L’effimero rating di legalità

giugno 16, 2018

 

 

 

Alfio Franco Vinci

Rating è un vocabolo inglese che significa valutazione, stima. Tale vocabolo viene utilizzato in molti campi delle attività umane: economico, nautico, etico, psicologico, radio televisivo e di interi assetti di uno Stato. I campi di applicazione più noti sono sono certamente quello economico e quello di valutazione di uno Stato.
Il rating economico valuta principalmente la affidabilità dei titoli (le azioni o le obbligazioni) emessi da una determinata società, per come declinata nei rispettivi ordinamenti e lessici.
Il rating di uno Stato è quello che produce la temuta classificazione internazionale espressa in lettere e loro multipli: A, doppia, tripla o B doppia, o tripla con i segni più e meno, come ai tempi della scuola elementare.
La cosa strana è che per emettere tali, spesso imprecise, valutazioni non occorrono titoli o abilitazioni specifiche o particolari, ma la diffusione di tali “sentenze”, produce effetti sulle borse e sugli spread con movimenti inversi, così da far apparire il rating una novella divinità “che muove il sole e l’altre stelle”. Altra storia è quella del rating etico, dai più snobbato come l’inarrivabile “uva acerba” della favola di Fedro. Viene rilasciato da organismi di certificazione internazionali e giudica l’eticità della governance di una società, un ente o una organizzazione.
La certificazione, che da tranquillità a chi si affida ad una struttura certificata, si chiama SA8000;
Pochi la possiedono e la mantengono, come so bene per averla ottenuta ininterrottamente per 5 anni,per l’organizzazione che dirigevo, Confindustria Catania.
Nel sistema anglosassone, infine, al rating affiancano la reputation e valutano anche i valori immateriali per “pesare “ un soggetto, pervenendo alla formulazione di bilanci di valutazione con gli sperimentati parametri I.A.S. In Italia, per indurre banche ed istituzioni ad aprire borse e graduatorie a soggetti con basso merito creditizio e non solidissimo curriculum di attività pregresse,ci siamo inventati il rating di legalità.
E ciò dimenticando che se l’onestà/legalità è condizione necessaria, non sempre è sufficiente a supplire requisiti di merito creditizio o di esperienze consolidate. Tale Iniziativa venne sponsorizzata da Confindustria che ne affidò la promozione al suo consigliere delegato alla legalità . Poiché tale adempimento, del tutto inutile, era a costo zero per lo Stato, venne favorito il progetto,  poi divenuto legge, la 27 del 2012. Ciò diede grande visibilità e ulteriore potere al suo promotore . La verità era ed è ben diversa.
Le imprese in Italia sono 4.400.000; le imprese che in 6 anni hanno chiesto o rinnovato l’attestazione di rating di legalità sono state 5.715; lo 0,13 %; quelle che hanno presentato tale certificazione al sistema bancario sono state 3265; quelle che da tale certificazione hanno ottenuto “riduzione dei tempi di istruttoria e dei relativi costi” 1.119, lo 0,0254%.
Nessuna di tali certificazioni ha inciso sulla valutazione del merito creditizio. La fonte di tali notizie è Bankitalia nella sua comunicazione alla stampa del 28 ottobre 2017.  Delle due l’una o tale rating di legalità è del tutto inutile, ed è in realtà servito solo a far crescere il potere di chi lo ha promosso e divulgato fino a pochi mesi fa,oppure in Italia ci sono 4.398.81 imprese fuori dai canoni di legalità. Per meglio spingere l’iniziativa, dimostratasi un flop, l’obbligo di presentazione di tale attestato è stato inserito in alcune leggi della Regione Siciliana durante la gestione Crocetta & co.
Credo che dovremmo ridare il loro vero significato alle parole e alle certificazioni e,soprattutto fare si che le Istituzioni,oggi l’autorità garante del mercato e della concorrenza,impieghino tempo e risorse in attività produttive di effetti.
La legalità è come la religione: si pratica e non si proclama e dietro ad una stella di latta,se pure c’è sempre uno sceriffo, non ci scordiamo che nel West, tali tutori della legge erano spesso in realtà fior di mascalzoni.

 

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