Di Maio, Salvini e il governo “Maracanà”

maggio 22, 2018

 

Credo che la situazione politica ed istituzionale italiana sia veramente molto preoccupante. Dopo circa 80 giorni dalla chiusura delle urne ciò che si è concretizzato è deludente ed imbarazzante. Da una parte la Lega, movimento ex rivoluzionario rispetto agli assetti istituzionali dello Stato, ha certamente, se non tradito, disatteso le aspettative del suo elettorato, che vede i consensi espressi diluiti in un cocktail gialloverde, che si potrebbe battezzare “Maracanà”. Dall’altra il Movimento 5 Stelle, sovversivo per mission e per definizione, che abdica alla sua stessa natura, e che, sopratutto, rispetto all’incredibile messe di voti raccolti al Sud tiene un comportamento più che da “statista”  da “stradista”,  cioè da scippatore. Prendo i voti e scappo.

E non perché nel contratto nulla abbiano previsto per il Sud, loro principale bacino elettorale, ma perché da “eurocritici”, quali dichiaratamente erano insieme ai sodali leghisti,  si sono fatti mettere sotto dagli “eurocratici”, primo fra tutti il presidente della Repubblica.
Se infatti, in forza dell’art. 92 della Costituzione, gli è attribuitala la nomina del presidente del Consiglio dei ministri, ,e, su sua proposta, anche quella dei ministri, non credo possa dettare la linea comportamentale in materia di rapporti con l’Europa o con altri Stati e, in conseguenza di tale linea, dettata ed imposta, preordinare la lista dei ministri per ciascun rispettivo dicastero.
Questo purtroppo è il risultato di una legge elettorale sciagurata che ci ha condannati alla ingovernabilità e a dover fare buon viso a cattiva sorte rispetto ad “eccesso di zelo” del Quirinale, che comunque è servito a smuovere le acque stagnanti.
Se infatti pur di andare ad occupare un “cadreghino” in Consiglio dei ministri, sono disposti a fare i trasformisti, e perfino ad accettare un premier tecnico dagli incerti natali politici,  spacciandolo per proprio, ben altra rappresentazione dovranno prepararsi a mettere in scena al momento di presentarsi in Parlamento, non per la fiducia, ma per l’esame e l’approvazione dei singoli provvedimenti legislativi che, in coerenza al programma/contratto, dovranno presentare per cambiare l’Italia.
Temo che siamo al punto di partenza, se non peggio;  anche perché la facoltà restituita all’ex cavaliere di Arcore di scendere in campo in prima persona complica il quadro. Dopo Monti, Letta e Renzi, con la parentesi apprezzata dagli italiani di Paolo Gentiloni, resta probabile che si arrivi al quinto Governo guidato da un non eletto; e non era questo quello che volevamo.
A proposito,ricordo a quanti mi leggono, che eletto viene dal latino”eligere”, cioè scegliere; non prendere il primo che viene, come chiosa il “Calonghi”. Purtroppo, considerando l’imminente arrivo dell’estate, mi sa che l’unica scelta che ci è dato di poter fare, è il gusto del “cono da passeggio”.
Alfio Franco Vinci

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