L’ex boss della Versilia: “l’ergastolo ostativo è una pena di morte viva”

agosto 28, 2019

di Katya Maugeri

«Nella mia famiglia mancava l’amore, forse perché non era una roba da mangiare, quindi interessava ben poco. Perché ho scelto di fare il criminale? Per un senso di giustizia».

Il boss della mafia della Versilia, era chiamato così Carmelo Musumeci, protagonista di una violenta guerra con il clan Tancredi che insanguinò le province di Massa-Carrara, Lucca, Livorno e La Spezia negli anni Ottanta fino al 1991 quando venne arrestato e condannato all’ergastolo per l’omicidio di Alessio Gozzani, ex portiere della Carrarese affiliato al clan rivale, avvenuto all’autogrill dell’autostrada vicino a Sarzana nell’aprile dello stesso anno. Poi il 41-bis all’Asinara e l’ergastolo ostativo: un luogo che inghiotte vita e speranza. Una pena di morte viva, quello che non prevede permessi, premi, libertà condizionata. Il fine pena mai. Uno scenario di indifferenza, di solitudine imposta e di mancata “rieducazione”.

«Quando perdi la speranza, in che modo puoi attuare un cambiamento? – spiega Musumeci -. L’ergastolo ostativo è questo: una morte a gocce che annienta la speranza di costruire un futuro, l’idea di poter scegliere una nuova strada – diversa – da intraprendere. La gente lo sa cosa accade dentro il carcere? Mi sono chiesto tante volte. La risposta è no. Ed è per questo che ho cominciato a scrivere, a raccontare cosa accadeva in quelle mura alte protette dalle sbarre La speranza non andrebbe mai negata a nessuno, molti giovani ergastolani, entrati in carcere all’età di 18/19 anni senza poterne più uscire, potrebbero essere salvati. Bisognerebbe dar loro una possibilità di riscatto allontanandoli dalle dinamiche criminali. Se, invece, sanno di dover morire in carcere non potranno mai cambiare mentalità. Finché avrò voce continuerò ad urlare che ognuno deve avere un inizio e un fine pena. Al nord Europa la recidiva è bassissima perché in carcere ti fanno capire l’origine del tuo sbaglio e quando esci ti danno un lavoro, un prestito con il quale ricominciare a vivere (lo devi restituire, chiaramente). La gente che ha sbagliato la devi reintegrare altrimenti si produce solo manovalanza della delinquenza, ma realizzare un carcere che funziona non porta voti. È chiaro».

Non si tratta di tirar fuori delinquenti dal carcere a ogni costo, ma dare una possibilità a chi ne avrebbe diritto. Per gli ostativi non si arriva al merito, non si arriva a stabilire se il detenuto ha realizzato un percorso introspettivo per cui un direttore, gli psicologi possano presentare una relazione su quanto sia cambiato: non ne ha diritto perché non ha collaborato. Allora a mancare è proprio il principio educativo. La realtà carceraria è terribile, pervasa dall'”effetto Lucifero“, quel processo per cui l’aggressività è fortemente influenzata dal contesto in cui l’individuo si trova. Lo studioso Philip Zimbardo, durante un esperimento carcerario a Stanford dimostrò l’importanza dell’ambiente nel determinare le condotte individuali. «Ho trascorso cinque anni al 41-bis, un sistema di violenza, una tortura che certamente ha favorito la collaborazione di quei criminali stanchi dei ritmi e i malesseri indotti dal regime. Ma il loro non era un pentimento reale, sia chiaro, tanti collaboratori di giustizia hanno usato la propria collaborazione solo per uscire dal carcere e non per un senso di colpa. Io mi ribellavo anche lì e le buscavo. Ma ero più forte, scrivevo e denunciavo quello che accadeva».

Il clan che portava il suo nome era un’organizzazione criminale dedita al narcotraffico, rapine, estorsioni e bische clandestine. «Delinquente si diventa –  afferma con decisione – il senso di giustizia di un bambino è molto più spiccato di un adulto. Un bambino soffre delle discriminazioni: io mi ricordo che in collegio nessuno veniva a trovarmi, vedevo gli altri bambini felici perché ricevevano biscotti, giocattoli, affetto, abbracci. Presenza. Io non avevo nulla e questo senso di giustizia deviante – chiaramente – ha fatto emergere la mia aggressività, quella ribellione difficile da gestire.
Parte tutto da qui, dalla mia infanzia. Ad Aci Sant’Antonio vivevamo una condizione precaria, ero impregnato da una cultura cattiva, di strada e quando cresci nel male e conosci solo quello è difficile non cadere nei tentacoli del crimine. A nove anni ero abbastanza “grande” e trasportavo sacchi di cemento di cinquanta chili, la separazione dei miei genitori mi ha portato lontano dalla Sicilia e in collegio. Devastante: mi mancava la mia libertà e persino le botte che mi dava mia nonna. Per gli altri bambini ero un “terun”. Le regole non le sopportavo, mi ribellavo a tutto, tanto da infastidire il responsabile che mi chiuse in una stanza dove rimasi due giorni senza mangiare».

Aveva giurato vendetta quando venne poi espulso e riportato a casa, trovando le stesse difficoltà di sempre. «Ho cominciato a commettere piccoli reati che pian piano – visto il facile guadagno – diventarono gravi e frequenti. Avevo quindici anni quando mi arrestarono per la prima volta, quell’ambiente ostile mi ricordava il collegio, e cominciai a ribellarmi anche lì. Un’esperienza terribile dove ho conosciuto il letto di contenzione a cui sono stato legato per una settimana, una tortura che le Istituzioni per tantissimi anni hanno assecondato».

Quello fu il primo passo verso la criminalità, l’ascesa di un uomo che vedeva nello Stato un nemico da combattere, «eravamo in guerra. Vedevo i miei figli di nove e sette anni durante i colloqui: una volta al mese attraverso una lastra di vetro. Mia figlia batteva lì la sua manina: era devastante, lei piangeva e io impotente. Non potevo sfiorarla né spiegare. Anni ostili durante i quali ho rischiato la depressione, l’isolamento diurno alimentava la solitudine e quante volte ho pensato di farla finita, quante! Ricordo di un professore in pensione che mi consigliò di studiare, pian piano mi strappò le pagine dei libri e le inviava tramite lettere, sei sette fogli alla volta, con tutte le difficoltà del caso perché spesso venivano bloccate credendo fossero dei pizzini. Lo studio mi ha salvato. Per qualsiasi prigioniero la scrittura è un ponte fondamentale per collegarsi al mondo esterno, io quasi ogni giorno mandavo lettere e articoli a mezzo mondo per fare sentire la mia voce». Dopo tantissimi anni di carcere trascorsi con la certezza di non uscirne più, Carmelo Musumeci ottiene la semilibertà. Nel periodo di detenzione a Padova, il tribunale di sorveglianza di Venezia fa decadere l’ergastolo ostativo per assegnare quello ordinario. Nella loro ordinanza, i giudici scrivono di “un grande percorso di crescita personale che ha portato Musumeci a leggere e studiare in carcere con granitica volontà” e del suo impegno come “scrittore e conferenziere”, oltre che “del suo essere un uomo nuovo che si riscatta dal passato impegnandosi quotidianamente nell’assistere la disabilita”. alla sentenza della Corte Europea dei diritti umani che “è inammissibile deprivare una persona della libertà, senza tendere alla sua riabilitazione e offrirgli la possibilità di riottenere la libertà in futuro”. Musumeci ha così cominciato a lavorare alla comunità per disabili  Papa Giovanni XXIII Bevagna di don Oreste Benzi in provincia di Perugia. «Svolgo il mio lavoro di volontariato convinto che adesso la mia pena abbia un senso: è un luogo speciale perché alla base di ogni loro azione risiede l’amore, la migliore delle medicine. Vivere lì mi dà la possibilità di rimediare al male che ho fatto, facendo del bene». Lo stesso don Benzi, quando era in vita, affermava: «Se cercassimo ai aiutare chi commette reati, anziché limitarci a reprimere, avremo molta meno delinquenza».

«La società non è cattiva è solo poco informata e i mass media non forniscono l’informazione corretta, creano solo notizie. Il nostro è un Paese carente di una letteratura carceraria necessaria per spiegare i drammi e le scelte che portano un uomo a delinquere. Quando sei in carcere non pensi al male che hai fatto fuori, ma a quello che ricevi ogni giorno. Le guardie che erano sull’isola, non erano cattive. Ci picchiavano è vero, ma convinte che era giusto farlo. Combattevano il “male”. Quando uscivo armato la sera ero consapevole di poter morire o ammazzare qualcuno: mi sentivo in guerra. Il mio senso di colpa è verso le scelte del passato, verso la società che ho offeso. E so per certo che non lo rifarei mai più».

È una storia che accomuna molti di loro, le condizioni socio-familiari condizionano e creano strade secondarie «ma siamo noi poi a scegliere. Noi decidiamo cosa diventare e sarebbe corretto poterne parlare, confrontarsi con una società civile. Con la semilibertà è come se fossi uscito da una tomba, mi guardo intorno e noto che nessuno guarda il panorama dal finestrino, ma solo cellulari. Ho ritrovato una società frettolosa, incattivita: gli operai non protestano più, la nostra è una società povera di valori che ha raggiunto tanti progressi, ma perso la solidarietà».

Carmelo Musumeci nei suoi libri e attraverso il suo blog continua a dare voce agli “uomini ombra”, quelli con un fine pena previsto per il 31 dicembre 9999, «non smetterò di denunciare gli orrori del carcere, dell’atrocità del 41-bis, delle violenze e delle speranze negate. Continuerò a sensibilizzare gli altri detenuti ad avere coscienza dei propri diritti, e le Istituzioni a comprendere che il carcere non può essere rivolto a tutti: nel caso dei tossicodipendenti, per esempio, servirebbero misure alternative. La pena deve fare bene, non deve danneggiare l’individuo. Chi commette un reato è vittima di se stesso e la vera pena è il senso di colpa, dal quale non puoi sfuggire».

Se si pensa solo a punire, la gente non potrà comprendere gli errori, «sono cambiato quando ho conosciuto il bene, quando ho avuto accanto persone buone e disinteressate», lì nasce la rivoluzione più importante: cambiare prospettiva, ma se il carcere non funziona è «perché a mancare è proprio l’amore».

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