Migrazione, migranti e comunicazione


 
 
NOTO – Il Dipartimento di Scienze Cognitive, Psicologiche, Pedagogiche e Studi Culturali dell’Università di Messina in collaborazione con il CUMO (Consorzio Universitario del Mediterraneo Orientale), con il patrocinio dell’ACMS (Asociación Castellano-Manchega de Sociología), del P.I.C. AIS (Sezione di Processi e Istituzioni Culturali dell’Associazione Italiana di Sociologia), dell’A.Ge.I. (Associazione dei Geografi Italiani), del CRISCAT (Centro Internazionale di Ricerca per le Scienze Cognitive Teoriche e Applicate), del Gruppo di lavoro di Sociologia della Comunicazione e del Linguaggio della FES (Federación Española de Sociología) e dell’Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale, hanno organizzato un convegno internazionale che, attraverso il contributo di studiosi ed esperti, si è posto l’obiettivo di esplorare i linguaggi utilizzati nell’affrontare le dinamiche migratorie della popolazione mondiale.
All’indomani della morte di Zygmunt Bauman, uno dei più originali studiosi della società contemporanea, le sue riflessioni sul dramma dei migranti come “distopie che camminano” al tempo della globalizzazione dell’umanità appaiono come uno strumento euristico che consente di problematizzare le implicazioni culturali e sociologiche delle rappresentazioni dei flussi migratori.
Pertanto, alla luce dell’importanza che le migrazioni internazionali assumono nel dibattito sociale e geo-politico contemporaneo è necessario ripensare le categorie interpretative fin qui utilizzate per leggere le dinamiche migratorie. In particolare il convegno intende discutere ed individuare nuove direzioni d’indagine sui seguenti temi:
rappresentazione dei migranti nei media europei; disuguaglianze della globalizzazione; sociografie delle migrazioni;
opinione pubblica e diritti umani; pluralismo culturale; inclusione ed esclusione sociale; media e processi interculturali; pratiche discorsive sulla cittadinanza; marginalità sociale; drammatizzazione del terrorismo;
Giuseppe Idonea, coordinatore Regione Sicilia dell’Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale, nel suo intervento ha sottolineato qual è il ruolo della comunicazione pubblica in relazione al fenomeno delle migrazioni. “Per meglio comprenderlo bisogna conoscere il meccanismo di condivisione delle informazioni, la loro natura, le modalità di somministrazione, gli utilizzi orientati, la trasparenza e il libero accesso alla corretta informazione come diritto naturale ed universale.
Il fenomeno migratorio così come lo conosciamo adesso è il prodotto di una rappresentazione che ci viene somministrata unilateralmente senza poter in questo modo interagire, comprendere, prendere consapevolezza ed entrare nel merito delle questioni ad esso correlate per poter essere giustamente parte attiva e contribuire per le nostre competenze sia come cittadini che come società civile.
Il sistema della comunicazione di massa, pubblica e privata, ormai da tempo ha abdicato verso un modello di spettacolarizzazione degli eventi e con particolare riguardo a quelli che toccano la maggioranza della pubblica opinione e i “nervi scoperti” della società. Questo avviene spesso in momenti e circostanze che, per la loro natura si trasformano in occasioni di contrasto invece che di confronto, in pratica sono eventi tipici nella naturale trasformazione di una società articolata come quella europea che si distingue da sempre per culture diverse e marcate differenze sociali e quello della migrazione, appunto rappresenta un nodo di frizione che alimenta una strumentalizzazione (consapevole o incidentale) dei reali accadimenti, infatti ormai da tempo viviamo il migrante come un soggetto che sia nell’iconografia che nella narrazione risulta essere tutto quello che noi non vorremmo mai essere, mentre nella realtà non è assolutamente così – ha sottolineato Giuseppe Idonea -. Assistiamo ad una sceneggiatura che privilegia l’aspetto relativo all’intervento umanitario con riprese televisive, dibattiti, notiziari che in un loop infinito continuano a marcare i frame su scene strazianti ed interventi coraggiosi per poi subito dopo in dissolvenza incrociata passare al migrante già sul territorio che si è reso colpevole di delitti odiosi. Questa contrapposizione impedisce di sviluppare una coscienza critica ed equilibrata che di fatto sposta il focus dal vero nodo della questione ovvero l’integrazione. Bene, di questo poco o niente si dice se non che con iniziative che appaiono ai più come un tentativo di tamponare l’insussistenza di reali politiche volte a superare lo scoglio delle differenze culturali, sociali e religiose.
Tutti argomenti questi che a seconda di chi si trova al potere vengono utilizzati come un’opportunità o branditi come una clava, sappiamo bene come funziona in altri paesi, dove esistono sistemi sociali che anche se complessi nella loro multirazzialità utilizzano un modello ben rodato a cui riferirci, non perfetto se vogliamo ma sempre perfettibile, dove la questione del colore e dell’etnia sono trascurabili rispetto al contributo che rappresentano nel contesto sociale e produttivo, il meltin pot relativo all’immissione di nuove culture in un sistema complesso come quello del nostro Paese, che contiene da sempre diversi “popoli” nel suo territorio, la paura archetipale dello “straniero”, la tendenza all’avversione verso tutto ciò che ci risulta ignoto e agli altri “nodi” di frizione sociale, contribuiscono a creare un conflitto strisciante e continuo a bassa intensità (che oggi, lo ricordo è alimentato anche dall’unico strumento di partecipazione attiva: i social media…) che invariabilmente, se non governato con un confronto costruttivo conseguente ad una informazione esaustiva e corretta, porta ad effetti devastanti nelle interazioni fra noi e gli altri, siano essi stranieri, migranti o il nostro vicino di casa.
Ma può la contrapposizione tra la realtà e la narrazione esistere in una società che da tempo, al pari del vero cibo, si nutre di informazione? Si possono ad esempio eludere un approfondimento aggiornato e puntuale sui motivi che portano un popolo a fuggire dalla propria terra a immaginare un mondo ed una vita migliore in un paese come il nostro o come quelli a noi vicini? Purtroppo tutto questo avviene ed i motivi sono sempre gli stessi: opportunità, consenso, interesse, contesto politico ed economico.
Le questioni suesposte rappresentano il preambolo di questo breve intervento che serve ad introdurre la questione che sta più a cuore a chi si occupa di comunicazione ed informazione pubblica ed istituzionale: la verità, la correttezza e la trasparenza che per il soggetto pubblico rappresentano un obbligo che non può essere negoziato. Purtroppo c’è una forte differenza tra quello che vediamo e sentiamo e quello che realmente avviene; dicevo prima dei motivi che portano un soggetto pubblico a raccontare le vicende in un modo diverso da com’è, questo avviene perché spesso il diritto del cittadino passa in subordine, come se in realtà questi fosse un soggetto terzo, appunto uno spettatore amorfo mentre invece è il vero committente. L’etica impone una democrazia partecipata dell’informazione perché ci sono sia le leggi che gli strumenti, uscire da questo sistema ingessato che cambia continuamente format e contenuti su vicende come quella dei migranti che abbisognano di tempi e velocità diverse rispetto alla capacità di assimilazione del cittadino, consente anche una transizione ponderata della nostra percezione dello “straniero”, ancora adesso, aldilà delle ipocrisie, si vive con fastidio e disagio la presenza di queste persone che spesso hanno trasferito la loro grama sopravvivenza nelle nostre città, le si vede per esempio bivaccare e chiedere insistentemente l’obolo, se queste sensazioni vengono raccolte, approfondite, processate e somministrate in modo orientato o superficiale, il messaggio massivo e ciclico che arriva al cittadino sarà quello che questi sono invasori che stanno inquinando la nostra società e che presto ne prenderanno il sopravvento per poi farci diventare come loro adesso.
Appare evidente che la soluzione risieda nel processo di cambiamento che deve passare attraverso il rispetto delle leggi e il dovere di una corretta e veritiera informazione ma anche (e principalmente), attraverso una rinnovata responsabilità ed attenzione dei cittadini per le loro istanze ed i loro diritti sino ad oggi delegati acriticamente a quanto viene offerto.
L’impegno pubblico per il diritto alla conoscenza in un paese moderno e civile oltre che un dovere è un’opportunità, le grandi migrazioni sono ricorrenti nella storia dell’umanità, nel nostro caso le distanze sono ridotte perché spesso avviene tutto nel bacino del mediterraneo che non è un oceano, è quasi il nostro giardino; come paese l’Italia sta facendo tanto, spesso aldilà delle sue disponibilità con grande dispiegamento di mezzi, anche diplomatici, sappiamo bene che il fenomeno non sarà di facile soluzione e che occorrerà ancora tanto tempo. Una informazione libera ed una comunicazione etica e trasparente potranno aiutare senz’altro a raccogliere il consenso e l’aiuto del cittadino che se consapevole rappresenta una risorsa che può senz’altro contribuire nel quotidiano, al processo di integrazione che una democrazia moderna e civile ha il dovere di promuovere e preservare.

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