diversi medici che su più fronti hanno sostenuto gli obiettivi della giornata nazionale della psico-oncologia. A Palermo, il professore Renato Venezia, direttore dell’U.O.C. di ginecologia e ostetricia, il professore Renato Costa, direttore del reparto di medicina nucleare e il dottore Giuseppe Cicero, dirigente medico del dipartimento di oncologia; tutti afferenti all’AOUP “P. Giaccone”. Ha offerto il suo contributo anche il Professore Fulvio Giardina, presidente del Consiglio Nazionale Ordine Psicologi, che si è reso disponibile a una collaborazione all’interno dell’ordine che possa restituire specificità alla professione dello psico-oncologo. 

Giornate come questa hanno il merito di riportare l’attenzione sulle implicazioni psicologiche, emotive della malattia oncologica persino oltre il cancro quando la persona si ritiene clinicamente guarita. Prenderne atto significa condividere un messaggio universale che infonda fiducia e rassicurazione a quanti hanno una pregressa diagnosi oncologica e in atto hanno ancora paura: è normale e se la paura diventa intensa e disturba la serenità della vostra vita, siete sempre in tempo a parlarne col vostro oncologo di riferimento e richiedere il supporto di uno psico-oncologo. 

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