Monitoraggio continuo contro l'agromafia


|Daniele Lo Porto |

CATANIA –  L’operazione “podere mafioso” non è altro che la punta di un iceberg che galleggia nell’oceano delle agromafie, business per milionari che inquinano il mercato del lavoro, la produzione agricola, il sistema economico dell’intero comparto agricolo. Colletti bianchi, funzionari pubblici e clan mafiosi: una vera e propria organizzazione criminale.

Cosa si può fare per prevenire o intervenire tempestivamente? Lo chiediamo a Nino Marino, segretario generale della UILA, la sezione agricoltura della UIL.

“Occorre un monitoraggio costante delle aziende che potrebbe far emergere subito quelle reali, che producono reddito e ricchezza, pagano stipendi e versano contributi e quelle che sono fasulle, costituite per operazioni truffaldine, che utilizzano lavoratori in nero e sfruttano la mano d’opera. La Guardia di Finanza di Catania ha svolto un ottimo lavoro, indagini lunghe e accurate, ma sono stati necessari anni per poter scoprire questo meccanismo illegale. E’ facile, ad esempio, verificare se un’azienda che, per esempio nella fase del raccolto, avrebbe bisogno di dieci operai, li ha assunti regolarmente o no”.

E qual è secondo lei  il modo per prevenire e intervenire tempestivamente?

“Con i sistemi informatici è possibile dialogare in tempo reale, ci sono gli Enti bilaterali composti da imprenditori agricoli e organizzazioni sindacali, ad esempio. Bisognerebbe istituire una sorta di registro del lavoratore in modo tale che ci sia una tracciabilità, né più ne meno di quanto avviene per i prodotti agricoli”.

Quanti sono i braccianti agricoli censiti in provincia di Catania?

“Circa 30.000 – risponde Nino marino della Uila -, a abbiamo motivo di pensare che ce ne siano almeno altrettanti che lavorano in nero e sfuggono ad ogni controllo, con situazioni  gravissime. Nel triangolo Paternò-Adrano-Biancavilla, a forte vocazione agrumicola, sappiamo di una sorta di asta al ribasso per ingaggiare la mano d’opera da portare nelle campagne. Ci sono rumeni che accettano 25 euro, ma anche 20, per un’intera giornata lavorativa. Naturalmente, una paga inaccettabile per i braccianti locali. E altrettanto accade nelle campagne del Calatino, dove la presenza del Cara di Mineo  fornisce manovalanza a bassissimo costo,ma ovviamente anche a bassa specializzazione. Tutto questo non solo produce danni diretti per i laboratori agricoli regolari, va venire meno la mancanza di contributi ed altro, ma costituisce anche una miccia pronta a far esplodere il conflitto sociale”.

Ma la  responsabilità, ovviamente, a parte organizzazioni criminali come quella individuata dalla Guardia di Finanza di Catania, è anche dei singoli imprenditori agricoli che pensano di abbassare i costi del lavoro ricorrendo al “nero”, invece che applicando i contratti. Così, comunque, non si creano un disequilibrio anche nel mercato della commercializzazione?

“Certo, purtroppo è un problema di cultura imprenditoriale e spesso di cultura generale. Ma si tratta di aziende che non hanno futuro se ricorrono a questi mezzi, che non possono crescere, né pensare di superare i confini del mercato locale. Conviene essere in regola, sempre, costruire un percorso di legalità e trasparenza, e su questo come sindacato siamo impegnati con le associazioni di categoria CIA, Confagrcoltura e Coldiretti per stilare un Codice etico, per sostenere premialità concrete per le aziende sane che applicano i contratti – sottolinea Nino Marino -, in modo tale che possano crescere. Il mercato della produzione agricola è in forte espansione: bisogna dare da mangiare all’intero pianeta e secondo le previsioni nei prossimi dieci anni il fatturato sarà raddoppiato. E poi da parte del consumatore c’è una crescente attenzione per i prodotti tipici, di qualità, bio che danno alto valore aggiunto”

Torniamo alla truffa da 1,5 milioni di euro: è un danno per l’INPS, ma anche per i lavoratori regolari?

“Certo: sono state sottratte risorse economiche limitate che servono per pagare le indennità di disoccupazione. Il bracciante agricolo è un lavoratore stagione, precario che svolge un’attività pesante. Condizioni climatiche e di mercato possono costringerlo a restare a casa anche 3-4 mesi l’anno e l’indennità di disoccupazione è una fonte di reddito di vitale importanza. Non bisogna neanche sottovalutare il loro lavoro, che spesso è qualificato e specializzato, come quello dei potatori”.

Dal Giornale di Sicilia

Send a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *