Non è un Paese per poliziotti

ottobre 6, 2019

Riceviamo e pubblichiamo.
Trieste città di confine tra l’est e l’ovest europeo, città sempre contesa nelle guerre, ha i tratti malinconici che gli ha inferto la storia. Chi partiva dalla Sicilia per raggiungerla doveva prendere almeno due treni. A Roma salivi su un treno con le scritte in sloveno e con un certo smarrimento ti rendevi conto che eri già al confine dell’Italia, dove si respiravano già le diverse identità di Trieste.
Alla stazione della città giuliana c’era un pullman della Polizia di Stato che aspettava gli aspiranti poliziotti, e tu giovane poco più che maggiorenne ti sentivi un po’ più confortato e meno confuso da questo gesto paterno, che era il benvenuto nella tua nuova famiglia: la gloriosa Polizia di Stato. Trieste ha dato il secondo natale, quello professionale, a innumerevoli colleghi, e t’innamoravi subito di quella città mitteleuropea ma anche latina, sempre a metà tra due culture. In tanti siamo nati professionalmente in una delle scuole di Trieste. In tanti abbiamo varcato il cancello della
Scuola “Vincenzo Raiola” di via Damiano Chiesa, uno dei centri di formazione della Polizia di Stato più antichi e più importanti d’Italia. Da lì in 15 minuti di autobus si arriva in Questura, dove Pierluigi e Matteo hanno perso la vita, dove noi allievi andavamo a scorgere, curiosi, come operavano i veri poliziotti, quelli che saremmo diventati noi dopo il Corso. Trieste, la seconda mamma di tanti poliziotti, da ieri oltre a essere l’Alfa è anche l’Omega della
Polizia di Stato. Sì, perché la morte dell’agente scelto Pierluigi Rotta e dell’agente Matteo Demenego, poco più che trentenni, segna un ganglio, l’anno zero della vita della nostra gloriosa amministrazione, dalle cui macerie bisogna ricostruire una nuova Polizia e forse anche una nuova società. Ma quest’ultima, ne siamo consapevoli, è una mera utopia. Una Polizia non più approssimativa nelle regole d’ingaggio, nelle procedure, nelle disposizioni e negli equipaggiamenti.
Chissà se Pierluigi e Matteo avevano la nuova fondina, provvista di un ponticello di sicurezza, che mette al sicuro l’arma dai malintenzionati, che li avrebbe fatti tornare salvi nelle braccia dei loro familiari. Dovrebbe essere sufficiente questa frase, fatta di poche parole, per comprendere quanto poco valga la vita di un poliziotto.
Le autorità in primis, ieri e oggi, si affrettano a esprimere solidarietà alle famiglie delle vittime, alla Polizia di Stato, per l’ennesimo tributo di sangue versato per questo Paese. Dopodomani questa solidarietà diventerà solamente un’eco destinato a svanire. Ciò, invece, non si deve più ripetere, le  autorità competenti si devono fare carico di questo impegno, ormai ineludibile. Non vogliamo più altri morti innocenti per un equipaggiamento insicuro o per una procedura operativa incerta.
L’impegno deve contenere anche la certezza della pena, perché in un paese normale siamo stanchi di sentirci irridere dai delinquenti con una frase che è diventata un mantra: “Arrestami, tanto domani sono fuori”, la quale dà tutto il senso dell’inutilità che la politica nel tempo ha voluto conferire a questo mestiere. Senso di inutilità che sta simbolicamente nella norma ballerina che prevede l’oltraggio a Pubblico Ufficiale, nel tempo cancellata, oggi ripristinata ma indebolita. Possiamo venire insultati mentre indossiamo la divisa, mentre rappresentiamo lo Stato, restando inermi e inerti, “Umiliati e offesi” come il titolo di un famoso romanzo di Dostoevskij, perché tanto non succede nulla. Non si comprende che da questo atteggiamento politico-sociale ne esce male lo Stato che viene irriso nel suo simbolo eminente e d’impatto col popolo, trasformando i suoi servitori in carne da macello. Nel romanzo di Dostoevskij gli umiliati e offesi era la povera gente, i reietti della società. A questo siamo stati ridotti, dei reietti in divisa.
Ma oltre a tutto questo dobbiamo fare il conto con l’atteggiamento di una parte della società, spesso a prescindere e per principio, contro gli uomini e le donne della Polizia di Stato e tutte le Forze dell’Ordine. Un pregiudizio antropologico e ideologico che ci sentiamo addosso, il quale pretende che i poliziotti paghino per i loro errori oltre a quello che devono. E di errori ne abbiamo fatti, non ci nascondiamo, perché siamo uomini come gli altri, ma ce ne assumiamo le responsabilità. A questo pregiudizio si contrappone, invece, un languido perdonismo nei confronti dei delinquenti, che fa a pugni con il senso di Stato, con la logica e con la realtà e travalica il principio costituzionale della rieducazione del condannato. È una società, quella italiana, o almeno una parte di essa, in preda a un’eterna sindrome di Stoccolma, che preferisce i carnefici ai suoi tutori. Qualcuno, ancora oggi, nell’era postmoderna, dove il proletariato delle fabbriche non esiste quasi più, forse non ha capito che la base della Polizia di Stato non è borghesia, ma è l’unico proletariato che è rimasto: proletariato delle Istituzioni e dello Stato, bistratto da tutte le parti politiche. Chi ci denigra per pregiudizio ideologico, chi ci strumentalizza per mera propaganda elettorale. Anche Pasolini l’aveva compreso e ci aveva difeso dopo gli scontri di Valle Giulia del 1° marzo 1968 con la poesia “Il PC ai Giovani” Eccone uno stralcio esemplificativo: “A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano i poveri”. Ma Pasolini è stato sempre osteggiato anche da coloro che erano della sua parte politica e non solo per questo.
“Chi indossa una divisa va aiutato da vivo, non commiserato da morto”
Caro Presidente della Repubblica, Caro Presidente del Consiglio, Caro Ministro dell’Interno, Caro Capo della Polizia, diamo un senso al sacrificio di Pierluigi e Matteo. Le donne e gli uomini della Polizia di Stato non possono più attendere.

Salvo Grasso, Segretario Provinciale FSP Polizia di Stato

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