Paolo Magnano, il seminatore catanese di stelle d’impresa. Le start up vincenti sono quelle all’interno di ecosistemi aperti

luglio 15, 2019

di Saro Faraci il “Professorista”

Un’altra puntata di #startupmystory. Con una storia di start up innovativa d’eccellenza universitaria che racconta al suo interno un ventaglio di affascinanti storie d’impresa, alcune andate bene, altre ancora sul nascere, altre di grande potenziale che purtroppo si sono fermate. Tutte storie che ruotano intorno al medesimo protagonista. Lui è Paolo Magnano, nato a Catania, classe 1964, dunque espressione della generazione X; «troppo tardi per essere un baby boomer della ripresa ruggente e troppo presto per diventare un millennial nativo digitale, ma “schiacciato” tra il sogno americano e l’incubo delle Torri gemelle» ci tiene subito a precisare. Lo abbiamo intervistato nella sua casa di Viagrande ed è stato un lunghissimo colloquio.

-Ad un uomo di mezza età con così tante esperienze, si può chiedere di presentare il proprio curriculum professionale? Chi è Paolo Magnano?

«Come nel romanzo di Douglas Coupland che ha dato il nome alla mia generazione, mi sono formato autonomamente in quel contesto economicamente insicuro e privo di valori che negli anni ottanta e novanta ha prodotto solo tanta musica e buoni disc jockey. Il mio curriculum è come un “Bildungsroman, un romanzo di formazione, che inizia con l’esperienza industriale in cui conosco le regole del marketing operativo, la prassi di saper timbrare un cartellino e la cultura di impresa che per fortuna acquisisci se capiti nel posto giusto»

-Poi sarà successo qualcosa, mi pare di capire.

«Poi vivo il passaggio verso il fantastico mondo della pubblicità dove elaboro importanti esperienze su quello spazio metafisico che sta tra il prodotto e il suo consumatore, dove imparo a leggere, scrivere e immaginare. Successivamente sviluppo l’attività di consulente di direzione in cui imparo il confronto e il dialogo con i vertici del sistema impresa e un po’ anche a fare l’imprenditore di me stesso»

-E di te come persona che ci dici? Non si vive di sola impresa…

«Completo il deal personale con una passione per il giardinaggio, per il soul jazz e per i cani pastori tedeschi, con una moglie (Francesca Maraviglia, n.dr.) che si occupa di impresa agricola ed economia rurale e due figli (Benedetta e Manfredi, n.d.r.) che da qualche anno frequentano le università olandesi senza essere cervelli in fuga ma solo due normali ragazzi dai confini molto ampi»

– Da affermato manager ad imprenditore, e per giunta di nuova generazione come gli startupper. A cosa è dovuto questo “salto” professionale?

«Ho sempre lavorato con imprenditori che hanno inteso la propria azienda come un ecosistema aperto che cresce con la qualità delle idee e delle persone. Tutto ciò mi ha reso libero di interpretare l’azienda e le sue strategie anche da protagonista; devo tutto a questi uomini illuminati che hanno creduto nel talento e nella buona volontà di chi li ha accompagnati per un pezzo della loro strada. Dopo il fallimento di Lehman Brothers e la crisi del 2008, questi uomini sono diventati merce rara. Nel 2012, da direttore generale di un’azienda che provava ad entrare nella filiera ortofrutticola europea, ho sentito il tonfo pesante del crollo dei mercati internazionali; la perdita di competitività del sistema agricolo ha portato al licenziamento di decine di persone che lavoravano con me, compreso il mio»

– Quindi cosa è successo dopo la crisi e il licenziamento?

«Durante quella vicenda, devastante sotto il profilo umano, sono stato attratto da una frase che trasformerà il nostro mondo attuale e la mia visione di esso: “within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough …”. In tre parole rivoluzionarie “whatever it takes”, il presidente della BCE Mario Draghi ci trasmetteva tutto il necessario per elaborare il pensiero di una nuova formula di crescita, studiando qualcosa che prima non conoscevamo. Credo che oggi, tutto ciò di cui stiamo parlando venga da quel momento»

-Grazie a Draghi, quindi hai deciso di vivere diversamente il mondo dell’impresa. Ti ritieni allora un imprenditore per vocazione, per passione, per necessità o cos’altro?

«No, non riesco a definirmi imprenditore e forse non potrò mai esserlo. Ho vissuto il sogno d’impresa a fianco di decine di uomini che quando mi parlavano della loro mission rivolgevano i loro occhi in alto verso destra. Significa, nella scienza della programmazione neurolinguistica, che la persona sta proiettando la sua visione in una nuova immagine. Si tratta di qualcosa di inventato e non di ricordato; l’imprenditore è colui il quale riesce a rendere azione, materia e magia quell’immagine che solo lui sa codificare. Il mio compito è stato di codificare quella sua visione e trasformarla in atti concreti»

-Dunque l’impresa per te cos’è?

«Oggi per me l’impresa è un algoritmo, ed è l’utilizzo perfetto, quasi scientifico, di tutti quegli strumenti e del sapere che ne abbassano il rischio e la rendono attrattiva agli investimenti»

-Adesso passiamo alla start up. Come si chiama la neo impresa di cui sei amministratore e cosa fa?

«Sono il riferimento per l’Italia di una società di investimenti con base nell’Irlanda del Nord che mi ha chiesto di elaborare e proporre progetti a forte valenza industriale proprio nell’indirizzo della sostenibilità green, nel settore dell’health-care e in tutte quelle attività in cui l’uomo è al centro del processo di crescita. Nell’orbita di alcune loro acquisizioni internazionali nel settore dei medical device, sto collaborando alla creazione di un’impresa italiana di cui sono attualmente il CEO. Si tratta di una sturt up innovativa che si chiama River Global Scientific Lab»

-Da chi è composta la start up River Global Scientific Lab?

«E’ costituita dalla stessa società di investimenti nord irlandese; da Arianna Menciassi, Professore di Biomedical Engineering alla Scuola Superiore Sant’Anna (SSSA); da Selene Tognarelli dottore di ricerca in BioRobotics alla SSSA e PostDoc and Technologist; da Andrea Cafarelli Biomedical Engineering proveniente dall’Università di Pisa e dottore di ricerca in Biorobotics al Bio Robotics Institute (SSSA); da Alessandro Diodato laureato in Computer Engineering e master in Robotics and Automation Engineering all’Università di Pisa e adesso Ph.D. inBiorobotics presso il Bio Robotics Institute (SSSA). Il mio compito è quello di coordinare amministrativamente questo gruppo di ricerca di eccellente qualità sul settore degli HIFU «High Intensity Focused Ultrasound» (ultrasuoni focalizzati ad alta intensità); si tratta di un’innovativa e molto precisa tecnica di terapia con la quale possono essere distrutte alcune forme tumorali, benigne e maligne, senza incisione chirurgica né inserimento di aghi o cateteri»

-Trattandosi di una spin off nata all’interno della Scuola Sant’Anna di Pisa, l’Università svolge un ruolo importante. In cosa esattamente? Mettendo a disposizione cervelli e laboratori, o anche altro?

«Quando gli investitori internazionali mi hanno presentato il loro programma di acquisizioni, le realtà più significative e avanti nel settore degli ultrasuoni focalizzati ad alta intensità erano di base in USA e in alcuni paesi del sud est asiatico. Specialmente le aziende coreane e cinesi sembravano molto attente alle economie di prodotto ma meno sul quadrante dell’innovazione. Ciò poneva un forte rischio di perdita di valore su alcuni investimenti di acquisizione che il mio gruppo stava programmando perché mancava un centro avanzato che sapesse lavorare sulla ricerca bio medicale e, contemporaneamente, su quella della robotica e del trattamento delle immagini diagnostiche»

-E’un ambito molto specialistico dunque in cui la ricerca diventa trasferimento tecnologico.

«Esattamente. La “Robotic Assisted Surgery” è una branca dell’ingegneria che sviluppa mezzi robotici che consentono all’operatore di praticare un intervento chirurgico manovrando, a distanza, un robot non completamente autonomo ma capace di eseguire manovre comandate. A quel punto abbiamo identificato un’eccellenza della formazione universitaria italiana e con loro abbiamo elaborato un piano di investimenti che si è consolidato nello spin off che ho l’onore di guidare»

-Dunque è qui che si sviluppa la collaborazione con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

«Precisamente. L’Istituto di BioRobotica è uno dei sei della Scuola Superiore Sant’Anna; fondato nel 2011 ha costruito un vasto patrimonio di conoscenze e competenze nel campo della chirurgia, della bio-ispirazione, dei servizi dell’industria neuro-robotica, dell’ingegneria neurale e riabilitativa e delle loro implicazioni etiche, legali, sociali ed economiche. Abbiamo in forza lavoro due dei quattro soci, due stagisti a contratto che in questi giorni sono stati selezionati come finalisti per il Best Student Paper Award dove presenteranno un lavoro sugli HIFU che è stato inviato con il Sant’Anna a EMBC 2019, la maggiore conferenza internazionale di Bioingegneria che si attesta su 6000 partecipanti e una risonanza mondiale»

-La spin off ha usufruito di programmi di mentoring e supporto, ad esempio quelli di incubatori ed acceleratori?

«La società è nata a febbraio di quest’anno ed è ospitata in un luogo magico per chi, come me, è appassionato di archeologia industriale e di storia dei grandi brand. La nostra sede è nell’incubatore del Pont-Tech a Pontedera in provincia di Pisa, al centro del polo dell’innovazione in Valdera, una delle aree più rilevanti, dal punto di vista economico e di sviluppo industriale, della Toscana e dell’intera Italia Centrale. L’area universitaria di Pisa oggi si candida a diventare il centro di eccellenza mondiale della robotica, tanto più in una fase come quella attuale in cui sta decollando l’industria 4.0, frutto della digitalizzazione e automazione di processi e prodotti. L’area toscana, forte di una Università statale e di due Scuole universitarie superiori come Normale e Sant’Anna, quest’ultima appunto con un laboratorio di biorobotica all’avanguardia, ha un posto in prima fila, mettendo in mostra le tante possibilità d’impiego della robotica, dall’istruzione allo spettacolo, dalla medicina alla ricerca scientifica»

-Non è la prima volta che Tu, insieme ad altri giovani, hai avviato, promosso direttamente o sostenuto una start up. Vuoi ricordarci qualche esperienza precedente rispetto a River Global Scientific Lab? In cosa consisteva esattamente?

«Vedo che il “Professorista” è bene informato! Sì, sono molto orgoglioso di quell’esperienza; durante un incontro nel quale stavo valutando alcune aziende che muovevano i primi passi nella Virtual e Augmented Reality, un giovane ingegnere informatico e appassionato di videogaming mi presenta il pitch di un videogioco al quale stavano lavorando. C’erano tutti gli ingredienti per una case history di successo: il genio talentuoso di chi aveva in mente una storia di ottima fattura, la capacità tecnica e tecnologica di un eccellente gruppo di lavoro. Insomma, un’occasione da non perdere se non fosse per un business plan eccessivamente autocelebrativo e poco disponibile verso gli investitori. Velocemente riscrivemmo i patti di ingresso dei finanziatori, le ipotesi finanziarie e tutti gli aspetti del business; a quel punto eravamo pronti per una road map finalizzata a capitalizzare la produzione e il lancio. I capitali arrivarono in un paio di mesi, forse è stata la prima vera operazione di venture capital in Sicilia, e lanciammo il nostro videogioco di nicchia horror che in questo momento sta scrivendo la storia del settore video ludico in Italia»

-Cosa è successo allora?

«Sono stato l’amministratore delegato della società fino al lancio del prodotto, oggi abbiamo il primo capitolo della trilogia Remothered in commercio sulle piattaforme di Xbox, PS4 e PC. Su Nintendo Switch sarà venduto tramite un publisher giapponese che si occuperà anche del lancio sui paesi asiatici e da ottobre con la collaborazione di una società olandese saremo nei negozi worldwide con la versione fisica in cofanetto. Il secondo capitolo è già in produzione e sarà commercializzato dal 2020 da un publisher americano tra i più importanti al mondo che ne ha acquisito i diritti»

-Hai mai partecipato a business plan competition promosse dalle Università? In generale, quanto ritieni importante il gioco a fare impresa?

«La mia formazione è stata “on the job”. Ho iniziato a lavorare molto presto e mi sono mancati i modelli teorici dei role playing e tutta quella vita che caratterizza la formazione esterna all’azienda. Forse è un po’ fuori tema, ma con mia moglie abbiamo voluto che nostro figlio nel suo periodo scolastico partecipasse ad una straordinaria attività che svolge l’associazione dei “I Diplomatici” diretta sapientemente da Claudio Corbino. Si tratta di un periodo formativo che porta alla presentazione, presso la sede di New York dell’ONU, di un modello di tecnica simulativa sui temi della diplomazia e della geopolitica internazionale. Dopo quell’esperienza, mio figlio studia oggi con passione in Olanda alla Leiden University dove ha intrapreso un percorso di formazione sulle governance e sui temi del Global Affairs in un mondo che mai come adesso ha bisogno di competenze eccellenti per una buona politica tra gli stati. Reputo quindi fondamentale il gioco di impresa e sarò felice se magari mi chiamerai a partecipare come ospite improvvisato e un po’ naif di uno dei vostri»

-Domanda da cento milioni di dollari. Come si fa a convincere un venture capitalist, in generale un investitore, ad entrare in una start up? 

«Questa domanda vale un euro perché non esisterà altro modo per finanziare la propria impresa o la propria idea. Nella nostra storia l’unico vero interlocutore destinato a raccogliere le istanze di un nuovo imprenditore è stata la banca la quale ha sempre chiesto quelle garanzie reali che hanno prodotto un modello impresa povera ad imprenditori obbligatoriamente ricchi. Il nuovo mondo di cui ti parlo ha un’offerta a sostegno della nuova impresa che nella nostra vita non s’era mai vista: crowdfunding, equity, business angel, venture, IPO, AIM, bond, valute virtuali e chissà quanto altro arriverà grazie alla crescita delle fintech. Non è mai stato così facile finanziare la propria idea e non è mai esistito un portafoglio così ampio di possibilità»

-Cosa chiede un investitore in particolare? Nella tua esperienza, ti è mai capitato?

«Cosa chiede un investitore? Diciamo che non c’è una domanda. Se sei bravo non te la fai fare! Quando si presenta un business plan, l’investitore non deve poter chiedere altro che non sia già previsto nel pitch. La domanda da cento milioni è, invece, quanto vale la tua idea, il percorso di startupper, davanti a qualcuno che ha i soldi sul tavolo ed è pronto a fare il money transfer

-Classica domanda che si rivolge ad una start up. Avete concorrenti nel Vostro mercato?

«Nel mio caso in specie no, perché noi stiamo creando per una tecnologia non nuovissima come quella degli ultrasuoni focalizzati un innovativo sistema di guidance tramite un braccio antropomorfo per uso chirurgico e, in un certo senso, abbiamo all’interno del gruppo la società che implementerà in ambito industriale la nuova tecnologia. Certamente a livello globale gli investitori vorranno arrivare prima possibile al raggiungimento dei risultati e poter quindi capitalizzare l’investimento»

-Ma non è autoreferenziale affermare che non avete concorrenti?

«Seguimi nel ragionamento. Io non darei troppa attenzione al mercato e alla concorrenza quando si lavora nell’innovazione. Oggi non si ragiona in termini di prodotto ma sulla funzione d’uso e tutto ciò può cambiare il paradigma di utilizzo o di consumo. La tecnologia sulla quale stiamo lavorando è chirurgica ma poiché durante il trattamento non viene prodotta alcuna cicatrice e nessun tessuto, oltre quello malato, viene “toccato”, il ricovero è brevissimo così come i tempi di convalescenza. Pensi sia il caso di elaborare un’analisi della concorrenza della chirurgia oncologica tradizionale? Io credo non ce ne sia bisogno, ma va analizzata l’ipotesi di un sistema tradizionale storicamente forte che troverà certamente delle criticità e sulle quali andrà avviata una strategia di difesa ad un’iniziativa particolarmente spinta in avanti»

-Domanda impertinente. Ma una start up, una volta avviata, si può anche vendere ad altri? Prendendo i soldi dalla vendita, sarebbe una rinuncia a fare impresa o l’opportunità di continuare a fare impresa in una nuova avventura?

«Ci sono due mondi che si scontrano: quello dell’impresa tradizionale con la casa accanto al capannone e quello action global, con l’idea ben chiara, manager su Linkedin e i capitali dalle piazze che contano. Per questo tipo di imprenditore, il passaggio da start up a scale up (quando la società diventa contendibile) è obbligatorio e l’imprenditore dovrà certamente fare i conti con un tipo di assetto societario spersonalizzato e volatile. Penso, però, che in fondo era uno startupper un giovane pasticciere di Belpasso che formava i torroncini sul marmo, ed erano startupper quegli imprenditori che pensarono che la mozzarella artigianale poteva avere una produzione industriale. Come avrebbero iniziato il loro business se parte del loro capitale sociale fosse stato in mano a paroloni inglesi e a complessi patti parasociali? »

-E dunque?

«Una cosa è certa, grazie al tuo lavoro e a quello di tanti colleghi universitari, si sta formando una generazione di imprenditori che non guarda più solo il proprio capitale e alla azienda come veicolo di promozione autoreferenziale, ma arriva gente che ha capito che l’impresa vincente è all’interno di un ecosistema aperto fatto di partecipazione attiva, di coworking tra soci, dipendenti e mondo esterno»

-Avendo qualche anno in più di tanti giovani startupper, quale è il consiglio che si sentiresti di dare ad un aspirante imprenditore? Fai anche il mentor, a tempo perso?

«Nella città di Kaunas, in Lituania, c’è una statua che rappresenta un uomo impegnato nella semina in campagna (vedi foto in basso, n.d.r.). Sarebbe un’anonima statua in un’altrettanto anonima città se non fosse che sul muro alle spalle del contadino, qualcuno di grande fantasia abbia disegnato delle piccole stelline che cadono verso terra. Per uno strano gioco di illusione ottica, quando il lampione stradale posto sopra la statua si accende, la scena cambia e la statua si proietta sul muro dando l’impressione che il contadino le stia seminando. Per questo l’opera ha preso il nome di seminatore di stelle. Ecco, a me parlare di impresa dà molta emozione e spesso penso che ogni progetto sul quale ho lavorato sia una stellina seminata dalla fatica di un contadino»

-Sei partito un po’ da lontano. Vorremmo sapere il consiglio pratico da dare ad un giovane.

«Darei il consiglio di fare in modo che per ogni buona idea si sappia attendere che la stella seminata possa ritornare al suo posto alta e brillante per anni luce. C’è una grande parte che è fatica vera, sacrificio, forse fallimento; per questo serve il massimo della formazione che non può essere l’improvvisata di un buon narratore estemporaneo, ma di qualcuno che sappia usare bene gli strumenti della complessità del lavoro»

-Sei andato fino a Pisa per amministrare River Global Scientific Lab. Una cosa del genere è possibile anche a Catania? Secondo Te Catania è un ecosistema per le start up oppure ne ha solo le potenzialità?

«Catania può essere il centro. Leggo con attenzione Parag Khanna, un economista giramondo indiano, esperto sui temi della globalizzazione, collezionista di mappamondi e molto quotato sui media economici americani, che ha scritto un libro cult dal titolo: “Connectography. Le mappe del futuro ordine mondiale”. Nei suoi interventi sul futurismo geopolitico, Khanna rappresenta un mondo nel quale le megalopoli, le catene di approvvigionamento e le tecnologie di connettività ridisegnano le mappe politiche con una visione abbastanza distante da quella degli Stati e delle frontiere cui siamo abituati. «Ci muoviamo verso un’era in cui le città conteranno più degli Stati e le supply chain saranno più strategiche degli eserciti, il cui compito principale sarà quello di difendere le stesse supply chain piuttosto che i confini nazionali»: un pensiero sorprendente, se pensiamo ad una nuova classe politica che sembra volerle chiuderle le frontiere più che occuparsi della gestione delle grandi reti della distribuzione»

-Dai, avevo fatto una domanda su Catania. Promossa o bocciata?

«La tua domanda mi fa pensare a lui perché la nostra città possiede tutti i titoli per identificare nella connettività e nella sostenibilità i suoi valori primari. Catania è Landing Station di un cavo dati il cui scopo è quello di collegare l’Europa all’Asia che fa dell’area attorno al nostro centro storico l’hub principale del Mediterraneo. Con un’infrastruttura simile possiamo mettere al centro tutto: data center, campus ICT, incubatori, open data. Ma non c’è un’agenda che sia consapevole di tutto ciò che non entra nella sua offerta sistemica che sembra invece concentrata su stupidaggini che una città normale correggerebbe in un attimo e che qui sembrano montagne insormontabili. Se non facciamo rete, non ci sarà mai una risposta alla tua domanda»

-Non possiamo concludere questa bella intervista con la vena di pessimismo. Fai uno sforzo in più

«Si dice che sia stato Napoleone ad osservare che “la geografia è già un destino”. La geografia di Napoleone era fisica, fatta di montagne, mari, porti, passi e pianure e umana, Oggi, grazie ai trasporti, alle comunicazioni e alle infrastrutture energetiche globali il futuro ci riserva una nuova massima: «La connettività è destino». Penso che Catania potrebbe essere un ecosistema perfetto, quasi un destino; ma solo se qualcuno se ne occupasse davvero»

-Grazie Paolo, seminatore di stelle d’impresa. E’ stata una bella intervista, ma penso che possa essere anche una bella lezione per i nostri studenti.

La statua del seminatore di stelle a Kaunas in Lituania (tratta dal web)

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