Plastica, microplastiche e salute: oltre il danno ambientale

settembre 5, 2019

Elisa Musumeci
biologa e nutrizionista

La plastica sta intossicando il pianeta! – È l’argomento del giorno –  in verità per i biologi ambientali lo è sempre stato, da decenni or sono; decenni di sensibilizzazione sullo smaltimento sostenibile dei rifiuti, decenni di allerta sulle conseguenze di un inquinamento davvero eccessivo, a causa della negligenza e superficialità dell’uomo. 

Beh, che impatto poteva avere la voce di un gruppetto di “ambientalisti e animalisti naïf” a fronte dei grandi meccanismi che muovono l’economia mondiale! 

Dovevamo aspettare un “caso Greta”, nel bene o nel male, per scatenare quell’ondata mediatica sul social che svegliasse le masse e mettesse in dubbio la malsana convinzione di onnipotenza dell’uomo sulla Natura. Così si è dato il via a ondate di condivisioni d’immagini che immortalano distese di plastica che il mare ci restituisce, depositandole sulle più belle e, un tempo, incontaminate spiagge tropicali; tartarughe soffocate per aver ingerito buste di  plastica; cetacei dal ventre pieno di rifiuti; gabbiani e foche strozzate da fili di lenza … Queste e tante altre le foto che balzano in prima pagina online e sulle più importanti testate giornalistiche di tutto il mondo. 

È uno scenario apocalittico, quel che vediamo, ma cosa sappiamo dell’invisibile agli occhi? 

Avete mai sentito parlare di microplastiche? 

Eccole:

Sono nell’acqua che beviamo, nel cibo che mangiamo e persino nell’aria che respiriamo. Con il termine microplastiche, ci riferiamo alle più piccole particelle di plastica, di grandezza inferiore o al massimo di qualche millimetro. Esistono due categorie di microplastica: la primaria che è prodotta come risultato diretto dell’uso umano di questi materiali e secondaria come risultato di frammentazione derivata dalla rottura di più grandi porzioni.

Tra le principali fonti di microplastiche primarie, in ordine crescente, abbiamo: 

  • Microplastiche aggiunte intenzionalmente nei prodotti per la cura del corpo, come esfolianti per le creme di bellezza, e microgranuli nel dentifricio, oppure nelle vernici e nei prodotti abrasivi.
  • Micro particelle rilasciate da borse, scarpe, accessori, tessuti idrorepellenti e dal packaging dei prodotti cosmetici.
  • Microparticelle derivate dall’abrasione degli pneumatici durante la guida. Entrano a far parte del particolato atmosferico che tutti respiriamo ogni giorno.
  • Costituenti dei capi sintetici che, durante il lavaggio, sono rilasciate attraverso l’acqua di scarico nell’ambiente. Per il grande incremento dei tessuti sintetici negli ultimi decenni, rappresentano la prima fonte di rilascio di microplastiche primarie.  

Microplastiche secondarie:

  • Prodotti della degradazione delle macroplastiche, quali buste di plastica, stoviglie e bottiglie di plastica, flaconi di detersivi. Questi rappresentano fino a oltre l’80% delle microplastiche che contaminano le acque reflue e l’oceano. Un’altra delle principali fonti alimentari di microplastica secondaria è rappresentata dal sale, e ciò non ci sorprende se analizzassimo in che condizioni si trovano mari e oceani di tutto il mondo.

Ricordiamo che queste ultime, essendo il frutto della lenta degradazione della plastica, saranno inoltre veicolo di diversi altri inquinanti che li costituiscono, come il Bisfenolo A, il PBC o degli additivi tossici contenuti nei flaconi, ad esempio il DDT, i ritardatori di fiamma, solventi, metalli pesanti.

Qual è l’impatto sulla salute umana?

La plastica, oltre alle conseguenze sull’ambiente, ha un effetto diretto su tutti gli esseri viventi che fanno parte della rete alimentare, con un accumulo nell’organismo che sarà crescente man mano che si passa dai consumatori primari ai grandi predatori, secondo un processo noto come Biomagnificazione. Sappiamo inoltre che l’acqua che beviamo da fonti dirette può contenere, secondo una media di stime mondiali, circa 5-6 particelle di microplastiche per litro, un dato che, se ci riferissimo all’acqua in bottiglia può lievitare di oltre venti volte!

Gli studi sulle possibili ripercussioni negative sulla salute sono innumerevoli e in continuo aggiornamento. Non è stato ancora dimostrato con assoluta certezza se le microplastiche che sono ingerite o inalate possano entrare nei tessuti e nelle cellule, tuttavia vi sono prove che le particelle più piccole riescano a penetrare la barriera intestinale, soprattutto nei soggetti con mucosa infiammata e sindrome del Leaky Gut, mentre le nano particelle arrivino persino a permeare dentro le cellule. Abbiamo, poi, prova che alcuni composti delle plastiche interagiscano per certo con il metabolismo, soprattutto dal punto di vista ormonale e immunitario. 

Questi composti prendono, infatti, il nome di “interferenti endocrini” e “distrattori immunologici”.  

    • Dei primi fanno parte gli ftalati utilizzati per rendere più flessibile la plastica, il BisfenoloA contenuto nella plastica resistente dei flaconi dei detersivi, in alcune stoviglie di plastica, nei biberon di vecchia generazione, ancora talvolta in vendita, tanto per citarne alcuni. E’ stato dimostrato che questi composti interagiscano con le vie metaboliche che coinvolgono gli ormoni soprattutto sessuali con conseguenti gravi problemi nello sviluppo in età pediatrica, infertilità, problemi a carico delle ovaie e predisposizione ai tumori che coinvolgono prostata, ovaie, utero, surrene e tiroide. 
    • I distruttori immunologici sono invece tutte le nanoplastiche e loro composti che penetrano la barriera intestinale, innescando una reazione immunitaria anomala che, nel tempo può sfociare in patologie autoimmuni e forme cancerogene. 

Come possiamo proteggerci?

Anche se stiamo assistendo a una crescente sensibilità in tema di gestione dei rifiuti, i processi di smaltimento sono così lenti che non sarà un problema facilmente risolvibile a breve termine, e le quantità di queste sostanze in circolo sono talmente elevate che non è possibile evitare il contatto . 

Possiamo però, nel nostro piccolo della routine quotidiana, adottare piccoli accorgimenti volti a minimizzare l’esposizione alle microplastiche. Ecco qualche esempio:

  • Per quanto riguarda il consumo de pesce, evitare di mangiare frequentemente specie che si trovano all’apice della piramide alimentare, i cosiddetti super-predatori, come tonni, pesci spada, preferendo invece specie ittiche dal ciclo vitale breve che non hanno il tempo di accumulare grande quantità d’inquinanti.
  • Ridurre il consumo di bivalvi – cozze, vongole, ostriche – che sono organismi filtratori.
  • Riguardo al consumo di carni, attenzione al grasso. La maggior parte degli interferenti endocrini è liposolubile, e il tessuto adiposo è un distretto di accumulo per gli inquinanti.

Oltre l’alimentazione 

  • Evitiamo di bere da bottiglie di plastica, acquistiamole in vetro e se possibile riempiamole presso una fonte d’acqua potabile.
  • Evitiamo di chiedere buste di plastica per la spesa, portare con sé una busta in tela.
  • Preferiamo l’acquisto di frutta e verdura nei mercatini o dal piccolo ortofrutta che la vende a peso in buste di carta. Stessa per carni e formaggi. Evitiamo l’acquisto nei grandi supermercati che, in genere, vendono prodotti confezionati in vaschette di plastica, coperti da pellicola!
  • Impariamo a leggere l’INCI nell’etichetta dei prodotti cosmetici, per l’igiene e dei detersivi, per verificare che non contengano microplastiche e composti tossici per noi e per l’ambiente. Acquistiamo prodotti con marchio Ecosostenibile. 
  • Esistono ormai diverse erboristerie e negozi BIO che vendono detersivi, shampoo e bagnoschiuma alla spina, un’ottima soluzione per evitare i flaconi in Bisfenolo. 

Sono tutte abitudini che, se inizialmente possono sembrare difficili da attuare, rappresentano quel piccolo cambiamento che può cambiare le sorti su grande scala, per preservare la salute nostra e dei nostri figli.

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