Mia Canestrini lupologa: “Avrei potuto essere una grande figlia di puttana e invece ho scelto il passo indietro…Amate il lupo, temete l’uomo”

Mia Canestrini lupologa: “Avrei potuto essere una grande figlia di puttana e invece ho scelto il passo indietro…Amate il lupo, temete l’uomo”

Di Anna Agata Mazzeo

Catania- È stato presentato sabato scorso, presso il Touring Club di via Pola 9D, dal giornalista Sebastiano Mazzarino, il libro “La ragazza dei lupi” di Mia Canestrini.
“Ogni volta che apro un quotidiano al bar e leggo un articolo che descrive il lupo come una belva sanguinaria sorrido. Non è più belva e sanguinario di quanto sappia essere l’uomo”.
“In passato nessuna civiltà temeva i lupi, erano considerati degli animali Totem. Con l’avvento del Cristianesimo che aveva bisogno di trovare un freno e un controllo al comportamento degli uomini, il lupo è passato a rappresentare il buio, l’ignoto, il demonio. Un animale da cui rifuggire a causa di queste credenze divulgate dalla Chiesa. Questo mito in accezione negativa è cresciuto poi con le favole” come racconta Mia Canestrini, che all’età di 27 anni ha lasciato la famiglia di origine per seguire un progetto, un sogno.
Per circa dieci anni si è stabilita sull’Appennino Tosco- Emiliano, all’interno del Parco Nazionale e grazie ai fondi di Bruxelles, che oltre venti anni fa ha imposto la tutela e la reintegrazione ambientale dei lupi ai paesi membri dell’Unione Europea, ha potuto realizzare l’esperienza di cui parla nel libro.
“La ragazza dei lupi- La mia vita selvaggia tra i lupi italiani” edito da Piemme, è una storia d’amore, d’avventura e sacrifici. Un libro salvifico: salva il lupo dalla diffamazione e gli uomini dalla presunzione di conoscere e controllare ciò che dal mondo animale hanno ancora da imparare.
Lettura scorrevole, l’autrice adotta lo stile della narrazione e senza cadere in tecnicismi ostili ai profani ci regala un saggio completo e competente riguardo all’intera esperienza di studio e di vita con i lupi, sfatando molti miti e diverse bufale che i media spesso ci propinano.
Sin dalle prime pagine è subito chiaro che Mia è una donna intrigante.
“Abbiamo litigato per anni, io e me… È tipico delle donne litigare, tanto che alla fine litighiamo persino con le noi che vorremmo essere e non siamo, con le noi che siamo diventate e non avremmo voluto, con le noi piene di rimpianti o rimorsi, con le noi troppo deboli o troppo perfette.”
È evidente che accanto alla ‘lupologa’ competente (ama definirsi così, nonostante la Laurea in Scienze Naturali e la Specializzazione in Conservazione della Biodiversità animale) ci sia una molto sensibile, che guarda alla natura con la stessa meraviglia che hanno i bambini quando vedono le cose per la prima volta, nonostante abbia 38 anni e tante esperienze.
Senza darsi inutili arie di chi pur essendo in cammino si sente già arrivata e conclusa, Mia ammette di aver commesso degli errori di valutazione “Lascio brama di meriti e gloria a chi ha voglia di prendersele. Io posso dire di essermi divertita molto… ma anche di essermi sbagliata grossolanamente nel gestire il mio lavoro qua. La verità è che ho sbagliato perché avrei potuto essere una grande figlia di puttana e invece ho scelto il passo indietro.”
Da qui nasce il desiderio di conoscere ciò che va oltre la storia di questa Mowgli donna, che attraverso il ricorso agli archetipi umani in forma animale, ha utilizzato la narrazione al fine di poter effettivamente ed efficacemente dichiarare conclusa questa fase della sua vita.

La “lupologa” la conosciamo attraverso il libro che hai scritto, parlaci adesso della donna. Chi è Mia?
“Mia è quella della frase oggetto di polemiche in questi giorni, la donna che fa un passo indietro. Lavoro in un ambiente prettamente maschile, anche se non mancano in realtà le donne. Tranne in un caso particolare in cui c’è Francesca Marucco a capo di un progetto importante, e lei è una donna molto tosta, poi per il resto in questo ambiente sono tutte donne un po’ come me.
Quell’umiltà, che non so se sia davvero una qualità, è quella che mi ha fatto dire quando ho iniziato a 25/27 anni: va be, non ho molta esperienza, c’è chi ne ha più di me, non importa se sia uomo o donna… mi tengo un passo indietro. Poi avrei potuto lanciarmi un passo avanti, ma non l’ho fatto.
Perché? Non lo so, sono come quelle donne che accettano di stare indietro rispetto all’uomo che hanno accanto, piuttosto che al collega, al medico importante, professore o zoologo.
Sto molto attenta a non ripetere l’errore. Lasciare che un compagno condizioni la mia vita e le mie scelte lavorative è stata un’esperienza che appartiene al passato. Finalmente ho trovato una persona molto diversa, con cui riesco a rapportarmi in modo più chiaro e semplice, un rapporto le cui debolezze sono chiare quanto i punti di forza, il mio attuale compagno fa un’attività completamente diversa dalla mia, per cui non si entra in competizione. Siamo in due con un progetto di vita in comune.”

La scelta di ‘rinchiudersi’ nella natura, ad un isolamento voluto così nel parco tra i lupi è stata una fuga?
“Diciamo che l’ho affrontata con molta leggerezza, è un tipo di isolamento che allontana da qualsiasi tipo di problema. Scegliendo di fare quella vita hai una missione da portare a termine, ti concentri solo su quella, tutto il resto intorno scompare. Quindi le relazioni con gli altri, gli affetti, ho lasciato tutto e tutti a valle. Tendo a stare molto bene da sola, probabilmente perché vengono meno tutti quei problemi che può portare l’interazione con l’altro. Le aspettative, le incomprensioni, i compromessi. Ho fatto dieci anni come un eremita.”

In un passo del tuo libro una lupa femmina ti suggerisce di scappare, ma non da lei, bensì da…
“…Da un compagno. Dalla storia si capisce che ho una separazione in corso. Una relazione chiusa tre mesi prima di scrivere il libro. È qui il passo indietro è doppio, perché non mi sono fatta indietro a favore dei colleghi uomini, ma mi sono fatta indietro a favore del mio ex compagno, che era anche un collega di lavoro! C’è stato un vero e proprio sacrificio, fatto per evitare conflitti. Avevamo lo stesso contratto, ma per evitare i conflitti di coppia evitavo anche le competizioni a lavoro.
Spesso accadeva che poi esplodevo e così ci ha rimesso il lavoro. Ho dato le dimissioni perché non avevo piacere a continuare a lavorare in un ambiente ostile. Ho imparato una grande lezione, adesso sto molto in allerta.”

Hai mai subito molestie di qualche genere sul lavoro?
“Ho lavorato per dieci anni in un ufficio dove esisteva la parità numerica, uomo- donna, ma di fatto le donne si trovavano sempre in una posizione di inferiorità, pochi riconoscimenti professionali e credibilità. Ogni tanto ti veniva fatto il complimento, venivi valorizzata, ma era raro. Non accadeva di certo in eventi ufficiali importanti, lì si elogiava sempre un uomo. E alla lunga questa umiliazione dà fastidio. Inoltre, si prendevano la libertà di dire cose offensive, sminuenti, o il collega nervoso che si sentiva in diritto di dirti: Ti darei un calcio nel culo, che a ripensarci adesso lo attaccherei al  muro! Tutte le donne con cui mi sono confrontata in ufficio pensavano quel che pensavo io, si sentivano umiliate come me e tutte quando si è concluso il contratto hanno chiesto che non gli venisse rinnovato. O si sono licenziate come ho fatto io, mi ci hanno portato. Abbiamo subito un mobbing sottile, fatto di silenzi, di mancati saluti, di informazioni incomplete sui dati, di giudizio sugli errori commessi per questa ragione, di non gratificazione…
Considera che questi problemi a lavoro li ho avuti perché sono incappata nelle figure maschili sbagliate, dentro l’ufficio proprio. Ma il resto dei componenti dell’Ente Parco, anche ai piani altissimi erano tutti molto cordiali e accoglienti con me ed hanno sempre valorizzato la mia professionalità. Non ho mai detto nulla al riguardo di questo esito poco felice di questa esperienza lavorativa, mi sono resa conto che è un problema che accomuna molte donne, ci ho riflettuto l’altro giorno quando seguivo la polemica su Amadeus e Sanremo, anche se Amadeus mi sta simpatico probabilmente ha sbagliato per stanchezza, chissà…”

Rimpianti? Sacrifici?
“Ho sempre avuto il rimpianto di non aver fatto un’esperienza di vita all’estero, non so ancora cosa farò in futuro, ma so che vorrei stabilirmi fuori dall’Italia per un po’. In merito alle rinunce mi è mancato coltivare una sfera culturale, perché chiusa a riccio in un’unica esperienza lavorativa, un po’ per passione, un po’ perché le dinamiche lavorative ti limitano nel poter pensare ad altro, un po’ per geografia, ma si finisce con l’inaridirsi. Sembra banale, scontato, ma andare ad una mostra, confrontarsi con la società, guardare un film, viaggiare, sono cose stimolanti che ti aprono la mente anche professionalmente. Vivo a Milano da qualche mese, e ho riscontrato che i primi tempi avevo difficoltà a sostenere una conversazione che non fossero nozioni prettamente scientifiche o avessero per tema i lupi… ho quantificato quanto sia stata limitata la mia vita in quei dieci anni.
Hanno tutti un’idea molto romantica di questo lavoro, ma pochi realizzano quanto sia sacrificante.
In Inverno si seguono i lupi anche per chilometri sulla neve, in estate notti intere svegli cercando di compilare i dati di rilevamento, resta un lavoro comunque precario perché nessuno è interessato ad assumere a tempo indeterminato per tutelare la biodiversità dei lupi nel territorio.”

Cosa ti ha insegnato questa esperienza con i lupi?
“Ho imparato a leggere la natura come fosse un libro. Osservando i lupi ho capito che qualunque scelta deve portare ad essere liberi”.

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