L'isolamento uccide al carcere Pagliarelli

Katya Maugeri

PALERMO – Ormai sembra diventata una routine, di quelle che è inutile riportare per l’ennesima volta sui giornali. I suicidi all’interno delle carceri non si fermano, e il detenuto è ritenuto un rifiuto sociale. Uno in meno del quale occuparsi, dicono in molti. Una delle cause scatenanti può essere il trasferimento nel reparto isolamento, la cosiddetta cella “liscia” così chiamata per le caratteristiche stesse: mancanza di suppellettili e di ogni possibilità di contatto umano, senza finestre e con il “blindato” chiuso dietro le sbarre. Una condizione disumana a cui nemmeno il più incallito detenuto sa resistere, figurarsi un ragazzo che si trova in carcere per avere fatto uso di stupefacenti o per avere spacciato.

La storia si ripete e giorni fa, al carcere Pagliarelli di Palermo un giovane ventinovenne si è ucciso.

Sempre con la stessa modalità  e con le stesse caratteristiche: in isolamento e con disturbi psichici. “Una storia agghiacciante quella del giovane ventinovenne, Samuele Bua, suicidatosi in maniera quasi inspiegabile in una cella d’isolamento, dove è stato chiuso oltre ogni ragionevole tempo”, spiega Pino Apprendi, presidente dell’associazione Antigone Sicilia.

Il paradosso è che quello Stato a cui si è rivolta la madre, denunciando il proprio figlio per evitare che potesse fare e farsi del male, ha restituito non una persona ma un corpo in una bara senza una spiegazione. Quello Stato a cui si era affidata fiduciosa una madre che ha creduto che il carcere potesse rieducare e guarire il povero Samuele che non aveva ricevuto nessun aiuto dalle Istituzioni locali. Mi chiedo: questo ragazzo ha ricevuto tutte le cure necessarie? I psicologi e gli educatori lo hanno incontrato? Ci sono le relazioni quotidiane dei medici che avevano l’obbligo di visitarlo? Quanti giorni è stato in isolamento e perché  non era nel reparto di  psichiatria? L’isolamento è una pratica di tortura che va abolita, soprattutto per i soggetti con problemi mentali o tossicodipendenti”.

È ormai risaputo che uno dei problemi più importanti nel carcere è quello legato alla salute mentale.

Un problema che è in continua crescita e che non trova risposta. Ormai sono centinaia i casi a cui deve fare fronte il personale, spesso sotto dimensionato e insufficiente. Alcuni detenuti, arrivano già con problemi psichiatrici, spesso legati al consumo di droghe, ma tanti, pur non assumendo droghe avvertono disturbi legati al nuovo tipo di vita a cui sono sottoposti, i cosiddetta “sopravvenuti “.

“Lo Stato si è trovato impreparato all’indomani della chiusura degli OPG e molti, volutamente, dicono che la situazione attuale è stata determinata dalla chiusura di quelle strutture, sottovalutando le assurde condizioni di vita che esistevano al loro interno”, spiega Apprendi, “in carcere si trova perfino qualche detenuto che al processo è stato dichiarato “incapace di intendere e di volere”. 

Non può essere il carcere né l’isolamento la risposta a queste persone, una possibile risposta è la loro accoglienza in comunità, un percorso riabilitativo e rieducativo. Gli ultimi tre casi di suicidio al carcere Pagliarelli sono avvenuti dopo che i detenuti hanno avuto un trasferimento e tutti avevano manifestato volontà di suicidarsi. Chi di dovere era al corrente, perché informato. “Perché non sono state messe in atto misure per scongiurare questi atti estremi di togliersi la vita? – spiega Apprendi – Uno di questi aveva parlato con le figlie e con il proprio avvocato di questa volontà e un altro lo aveva confidato alla propria madre, avvisando i responsabili del carcere. Potrebbe esserci un buco inspiegabile nel sistema penitenziario che non comunica o che non controlla, noi abbiamo il dovere di denunciare, il sistema carcerario non è zona franca rispetto alla Costituzione, ogni uomo deve avere diritto alla vita. Se condannati va tolta la libertà e non la dignità”. 

Possibile che non ci siano responsabili della vita di un uomo o di una donna che entra in carcere?

“Non mi rassegnerò mai al silenzio – conclude Apprendi – di fronte all’indifferenza per la morte di una persona che lo Stato avrebbe dovuto tutelare e rieducare”.

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