Catania, la città ossimoro

luglio 29, 2018

 

 

Alfio Franco Vinci

Alcuni mesi fa il segretario generale della CGIL etnea, Giacomo Rota, uomo che da sempre apprezzo non solo per la sua coerenza ma anche per la sua cultura mai di parte, definì “Catania città ossimoro”. L’espressione usata venne ripresa nel titolo della intervista e suscitò alcune perplessità. Visto il contesto legato all’economia della città alcuni pensarono, considerato l’immeritato appellativo di Catania “Milano del sud”, che fosse una nuova ricetta per definire il piatto tipico meneghino; altri invece che volesse stuzzicare il colto usando un lessico abbastanza desueto e comunque fuori dagli schemi essenziali del sindacalese.
Leggendo con attenzione era semplicemente la constatazione di una realtà comunque incontrovertibile: Catania è un ossimoro, una contraddizione sempre e comunque. La Sicilia di oggi titola: “Caffè concerto una catastrofe, troppe restrizioni”.
Se i presidi ai varchi e forme più stringenti di controllo e prevenzione adottate quest’anno dalla Polizia municipale ed altre forze dell’ordine, sicuramente non disgiunte dagli effetti di virtuoso contagio prodotti da inchieste tipo ” black job”, che hanno fatto percepire un “cambio di passo” hanno prodotto “la catastrofe economica” dei caffè concerto e della cosiddetta movida nel centro storico, c’è qualcosa che non va.
Se le regole, finalmente applicate, da anni invocate da cittadini, residenti e, apparentemente condivise dagli esercenti, oggi fanno gridare alla catastrofe economica ecco che sbuca L’ossimoro.
Lo sviluppo economico si fonda sulle regole. Se la prosperità si realizza in assenza di esse diventa un’altra cosa; dalla deboscia nessun bene permanente può nascere.
E allora forse, per tanti anni ci siamo riempiti la bocca col vocabolo sbagliato: non movida ma suburra.

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