Michele Guardì: cinquanta anni di carriera, di storia della Rai, della televisione e del Paese

luglio 20, 2018

 

 

 

Daniele Lo Porto

CATANIA – Arriva in ritardo e si scusa. “Colpa della mia essenza di paesano: non mi sono fidato del navigatore e cercavo via Milano secondo logica geografica ed ho fatto tre giri inutili prima di trovare la traversa giusta…”, dice Michele Guardì, autore e regista televisivo. Ma alla fine è arrivato a destinazione, la sede di eCampus Università, dove ha ricevuto un premio alla carriera “tra le più lunghe e versatili della storia culturale del nostro Paese, declinata tuttora con cura linguistica attraverso tutti i principali strumenti comunicativi e di spettacolo”, scrivono nella motivazione il rettore Enzo Siviero e il pro rettore Lorenza Lei, già direttore generale della Rai.

Possiamo dire, allora, che appartiene a pieno titolo non solo alla storia della televisione e della Rai, ma anche dell’Italia in questi ultimi cinquanta anni?

“Non esageriamo…Ho sempre paura di coloro che si commemorano da vivi. Ho fatto tante cose, alcune belle, e devo ringraziare chi mi ha consentito di farle e avere una vetrina importante come la Rai è stato un privilegio. Ringrazio la professoressa Lei, anche in questa occasione, perché mi ha consentito quand’era alla Rai di mettere in scena spettacoli che poi hanno avuto grande successo”.

Come è nata la vocazione per lo spettacolo, l’intrattenimento?

“Da ragazzino ascoltavo la radio, in particolare una trasmissione “Campanile sera” e prima ancora “Campanile d’oro” che fu vinto dalla città di Palermo. Da allora mi fissai con la radio e poi con la televisione.”

La “bella televisione” degli anni Sessanta ha formato gli italiani e unito veramente il Paese più della politica…

“Certo, a cominciare dal dal maestro Manzi che ha insegnato agli italiani il modo di esprimersi correttamente, quando ancora il tasso di analfabetismo era altissimo. Ci sono stati anche brutti programmi, ma non miei, che hanno creato disaffezione, fortunatamente di numero ridotto e non li ricorda più quasi nessuno. Ma la storia è questa: cose positive e cose negative. Per la trasmissione “Due come noi” con Ornella Vanoni e Pino Caruso scrissi una canzone dove si raccontava con nostalgia il passato, ma nel passato c’erano anche i barbari, le crociate, le guerre fratricide”.

Chi la lanciò in Rai?

“Sarò sempre debitore di Pippo Baudo: grazie a lui entrai in televisione cominciando dalla serie A, per usare un’espressione sportiva. Allora facevo cabaret, con uno spettacolo “il Municipio” con attori agrigentini (Enzo Bonelli Giusy Carrera Bettino Parisi) che hanno contribuito al mio successo. Mi venne a vedere Baudo invogliato da Tuccio Musumeci e da lì Baudo mi propose una trasmissione collegata alla lotteria di capodanno. Baudo può dire “l’ho inventato io”, così come inventò Beppe Grillo”.

Da Baudo e Guardì a Nino Frassica e Rosario Fiorello, protagonisti della televisione, e non solo, italiana da decenni, anche loro siciliani…

“Sono artisti di assoluto prestigio e di grande capacità. Frassica è un grandissimo comico. Il mio amico Marcello Marchesi diceva: ci sono due tipi di comici, quelli che fanno ridere e quelli che non fanno ridere, diffidate di quelli che non fanno ridere. Fiorello ha una creatività unica, lo paragonerei a un moderno Walter Chiari, se si può fare il paragone”.

I prossimi progetti di Michele Guardì?

“Ho appena finito di scrivere il secondo romanzo dopo “Femminedda”. Tocco sempre temi meridionali, questa volta la politica. racconto quello che avveniva nei paesi negli anni Settanta e mi serve per smontare il mito della furbizia dei siciliani. In un paesino viene mandato un torinese per fare ordine in un partito politico che aveva contraffatto delle tessere. Inizialmente viene preso per scemo, ma poi alla fine vince lui. E poi guardo tanta televisione, non per giudicare o criticare, ma per imparare a fare cose belle ed a evitare quelle brutte”.

Dal Giornale di Sicilia

 

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