Le Città di Carta. Favara un modello di rigenerazione urbana, Palermo e Catania devono siglare un patto di futuro

Le Città di Carta. Favara un modello di rigenerazione urbana, Palermo e Catania devono siglare un patto di futuro

di Saro Faraci

Giunge a conclusione la lunga intervista, una piacevole e proficua chiacchierata più che altro, con Maurizio Carta, docente universitario, architetto e progettista, uno dei più autorevoli studiosi e professionisti di urbanistica in Italia, molto apprezzato anche all’estero (clicca qui per le precedenti puntate: 1, 2 e 3).  Si è discusso in precedenza di rigenerazione urbana in tempo di pandemia, di “città aumentata” e della necessità di redistribuire nello spazio pubblico scuole, musei, cinema, teatri e quant’altro viene chiuso in questo momento. Oggi parliamo di Sicilia, delle due città più importanti dell’isola e di un’esperienza di rigenerazione urbana molto interessante maturata in questi anni in un piccolo centro della nostra terra.

– Lei lavora a Palermo stabilmente, ma si muove in tutta Italia e in giro per l’Europa quando le è possibile. Cosa rende speciale la “sua” Palermo rispetto alle altre grandi città italiane ed europee?

«Amo Palermo per quanto è bella e seducente, e la odio quando spreca le sue risorse e i suoi talenti. Ne amo l’ambizione ma ne disapprovo l’arroganza. L’ho studiata a lungo, progettata molte volte – spesso con i miei studenti – e ne sono anche stato assessore. Spesso, nei miei scritti (come in Futuro. Politiche per un diverso presente, Rubbettino, 2019), la uso come sineddoche delle argomentazioni generali sulla città del futuro, come parte emergente di un tutto ancora da venire. Palermo, infatti, è una pratica in tumultuosa evoluzione di innovazione urbana, un laboratorio permanente della direzione che possono prendere le città del Sud globale per cambiare la traiettoria del presente ed ambire ad un diverso futuro basato sul valore generativo della diversità e della creatività, anche come risposta alle condizioni di crisi ricorrenti (di cui quella sanitaria è solo la più recente, ma, temo, non l’ultima) a cui l’Antropocene predatorio e convulsivo ci sottopone»

– Diamo le attenuanti generiche alla sua città. In fondo, viviamo un momento difficile per via del Covid-19.

«Oggi, in tempo di pandemia, di distanziamento, di coprifuoco, di limitazione della mobilità globale, la natura di Palermo viene messa profondamente in discussione. Palermo, infatti, è sempre stata cosmopolita, ibridando culture, accogliendo stili, arricchendo tradizioni. Nulla di quello che dal mondo è transitato per Palermo è rimasto immutato nel suo incontro con la città: le culture, le tradizioni, le architetture, le piante, la cucina, le parole e le arti si sono fatte cosmopolite esse stesse, aprendo la città ad un turbine di segni che esalta la sua pluridentità. Non vi è luogo che non sia palinsesto di identità, ipertesto narrativo di vite, grembo materno di storie. E questo essere contemporaneamente mondo e luogo, Palermo lo ha elevato a visione di futuro. Facendolo quotidianità attraverso i percorsi multiculturali delle Vie dei Tesori, sempre più interfaccia tra luoghi e culture, o attraverso le parole e i suoni del Festival delle Letterature Migranti, attraverso le decine di comunità di volontariato che si prendono cura delle fragilità, che accolgono e integrano»

–  Dunque Palermo cos’è veramente?

«Palermo è sublime contrappunto, città polifonica generata dall’abile uso di apparenti contrasti spaziali e culturali, sociali ed economici, tangibili e intangibili, estetici ed etici (non senza contrappunti fatti di criminalità e sfruttamento, ormai anch’essi cosmopoliti) che si compongo in una sedicente armonia. E gli anni bui della città, quando il rapace saccheggio delle sue qualità e identità ha prevalso, quando lo spazio è stato solo nutrimento di una vorace alleanza tra mafia e cittadinanza, sono stati proprio quelli in cui la città aveva perso il suo cosmopolitismo, la sua polifonia ridotta a spartito monotono suonato dal cemento e dall’asfalto, dal traffico e dai traffici. Per questo dobbiamo stare attenti che i nuovi anni bui, quelli del coprifuoco e del lockdown, non faccia tornare lo spazio urbano – rimasto vuoto – il nutrimento per una perversa alleanza tra fragilità e bisogno e voracità criminale, che la città (vale per tutte le città del mondo in questo tempo contagiato) non si rifuggi in una segregazione di spazi domestici, accentuando le diseguaglianze dietro il legittimo bisogno di sicurezza sanitaria»

– Qualche proposta per evitare che ritorni questa perversa alleanze fra mafia e cittadinanza?

«Non dobbiamo disperdere la ricchezza del contrappunto, ma dobbiamo anche saper trovare nuovi “accordi” per generare una nuova armonia della città. Perché, come nella musica l’accordo fra due suoni produce l’intervallo che è a sua volta un suono, anche nella città dobbiamo trovare nuovi accordi tra spazi dell’abitare che producano a loro volta nuovi tipi di spazio, intervalli di funzioni, intervalli vegetali, culturali o sociali che arricchiscono la polifonia urbana, tra accordi e contrappunti. Progettare una città cosmopolita – Palermo o le altre che le somigliano – al tempo pandemico è quindi un’occasione per ridiscutere e riprogettare un modello di futuro che includa la storia e la memoria degli attraversamenti, delle ibridazioni, delle commistioni, delle metamorfosi in un progetto complessivo che ripensi in forme nuove l’abitare e l’incontrarsi, il produrre e il creare, i centri storici e le periferie, il muoversi e il proteggersi. Ancora oggi nel tempo delle nuove migrazioni, sospinte dal dramma dei cambiamenti climatici, da emergenze politiche, economiche e sociali, e nel tempo della riduzione della mobilità per contrastare il contagio dobbiamo offrire spazi e relazioni all’umanità che ci attraversa e ci arricchisce, perché cosmopolis è il nostro passato che si fa futuro»

– La città di Catania, a suo avviso, in che modo dovrebbe pianificare il suo futuro sviluppo urbanistico? E come coniugarlo alle sue vocazioni produttive?

«Anche Catania, come Palermo, ha davanti a sé un “futuro ancestrale”, fondato sulle sue profonde identità storiche ma capace di traguardare l’orizzonte degli eventi. Innanzitutto va siglato un patto di futuro con Palermo, perché in una regione come la Sicilia non vi possono essere due città metropolitane in competizione tra loro, ma devono agire come un dipolo metropolitano, fatto di vocazioni e specializzazioni, e di migliori connessioni tra di esse. Certamente, per Catania la sua identità e capacità produttiva è un asset prezioso da mettere a sistema, ma su questo lei mi può dare lezioni, perché nella sua attività di studioso e docente di economia dell’Università di Catania è stato spesso per me fonte di conoscenza e ispirazione. Così come non mi avventuro in indicazioni urbanistiche per Catania, ben sapendo che la città ha il privilegio di poter contare sul contributo scientifico e tecnico dei bravissimi colleghi del Dipartimento di Ingegneria civile e Architettura»

– Tra le buone prassi di rigenerazione urbana, lei ricorda spesso quanto è stato fatto a Favara col Farm Cultural Park. Dove sta l’eccezionalità di Favara, cittadina ormai nota pure a livello internazionale?

«Farm Cultural Park dal 2010 è stato l’imprevisto che ha imposto il ripensamento della rigenerazione urbana e umana delle poliferie, dei margini che si fanno centro. Quella di Farm e Favara non è la solita storia di periferie urbane delle città moderne in cui emergono i semi della rigenerazione urbana, ma Favara stessa era una periferia della Sicilia meridionale, con una ulteriore marginalità nel suo centro storico ridotto a ruderi disabitati, improvvisamente rianimato dall’arte contemporanea, dalla creatività, dal design e dall’innovazione sociale. Farm è più di un centro culturale indipendente, è un nuovo paradigma urbano che, da un piccolo centro storico rurale, può dare indispensabili indicazioni alle periferie urbane che vogliano farsi di nuovo città, che vogliano tornare quartieri della città policentrica, che vogliano percorrere la strada della resilienza»

– Sveliamo un segreto, Favara oggi può vantare un primato.

«Oggi Farm Cultural Park è la sesta meta mondiale per il turismo dedicato all’arte contemporanea. Farm è l’esperienza di rigenerazione urbana più longeva in Italia. Farm è il museo delle persone. Farm è il primo luogo al mondo che ha fondato una scuola di architettura per bambini. Farm è un luogo che rende felici. Farm è … Da dieci anni si moltiplicano le definizioni di un luogo indefinibile come i “Sette Cortili” di Favara, il Farm Cultural Park generato dall’amore, dalla visione, dall’intuizione e dal coraggio di Andrea Bartoli e di Florinda Saieva, e poi di tanti altri compagni di viaggio che oggi formano questa straordinaria esperienza di rigenerazione urbana e umana di una parte del centro storico di una piccola cittadina nel sud della Sicilia che, come tante altre, stava avviandosi ad un declino frutto dello spopolamento, del degrado edilizio e della perdita di attività economiche»

– Qual è l’essenza del Farm Cultural Park?

«Per capire Farm dobbiamo guardarla per quello che è realmente: un acceleratore di particelle culturali! Un acceleratore che attraverso l’enorme energia prodotta dallo scontro di materia culturale, sociale, tecnologica, artistica e politica ci permette di vedere nel futuro delle politiche di rigenerazione urbana basate sulla cultura, condivise e innovative. Questo ha fatto l’acceleratore Farm, ha mostrato a tutti noi e ad altre città e borghi nelle stesse condizioni di declino un diverso futuro rispetto alla loro desertificazione. Ha raccontato in anticipo successi e problemi, ha mostrato esiti che normalmente avrebbero impiegato decenni a mostrare il loro impatto. E con la sua accelerazione di materia culturale Farm ha mostrato ad altri un futuro migliore possibile e realizzabile, innescando un diverso presente per molte altre realtà: Mazara del Vallo, Caltanissetta, Cianciana, Milazzo, Troina, Lercara Friddi, Menfi, Salemi, Agrigento, e molte altre anche fuori dalla Sicilia e fuori dall’Italia»

– Favara partiva da una posizione scomoda, non è vero?

«Prima della costruzione dell’acceleratore, dieci anni fa, Favara era un piccolo centro rurale della Sicilia meridionale con uno straordinario centro storico abbandonato, testimonianza di un passato glorioso che, come capita spesso in Sicilia, era stato sostituito da un presente inadeguato, da un declino figlio della trasformazione difficile della Sicilia da potente territorio rurale e culturale a landa pseudo-industriale con città in affanno di sviluppo. Certo rimaneva la straordinaria cupola della Chiesa Madre, l’agnello pasquale di mandorle e pistacchi ultimo simbolo di una tradizione artigianale di grande qualità, un Castello Chiaramontano poderoso, reso muto osservatore del declino, e un’intensa attività edilizia di bassa qualità. Uno spasmo edilizio che dava agli abitanti una parvenza di vita»

– In dieci anni c’è stata una autentica rigenerazione di Favara.

«Fino alla nuova vita generata dalla trasformazione dei Sette Cortili in un luogo plurale e pieno di vitalità umana: una galleria d’arte contemporanea, case che diventano residenze d’artista, luoghi dove il cibo diventa cultura del territorio, spazi per la socialità e l’abitare temporaneo, una scuola di architettura per bambini e una scuola di politica per ragazze, una sartoria, un micro teatro di danza, uno spazio conferenze o per concerti, un giardino segreto e un tetto commestibile, e cento altre cose ancora quante sono le espressioni della nostra diversa umanità. In questi dieci anni ai Sette Cortili il programma evolutivo non si è mai fermato, perché sono un organismo vivo e vitale che si trasforma e si espande in continuazione, arricchito ogni giorno dall’energia delle centinaia di migliaia di persone che lo attraversano, che vi sostano, che vi collaborano, che lo visitano: tribù nomadi della cultura, della creatività e dell’innovazione che raggiungono il tempio della loro ricerca emozionale di un altro modo di essere città. Farm interpreta una nuova attitudine dei luoghi generata dalla coesistenza di diversi modi dell’abitare senza una distinzione netta tra funzioni: si abita dove si lavora, si produce dove si mangia, ci si educa dove ci si incontra. Luoghi, come Farm, che entrando in empatia con noi, ci fanno assaporare la vita in ogni suo istante, riappropriandoci dello spazio urbano»

– Dunque, Farm Cultural Park può definirsi un modello.

«Oggi Farm è uno straordinario patrimonio collettivo. Non è più solo quella iniziale intuizione geniale di Andrea e Florinda, non è più solo un esperimento di successo di rigenerazione urbana, non è più solo un virtuoso esempio di contributo privato alla qualità della vita collettiva, non è più solo una fucina di creatività e innovazione, non è più solo un luogo in cui l’arte si fa politica e il design si fa strategia, non è più solo un luogo accogliente ed empatico – e per me lo è quasi come casa mia. La Farm è anche le numerose iniziative e imprese che sono nate attorno ad essa o come suo spin-off. Farm è anche le università che hanno “trasferito” a Favara le loro sedi arricchendosi di quella vitalità: l’Università di Palermo, in particolare il Dipartimento di Architettura, ha realizzato numerosi workshop di progettazione che hanno dotato la città di un importante parco progetti. Anche il Politecnico di Milano collabora stabilmente con diverse iniziative, patrocinando anche la Scuola di architettura per bambini. Farm Cultural Park non è più nemmeno solo Favara, pur essendo nata da quei lombi che sembravano ormai sterili, perché le sue reti sono ormai globali e connettono Favara al mondo dinamico dell’arte contemporanea, dell’architettura, del design, dell’innovazione sociale»

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