Le Città di Carta. Ecco dieci gesti-barriera contro le crisi pandemiche per una migliore vivibilità urbana

Le Città di Carta. Ecco dieci gesti-barriera contro le crisi pandemiche per una migliore vivibilità urbana

di Saro Faraci

Comprendere come si stanno evolvendo le città, verso dove andranno, quale vivibilità urbana siamo capaci di generare sono argomenti molto affascinanti. Si proiettano nel futuro, ma a partire dal presente che viviamo. Anzi, il “diverso presente” come lo chiamerebbe Maurizio Carta, professore di Urbanistica all’Università di Palermo, con il quale ci siamo lungamente intrattenuti sui temi della trasformazione e della rigenerazione delle nostre città. Dopo la puntata di apertura di ieri, oggi ci fermiamo a discutere sulla “città aumentata”, un tema che è fra i più nuovi e suggestivi affrontati dal professore Carta.

– In un suo libro, lei ha parlato di città “aumentata”. Cos’è esattamente una città aumentata? E tra le sue proprietà, la città “aumentata” ne ha qualcuna che può tornare utile in tempi di pandemia?  

«La sfida dell’urbanistica più responsabile ed innovativa, generativa e circolare, è quella di tornare a progettare città dinamiche e non stazionarie, circolari e non dissipative, generatrici di valori e non erosive di qualità. Città che consumino meno suolo, che diminuiscano le emissioni di gas serra, che non erodano le risorse naturali e culturali, che perseguano strategie più sensibili al contesto e guidate e attuate dalla comunità, che si prendano cura delle persone e non accentuino le diseguaglianze. Serve un salto di paradigma per rispondere alle diverse e multiformi domande che derivano dalle quattro principali sfide delle città – tutte – nel XXI secolo: l’impatto della società della conoscenza, la rimodulazione della globalizzazione delle reti e dei flussi, la lotta ai cambiamenti climatici e la circolarità del metabolismo urbano. Ho definito questo salto di paradigma “Città Aumentata” (Augmented City. A Paradigm Shift, ListLab, 2017), perché lo intendo come un amplificatore di urbanità positiva, un dispositivo spaziale/culturale/sociale/economico per incrementare, migliorandole, le funzioni urbane per una vita, sia individuale che collettiva, sia informale che istituzionale, fondata sul benessere, sull’equità, sulla sostenibilità e sulla collaborazione»

Mi pare di capire che lei voglia fare qualche proposta dirompente

«A partire dalle dieci parole chiave e dimensioni della città aumentata, voglio qui proporre dieci “gesti-barriera” – per dirla con Bruno Latour – non solo contro le ricorrenti crisi pandemiche (di cui quella da Covid-19 è solo l’ennesima manifestazione), ma contro ogni azione di un modo di vivere l’urbano che non vogliamo più accettare»

– Vediamo quali sono questi gesti-barriera.

«Il primo gesto-barriera per diventare una città aumentata è quella di essere più senziente per percepire in tempo reale i problemi degli abitanti e dell’ambiente e fornire risposte tempestive. Significa incrementare l’uso di nuove fonti di dati, parametri e strumenti cognitivi, valutativi e attuativi per un’urbanistica sempre più basata sulla conoscenza istantanea e distribuita e capace di produrre soluzioni tempestive, efficaci, solide e orientate ad uno scenario di cooperazione. Alle fonti tradizionali di dati, dobbiamo affiancare le informazioni che ormai derivano dalla varietà di sensori biologici, tecnologici, civici e umani disseminati e facilmente disponibili in open data, che, per esempio in questo momento di pandemia, ci permetterebbero di conoscere meglio la situazione è agire tempestivamente e accuratamente, senza estesi e indifferenziati lockdown.

Il secondo gesto è quella di essere una città più aperta e collaborativa attraverso l’attivazione dell’alleanza tra la dimensione civica (la partecipazione degli abitanti alle scelte) e quella tecnologica (l’uso dei gis, di applicazioni mobili e dei social network) per agire efficacemente nella società della condivisione istantanea in cui viviamo e per far atterrare questa collaborazione in nuove forme, condivise e porose, dello spazio collettivo: luoghi di aggregazione, alloggi, infrastrutture sociali e luoghi del lavoro condivisi – più fluidi e meno rigidi – e quindi attivatori di un rinnovato patto di comunità che riattivi i fattori costitutivi della vita urbana come nuovo e più performante spazio collettivo e non come somma di spazi domestici (anche questi sono da ripensare)»

I prossimi tre gesti-barriera, invece, quali sono?

«Il terzo gesto riguarda l’intelligenza, la capacità di una città di generare un ecosistema abilitante basato sull’hardware fornito dalla nuova qualità degli spazi e delle infrastrutture (alcuni dei quali già oggetto di interventi) e sul software costantemente aggiornato dalla cittadinanza attiva, ma soprattutto dotato di un nuovo “sistema operativo” costituito da un’urbanistica e da politiche urbane avanzate, capaci di rispondere alle mutate domande della contemporaneità (anche a quelle ancora implicite e non sempre espresse dalla maggioranza della popolazione). Servono nuovi strumenti di intelligenza (artificiale accoppiata a quella umana) che forniscano una risposta efficace alle diverse esigenze della comunità (elaborazione delle politiche, regolamentazione, fiscalità, servizi per la famiglia, mobilità, manutenzione degli edifici, qualità ambientale, innovazione, alloggio, gestione urbana, pianificazione dello spazio).

Le città aumentate devono tornare produttive – il quarto gesto – incentivando la rilocalizzazione delle imprese, delle manifatture tradizionali e innovative, dei makers e dei nuovi artigiani digitali all’interno di distretti urbani creativi/produttivi per stimolare, agevolare e localizzare adeguatamente il ritorno della produzione nelle città, per la ricostituzione di una indispensabile base economica delle città, dopo gli anni della euforia per la città dei servizi. Una mossa aiutata da un ritorno della fiscalità urbanistica, di una fiscalità differenziata dello spazio.

Il quinto gesto-barriera riguarda la creatività in termini di ecosistema. L’uso integrato della cultura, della comunicazione e della cooperazione (risorse primarie della creatività urbana) deve essere orientato alla costituzione e gestione di distretti culturali e creativi attorno alle iniziative di maggiore vitalità, per generare il necessario ecosistema fondato sull’identità, sulla qualità, sulla creatività e sulla reputazione come componenti strutturali della sostenibilità che ne amplifichi l’impatto e consolidi l’eredità degli eventi»

Proseguiamo con il decalogo, che è molto snello e comunque praticabile. Quali gli altri gesti-barriera?

«Una città aumentata deve attuare il gesto del riciclo, agendo, anche attraverso diverse forme di bricolage urbanistico, per rimettere in circolo la dismissione, prendendo una funzione da un contesto e immettendola in un altro per riattivarne il metabolismo, o allocando funzioni plurime che fungano da innesco della rigenerazione del dismesso. Non più luoghi che presuppongo la loro obsolescenza ma organismi urbani complessi che prevedono, fin dalla progettazione, la loro flessibilità d’uso, molteplicità di funzioni e temporalità dei cicli di vita.

L’ottavo gesto-barriera è quello della resilienza che, accettando la sfida della transizione ecologica, propone l’adattamento come dispositivo progettuale per quartieri autosufficienti capaci di combattere il cambiamento climatico, producendo e distribuendo efficacemente il valore generato dal progetto della resilienza come nuovo capitale nell’economia della transizione verso lo sviluppo decarbonizzato, previsto nei più recenti provvedimenti normativi (certificati verdi, eco-bonus, incentivi per il consumo zero di suolo, etc.).

Il nono gesto riguarda le città aumentate costiere e fluviali (numerose al Sud) per tornare ad essere fluide riconquistando l’acqua come fattore di prosperità, bellezza e nuovo spazio collettivo producendo nuove configurazioni spaziali o rinnovando l’interfaccia città-porto non come luogo-soglia ma come una interfaccia produttrice di potente identità urbana. Una mossa che aiuti a ripensare complessivamente la porosità e la permeabilità dei tessuti urbani (non più solo quelli costieri) come fattori progettuali per i progetti di rigenerazione urbana che derivano dall’acqua la loro carica di identità (aree costiere, fluviali, agricole)»

Sono gesti che richiedono coraggio e decisione, non è vero?

«Esattamente. Le città aumentate devono procedere con decisione e coraggio verso la reticolarità del loro impianto urbano, assumendo un chiaro policentrismo come orizzonte del suo futuro, anzi recuperando il fertile policentrismo dei loro quartieri differenziati, delle loro borgate identitarie, delle vocazioni storiche e delle attrattività differenziate delle loro parti. Un policentrismo reticolare è una mossa duplice, che redistribuisce le centralità in una dimensione più ampia e che ne inserisce di nuove come riequilibrio. Un policentrismo che aumenta la qualità della vita di prossimità dei diversi quartieri e potenziandone i servizi di prossimità (eliminando quella iniqua monocentralità che determina una drammatica periferizzazione del resto), ma che, al contempo, sfugge alla segregazione stimolando flussi differenziati di abitanti che animano le diverse parti, garantendo la necessaria mixité come antidoto alla ghettizzazione, temperando la gentrificazione»

– Il decimo gesto, infine?

«L’ultimo gesto-barriera è quello contro i tradizionali, onnicomprensivi e assertivi masterplan. Dobbiamo essere strategici nelle decisioni e nelle azioni, nelle procedure e nelle gestioni, assumendo l’integrazione delle componenti temporale, gestionale, collaborativa e adattiva come necessarie per rispondere alla necessità di un approccio multiscalare sempre più policentrico, metropolitano o urbano-rurale, temporalmente orientato e indirizzato all’azione entro un modello di sviluppo in grado di attivare diversi cicli vitali delle relazioni sempre più strette tra quartieri, città, metropoli, paesaggi e regioni, un modello insediativo meno finanziario e più cooperativo, più metabolico e meno occasionale, più adattivo e circolare e meno assertivo e regolativo. Soprattutto nelle nuove pratiche di rigenerazione urbana va adottato un approccio che ho definito Cityforming Protocol: un approccio incrementale che agisce per colonie creative, per consolidamenti collaborativi e per sviluppi circolari»

seconda puntata – continua

Puntate precedenti: 1

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