L’equivoco del salario minimo

settembre 11, 2019

di Concetto Ferrarotto *

Nel nostro sistema giuridico del diritto del lavoro abbiamo già il salario minimo, anzi abbiamo tanti salari minimi per quanti sono i settori di attività e le mansioni svolte. Non è vero insomma che un dipendente sotto pagato non abbia alcuna tutela: già dagli anni ’50 la giurisprudenza della Cassazione ha chiarito che l’art. 36 della Costituzione impone un trattamento retributivo che sia proporzionato all’attività svolta e comunque sufficiente ad un’esistenza “libera e dignitosa”. I giudici, nell’applicare la norma costituzionale, fanno riferimento alle retribuzioni fissate nei contratti collettivi nazionali ed utilizzano le relative tabelle come parametro per stabilire se un lavoratore abbia percepito o no un trattamento economico sufficiente. Nell’ipotesi negativa, condannano il datore di lavoro a corrispondere le differenze retributive.

Il risultato pratico è che ci ritroviamo, a differenza di altri paesi occidentali, con un sistema ben più articolato ed equo perché nei contratti collettivi stipulati dalle associazioni sindacali vengono fissate tabelle retributive diverse per ogni diversa tipologia di inquadramento dei lavoratori ed a livelli più alti corrispondono retribuzioni superiori. C’è ovviamente una differenza tra i vari settori, perché ad esempio nel settore Studi Professionali o in quello dei Giornalisti i sindacati sono riusciti storicamente a contrattare con la controparte datoriale salari mediamente più elevati rispetto a quelli del commercio, come pure nella Chimica i salari sono migliori che nella Metalmeccanica. Ma tutto ciò è normale nella dinamica delle relazioni sindacali e di mercato.

Non esiste quindi un problema di assenza di tutela normativa, vi è semmai il grosso guaio di un diffuso mancato rispetto del principio costituzionale, con assente o soltanto parziale applicazione dei contratti collettivi: situazione che costringe molti, troppi lavoratori a fare ricorso all’Autorità giudiziaria per recuperare quanto di loro diritto. Tale aspetto patologico non muterebbe con l’introduzione del salario minimo fissato per legge. Anzi, qualora si introducesse un salario minimo unico ci ritroveremmo di fronte ad un paradosso: il datore di lavoro che oggi è giustamente obbligato a pagare un funzionario direttivo con l’elevata retribuzione prevista per tale figura dai contratti collettivi, domani potrebbe limitarsi a retribuirlo con il più basso importo del salario minimo unico e sarebbe in regola. D’altra parte, un salario minimo che fosse troppo elevato, e 9 euro l’ora rischia di esserlo, spingerebbe molte attività verso il lavoro nero, più di quanto già non accada: si pensi ai servizi domestici di pulizie o di assistenza agli anziani.

La questione è meno semplicistica della narrazione ideologica che da tempo ci viene proposta. Piuttosto sarebbe urgente affrontare il vero problema salariale che è nascosto, ma neanche tanto, all’interno del cosiddetto cuneo fiscale, cioè in quella differenza tra il costo lordo del lavoro sostenuto dalle aziende ed il ben inferiore valore netto che rimane nelle tasche dei lavoratori. Va ricordato che a formare il cuneo fiscale contribuisce anche la quota di contributi previdenziali che per legge sono posti a carico dei lavoratori, mediamente il 9,18%. Ridurne la portata è incompatibile con provvedimenti pensionistici come la recente quota 100.

L’idea di un salario minimo per legge potrebbe avere una sua utilità qualora la si introducesse con un provvedimento normativo più articolato che per un verso mettesse ordine all’anomalia della contrattazione della contrattazione collettiva cioè alla stranezza di un sistema dove i contratti privati siglati dalle associazioni sindacali finiscono per avere una forza pubblica e, per altro verso, incentivasse una maggiore dinamica salariale marcando una più seria differenza tra le retribuzioni di mansioni differenti per professionalità ma anche favorendo la retribuzione premiale di produttività. Sarebbe una rivoluzione, considerato che il Paese soffre da tempo di scarsissima crescita della produttività e perché la meritocrazia, se proprio la desideriamo, deve cominciare dal basso: dal lavoro di tutti i giorni.

*avvocato

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