Noi no, noi mai

ottobre 22, 2017

| Salvo Reitano |

Supponiamo che gli ultimi sondaggi di opinione siano attendibili e che l’ultima indicazione del sentire popolare risulti inequivocabile. Niente male. Secondo alcuni istituti di sollecitazione scientifica dell’elettore, nella disfida del prossimo 5 novembre, a  poco più di due settimane dal voto regionale, il risultato resta sempre aperto.
A ricognizione effettuata, gli esploratori delle inclinazioni politiche danno i risultati delle proiezioni per plausibili. Gli esperti politologi si riservano l’analisi retrospettiva, e noi aspettiamo l’andamento delle maree.
Quest’Isola, stancamente marina, mi ricorda l’abbazia di Mont Saint-Michel sulle coste normanne. Il mare va e viene, prende andamenti stagionali e, soprattutto, segue le fasi lunari. Basta un trasalimento del satellite per esaltare la forza dei flutti o deprimerli e appiattirli.
Comunque sia, stabilito che gli esiti dei sondaggi riposano sui conteggi, supponiamo pure. E immaginiamo che la goletta dei candidati alla presidenza, la randa a brandelli, il bompresso penzoloni, il trinchetto decapitato, le stive allagate, nonostante i presunti galeotti che compongono la ciurma, tenga il mare di novembre a ridosso dell’estate di San Martino, e riveli perfino un moto di orgoglio nel prendere il vento dentro quel che resta delle vele. Come agire da quel momento? E cosa decidere per noi volendo davvero essere non parte, “ubbidiente”, di uno schieramento ma orgogliosamente siciliani?
Intendo, per dirla facile: cosa scegliere di fare per restare aggrappati al sogno di una Sicilia migliore? A chi affidare il timone?
Vado chiedendo alla gente che mi capita di frequentare e lo chiedo a voi lettori: vi sentite davvero pronti per una scelta ponderata, amabili amici? Si? E votate Musumeci oppure siete orientati su Cancelleri? Date fiducia a Micari o preferite Fava? O nessuno dei quattro e tenete per La Rosa?
D’accordo ho capito. Rivelatemi allora cosa vi aspettate da questi signori dopo il voto: con il lavoro che non c’è, la sanità che non funziona, la giustizia che latita, la scuola allo sbando, la continuità territoriale inesistente con le strade ridotte a trazzere, gli immigrati che a migliaia continuano a sbarcare nelle nostre coste. Cosa vi aspettate? Sia da chi vince per poco, sia da chi perde appena. Perché, ne converrete, tutto si può fare ma non niente come d’abitudine. Come negli ultimi decenni.
Ne parlavo ieri mattina con un gruppo di amici camminando lungo un sentiero in salita, appena oltre le colline dell’Etna. E mi sono trovato a pensare come la mia condizione di cittadino disastrato, io come tanti di voi, abbia toccato un livello così basso da rendere corroborante un elementare percorso tra querce, castagni e betulle.
Respiro colline per quanto è largo l’orizzonte. Ne faccio il pieno per non arrivare al 5 novembre come si arriva all’esame di maturità: ad ansiolitici.
Credo che anche gli altri che salgono il sentiero sterrato con me sentano il progressivo allontanarsi da Musumeci, Cancelleri, Micari, Fava, La Rosa e tutti i candidati delle liste a supporto.
L’abitato, volgendo lo sguardo indietro, è ormai remoto. Stinge nella foschia il mare che bagna Catania. Il fischio del merlo scandisce ore diverse. Il vento leggero nel giubbino. Il sole in divenire sulla soglia della macchia mediterranea. C’è ancora, esiste davvero questa Sicilia da rivista di viaggi in carta patinata. E già questa è una fortuna.
Quando, finalmente, raggiungiamo la cascina degli amici che ci aspettano, il barbecue già scoppiettante di carbone fiammeggiante, splende su di noi un mezzogiorno luminoso e custodito.
Appena più a monte mucche e vitelli pascolano sul ricurvo delle colline. Il replicarsi delle campane dei paesi vicini come sottofondo favorisce il distacco da tutto ciò che è la Sicilia in campagna elettorale di questo ottobre 2017 anno del Signore.
E non mi rendo conto se qualcuno ha detto qualcosa che suonava uguale alla strofa di una canzone o gli somigliava soltanto. Ma, improvvisamente, vedendo che siamo tutti insieme una tribù che vuole salvaguardarsi dal potere collego la frase a “Noi no”, una canzone di Claudio Baglioni che è un inno alla ribellione e al non lasciarsi sopraffare, perché come ha spiegato lo stesso artista durante il concerto live “Da me a te”: “Un giorno la storia darà ragione a chi nella vita perde e la cambieranno questa storia coloro che pur perdendo sapranno vincere. Vincere sugli sciocchi, sui potenti, sulle persone senza fantasia”.
Così prendo a ripassare la frase lapidaria: “…noi, noi no, noi o noi mai più rubati noi che mai  finimmo di aspettare provando a vivere e non vogliamo andare in paradiso se lì non si vede il mare noi no, noi, noi no, noi o noi mai più rubati noi, noi no …”. Mai più rubati. E già, perché la vita, amici miei, è tutto meno che una favola, che prima o poi a uno può toccare di essere messo alle corde dai legionari di un qualche impero.
Mucche e vitelli alzano il volume ai campanacci. Il sibilo del vento è un arrangiamento nature. Ho il sole in faccia. Sento il calore che mi avvolge. Una carezza di raggi. Canticchio e fischietto la canzone e gli altri fanno il coro.
La Sicilia è stata da sempre terra di conquista. Lo è ancora, inutile nascondersi. Il meraviglioso  territorio dove viviamo è occupato da legioni con nuovi e vecchi consoli, proconsoli  ed eurocesari mentre a noi tocca patire l’assedio. Per questo  quell’urlo baglioniano, “noi no, noi mai”, è come una liberazione.
Andiamo a votare il 5 novembre. E’ un diritto e un dovere insieme. Ma questa volta scegliamo senza farci abbindolare dalle promesse dei soliti mercenari della politica che questa terra l’hanno massacrata, derubata, depredata e ora si apprestano a completare l’opera.
Suona un clacson lungo la provinciale. Tutta la Sicilia occupata? No, noi no, noi mai. Non ci faremo sopraffare.

 

One Comment

  1. Carlo Barbieri

    ottobre 22, 2017 at 8:28 am

    Articolo bellissimo che condivido. Sono sicilianissimo ma per fortuna non residente, e quindi mi è risparmiata la dolorosa scelta. Dolorosa anche perché consapevole che alla fine il voto è un fatto di massa: se la massa ragiona, è un’arma puntata su chi la guida, per tenerla a bada e chiedere il rispetto del contratto elettorale; se non ragiona, è un’arma puntata su se stessi. E a tirare il grilletto sono ignoranza, bisogno, disperazione, miopia. E purtroppo si tratta di merce di cui abbiamo gli scaffali pieni. E alcuni di noi, non solo gli scaffali.

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