"Le vostre prigioni", lettere dal 41 bis

"Le vostre prigioni", lettere dal 41 bis

di Katya Maugeri

«Su il quotidiano “Il Dubbio” del 29 febbraio 2020, a cura di Damiano Aliprandi, leggo: “Violenze a San Gimignano, il video dell’aggressione al detenuto tunisino. Gli agenti avrebbero abusato dei poteri o comunque violato i doveri inerenti alla funzione o al servizio svolto” E mi sono venuti in mente brutti ricordi carcerari». Brutti ricordi trascritti in un diario, quello di Carmelo Musumeci, intervistato da me mesi fa. L’ex boss della mafia della Versilia protagonista di una violenta guerra con il clan Tancredi che insanguinò le province di Massa-Carrara, Lucca, Livorno e La Spezia negli anni Ottanta fino al 1991 quando venne arrestato e condannato all’ergastolo per l’omicidio di Alessio Gozzani, ex portiere della Carrarese affiliato al clan rivale.

Un uomo che ha sperimentato il duro viaggio verso il cambiamento e che oggi riceve lettere da altri detenuti, che trovano in lui un punto di riferimento. Come Davide Emanuello che ha scontato 22 dei 26 anni in regime di carcere duro, dal 1993. E scrive: “Il Covid 19 come sappiamo è un guaio planetario ma l’argomento 416 bis per l’industria del consenso nostrani è più contagioso. Così il panico del 416 bis utilizzato per distrarre le masse e l’evergreen che i mafiobici adoperano in dispregio della Costituzione che da architrave dello stato di diritto diviene il palo dove il diritto è impiccato dallo stesso Stato. Ecco venire in mente che la crocifissione di Gesù, così come per tutti i poveri cristi di ogni tempo, si videro insieme a Pilato ed Erode che non si volevano niente bene.

Lo stesso assistiamo con il Covid 19, e i detenuti in gravi condizioni di salute che per prestigio semantico si snaturano dall’homo sapiens; e nel lemma di omomafiens acquistano il diritto a “marcire” nei loculi carcerari sotto le polifonie mafiobiche di istituzioni politiche e religiose (le prime in “rispetto” del diritto costituzionale alla salute, i secondi nel proprio essere comunità religiosa fondata sull’amore.

Purtroppo il solo Cristo cristiano che conosciamo è stato (il passato prossimo e d’obbligo) crocifisso duemila anni fa. Ad oggi la caratura morale del suo vicario non è pari alla necessaria illuminazione intellettuale che servirebbe per smascherare le tenebre di tanti persecutori di anime che si accaniscono sui corpi malati di uomini che con libertà hanno anche perso la dignità semantica di essere chiamati uomini, e perché additati semanticamente mafiosi perdono il diritto cristiano all’umanità piena, nonché ogni civile diritto costituzionale. Il problema è che questa civiltà è al crepuscolo e la potenza semantica di una parola (mafia) risulta più forte della debolezza di due millenari architrave del pensiero: la filosofia del diritto incarnato dalla Costituzione, e la filosofia-teologia del cristianesimo incarnata dal Vangelo. La forza di una parola e la debolezza del pensiero, in questo tempo di decadenza esalta i vili che propagandano la loro miseria e mette a tacere i virtuosi che non hanno lume intellettuale per chiarire l’orizzonte del proprio pensiero. Pazienza”.

E poi ci sono i brani inediti di Carmelo Musumeci, che custodisce come una cicatrice dalla quale è impossibile distaccarsi.

Sono riflessioni, parole, scritte durante il suo 41-bis all’Asinara e che oggi Musumeci affida alla nostra redazione. Un diario che racconta condizioni inumane durante il lungo periodo di detenzione.

«Ricordi carcerari», afferma più volte, «che ho allegato in una istanza destinata al magistrato di sorveglianza di Perugia (che successivamente ne riconosce un parziale risarcimento) per denunciare le condizioni in cui vivevo. Non smetterò mai di ricordare che: la carcerazione non fa perdere al detenuto il beneficio dei diritti sanciti  dalla Convenzione. Che l’articolo 3 pone a carico delle autorità un obbligo positivo che consiste nell’assicurare che ogni prigioniero sia detenuto in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana».

Nell’istanza sono riportati tanti esempi di disagio, di malessere e sconforto causato da «condizioni inumane» – continua a ripetere Musumeci. Durante la detenzione al carcere dell’Asinara, si legge nell’istanza «non esisteva nessun tipo di allarme interno delle celle con il quale chiamare il personale di custodia. Per quanto concerne le condizioni igieniche c’erano topi ed escrementi dappertutto; una sola doccia settimanale con l’acqua solo per pochi minuti, in un locale fatiscente pervaso da muffe e insetti

Ricordi carcerari che Carmelo Musumeci conserva non solo nella sua memoria, sottopelle, ma in quel diario personale che scriveva per contrastare la rabbia, la solitudine e alimentare la speranza.

Carcere dell’Asinara 1992/1997

A un tratto le guardie si schierarono a destra e a sinistra lasciando un corridoio nel mezzo che portava dritto dentro il carcere. Avevano scudi in plexiglass e manganelli nelle mani. Quando uscimmo dal cancello fummo subito subito bersagliati di manganellate. Corsi piegato in due con le braccia alzate per cercare di ripararmi dai colpi di manganello. Cercavo di proteggermi la testa, ma le manganellate arrivarono proprio lì.

Carcere di Parma 1998/1999

Direzione dittatoriale. Accadeva di tutto, piccole e grande violenze. E guardie che brutalizzavano in nome del popolo italiano. L’alimentazione era scarsa e cattiva.

Diario: Mi presero di peso. E mi trascinarono nelle celle di punizione. Mi scaraventarono nella cella liscia. Volarono pugni, calci e ingiurie.  Mi ordinarono di denudarmi. E mi perquisirono. Le guardie iniziarono a insultarmi “ Figlio di puttana” “ Prendi questo e quest’altro”. Poi si stancarono.  E se ne andarono. Mi sdraiai per terra, nella cella liscia non c’era neppure la branda. Mi coprì con una vecchia coperta buttata in un angolo, l’unica cosa che c’era in quella cella.

Carcere di Novara 1999/2000

Soprusi e violenze. Sadismi, perquisizioni ad oltranza e umilianti. Spogliati dalle nostre piccole cose. Derisi. Pacchi e vestiari mandati indietro, se non persi, oppure saccheggiati, in balia d’aguzzini con licenza di fare come gli pareva, se gli pareva, quanto gli pareva.

Diario: Le pareti erano grigie. Erano fradice di muffa, dolore e umidità. Puzzavano di ferro, cemento armato, sudore e sangue. Il soffitto era giallo. Il colore della nicotina. Le sbarre della finestra erano le più grosse che avesse mai visto. C’era una branda fissata nel pavimento, un tavolino e uno stipetto al muro.

Carcere Sulmona 2001/2002

Avevamo due ore di aria il mattino, due il pomeriggio e poi stavamo tutto il giorno chiusi in cella. La televisione la telecomandava la Direzione del carcere.  E a mezzanotte veniva spenta.  La Direttrice non voleva che di notte vedessimo gli spogliarelli nelle televisioni private.  Non ci faceva comprare neppure i pornografici alla spesa. Alcuni detenuti avevano reclamato e si sono rivolti al magistrato di sorveglianza, che aveva accolto il loro reclamo. Nonostante ciò la direttrice venne in sezione e gridò: “Fin quando ci sarò io… nel mio carcere quei giornalacci non entreranno… non sono letture educative… dovrete passare sul mio cadavere”. Durante la conta di mezzanotte e delle quattro del mattino le guardie aprivano i blindati, il cancello e entrano in cella a svegliarci. In questo modo attuavano una vera e propria tortura del sonno.

Diario: Mi presero di peso. Mi strascinarono per il corridoio. Feci tutte le scale che conducevano nelle celle di punizione a ruzzoloni. Mi misi all’angolo del muro. Le guardie si disposero a semicerchio. Ero abituato a prendere le botte. Sapevo per esperienza che fanno male solo i primi colpi. Poi non si sente quasi più nulla. Mi saltarono subito addosso. Mi presero a calci nello stomaco. Provai a dare un morso in una gamba alla guardia più vicina ma s’incazzarono ancora di più. Non mi rimaneva altro che prenderle e dire parolacce. Non potevo fare altro. Le scarpate nei fianchi mi impedivano di respirare. Presto rimasi a corto di aria nei polmoni. Poi non sentii più nulla.

Carcere Nuoro 2002/2007

Le condizioni igieniche erano terribili, basti pensare che bisognava andare in bagno davanti ai propri compagni. I cortili dei passeggi sembravano delle gabbie voliere. Vivevamo in condizioni illegali di sovraffollamento, ozio forzato, mancanza di igiene e cure.

Diario: I detenuti della prima sezione del carcere di Nuoro segnalano che la struttura di questo istituto è vecchia e decadente (a dir poco obsoleta), all’interno dell’istituto il detenuto è abbandonato a sé stesso. La cosa più angosciosa è che il gabinetto è scoperto e si è costretti ad espletare i bisogni corporali sotto la vista dei compagni che occupano la stessa cella, ciò ci toglie quel briciolo di dignità che ci è rimasta…non siamo animali. La nostra sezione ha tre piani e per distribuire il vitto c’è un solo carrello e questo viene trasportato a mano attraverso le rampe delle scale.

È facile immaginare i disagi che ne derivano. Nutrirsi con quel minimo di decenza è quindi affidato alla sorte, perché è fortunato il piano da cui si comincia la distribuzione del vitto. Per i detenuti che arrivano dal continente e che per ovvie ragioni difficilmente possono usufruire di colloqui, ricevere un pacco postale dai propri cari diventa come una lotteria perché ci viene consegnato a distanza di settimane. E se c’è qualcosa di commestibile si deteriora e va buttata.

Carmelo Musumeci, oggi in semilibertà, nei suoi libri e attraverso il suo blog continua a dare voce agli “uomini ombra” raccontando quanto sia cambiato dopo aver conosciuto il bene, quello incondizionato, incontrato alla comunità per disabili  Papa Giovanni XXIII Bevagna di don Oreste Benzi in provincia di Perugia. Perché la lezione più importante la riceviamo dall’amore.

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