Ogni persona è un racconto, una storia. Ce ne sono tante nel Ritorno all’Amarina

maggio 2, 2019

 

 

 

 

Un libro che muove al riso e alla commozione è prezioso. Se poi coinvolge un’intera generazioni di italiani lo è ancor di più. E dire che questo “Ritorno all’Amarina”, completato quasi vent’anni fa, avrebbe potuto restare, se non un manoscritto chiuso in un cassetto, certamente un file abbandonato in una cartella del pc, destinato a un uso “interno”, per tramandare ai figli e ai figli dei figli le storie di famiglia.

Invece, per fortuna, alla fine hanno vinto gli amici che spingevano l’autore, Giuseppe Lazzaro Danzuso, a pubblicarlo e tutti hanno potuto godere di questo spaccato di vita comune per la “meglio gioventù” degli anni di Carosello. Era un’Italia, quella, che parlava i dialetti e imparava l’italiano, in televisione, dal Maestro Manzi. Un’Italia ancora un po’ contadina, senza gli squilibri territoriali di quella di oggi. Un’Italia, allora, unita.

Così i personaggi di “Ritorno all’Amarina”, tutti parenti tra loro, come testimoniano i post entusiastici di lettori di ogni parte della Penisola sulla pagina Facebook del libro, è come se diventassero anche genitori, fratelli, zii, prozii, nonni e bisnonni di un’intera generazione. Che si rivede a giocare con eserciti di cugini e figli di amici di famiglia con cui, allora, si condivideva l’infanzia, tra gelati, scampagnate, gite al mare, litigi, calci sugli stinchi, denti da latte saltati, abbracci, ginocchia sbucciate e fasciate con gli ormai estinti fazzoletti di stoffa.

Leggendo, ci si ritrova bambini, con la sensazione dei piedi nudi sulla sabbia bagnata, pronti a entrare in acqua, respirando l’odore del mare. Tornano in mente i “posti delle fragole” da cui venivamo richiamati le nostre madri con urla e strepiti. E ci si ritrovata talmente, in questi ricordi, da sentir quasi il dolore dei lividi delle continue cadute che hanno segnato la nostra infanzia.

Lazzaro Danzuso, infatti, è abilissimo nel suscitare emozioni oltre che nel tratteggiare personaggi e ambienti: il lettore ritrova mobili, arredi, oggetti che in quel periodo erano identici in ogni casa di nonni e vecchie zie della Penisola. Arguzia e la felice chiave narrativa di descrivere tutto con gli occhi di un bambino conducono poi a trovate esilaranti, come il Cuore di Gesù – immagine comunissima nelle stanze da letto d’allora – che ardeva grazie al gas.

E poi c’è, nel libro, a dare più risalto ai ricordi d’infanzia, la costanza di quel Ritorno alla Realtà che ti vede in una città che non è la tua, una sorta di esilio con l’attesa della riabilitazione, l’attesa di una notizia che arriva giusto nel nuovo millennio, quando su Roma esplodono i giochi pirotecnici, visti con occhi grati dalla terrazza di Monte Porzio Catone.

Che incontenibile piacere, quello di ritrovarsi intruppati in questa vasta generazione “passata dalla preistoria alla fantascienza”. E che voglia di leggere queste pagine ai nostri figli, magari via Skype, perché sono partiti e vivono all’estero e, anche se non lo dicono, sono pieni di nostalgia. È consolante per tutti questo “Come eravamo” non digitale ma analogico, come un orologio da polso cui dare la carica ogni mattina, appena alzati.

Non sono più, certo, i tempi di calzettoni traforati, sandali con gli occhiali, maglie di lana che pungono e mangiadischi. Tante cose sono cambiate e le nostre vite hanno imboccato spesso strade diverse da quelle che immaginavamo. Ma, come dice Giuseppe Lazzaro Danzuso in “Ritorno all’Amarina”, Cunti con le gambe siamo. Cunti viventi. Cuntati beni o mali, ma cunti. Ogni persona è un racconto, una storia. Sempre degna d’esser narrata.

Rosalba Sinesio

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