“Liberaci dai nostri mali”, l’odore della libertà

aprile 13, 2019

Concetto Ferrarrotto

Ho letto il libro di Katya Maugeri ed ho pensato al tempo. Il tempo dietro le sbarre o quello di una vita che corre troppo in fretta finendo col bruciarsi, il tempo fuori e quello dentro. Del rimorso e del rimpianto. Ma anche lo scorrere delle stagioni che passano e che in carcere sembrano tutte uguali. E il tempo della speranza. “Liberaci dai Nostri Mali” è un libro forte, scava dentro le prigioni delle diffidenze e dei nostri pregiudizi per liberare l’animo del lettore ad uno sguardo umano, al di là della linea di confine tra il bene e il male.

Credo ci sia voluto un gran coraggio a scriverlo, lo si comprende sin dalle prime battute: “Ho varcato la soglia di un cancello di cui non conoscevo il rumore: lento, arrugginito, pesante”. Comincia così il viaggio della giornalista nel mondo delle carceri, tra detenuti che raccontano se stessi, il proprio male, gli errori, e il desiderio di libertà. Non una libertà qualsiasi, non soltanto quella fisica di muoversi e di vivere “fuori” ma soprattutto, prima di tutto, la libertà dai propri mali.

Di pagina in pagina si incontra una varia umanità, figure che restano sulla pelle, descritte con sincera compassione che è cosa diversa dal perdono o dall’assoluzione.

Di questi tempi, un libro così è anche segno di coraggio intellettuale, stretti come siamo nell’idea della punizione che sia soltanto vendetta e condanna infinita sempre e comunque. Viviamo la triste era del rifiuto del cambiamento, quindi ci è impossibile credere al cambiamento degli altri, peggio se gli altri sono i cattivi, il malaffare, la bestia che delinque. E invece eccolo lì “l’uomo dal cappello di paglia” che racconta sé stesso, di quanto sia cambiato dentro, di quanto vorrebbe poter dimostrare che sì può farcela, che fuori da quelle mura gelide e marce potrebbe ritornare a vivere senza ripetere gli errori del passato.

È un libro che tiene insieme esistenzialismo e illuminismo: la sensibilità per il nucleo essenziale dell’esperienza umana e la fiducia razionale in  un sistema detentivo che realizzi concretamente un percorso di recupero e di riparazione.
Le storie sono raccolte fra i detenuti del carcere di Augusta dove si sperimenta con successo l’applicazione delle disposizioni normative introdotte nel 2018 dalla riforma dell’Ordinamento penitenziario: possibilità di lavorare gratuitamente all’esterno del carcere, svolgendo attività in favore di enti locali o di associazioni di volontariato. Non perché si voglia banalmente perdonare ma per “ricucire” il filo spezzato con la società. Il male non lo si elimina richiudendolo in gabbia ma curandolo, se il paziente lo vuole. Non  è una soluzione valida per tutti, non lo è per gli irriducibili. È tuttavia una via d’uscita che la società dei liberi dovrebbe intanto donare a se stessa, per non restare anch’essa prigioniera nel dolore della vendetta, nel grigio senza fantasia del pregiudizio verso chi è stato in carcere. Perché infine un uomo, ogni uomo, rimpiangerà sempre “l’odore delle fiabe non raccontate”.

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