Post-lockdown: è andato davvero tutto bene? 

Post-lockdown: è andato davvero tutto bene? 

di Valentina La Rosa

I mesi duri del lockdown, che si è reso necessario per cercare di arginare la pandemia da Covid-19 in Italia e nel mondo, sono stati scanditi da uno slogan che ci ha accompagnato nei giorni di confinamento nelle nostre case e di lontananza dai nostri affetti più cari: “Andrà tutto bene”. 

Ogni situazione di emergenza, come quella che abbiamo vissuto negli ultimi mesi, produce reazioni e comportamenti diversi, legati alla storia personale e alle caratteristiche di personalità di ciascuno di noi. In psicologia, si usa il termine “resilienza” (dal latino resilire, che significa “rimbalzare”, “saltare indietro”) per descrivere “l’abilità di perseverare e di adattarsi di fronte alle difficoltà” (Revich e Shatte, 2002). Le persone resilienti sono quelle che hanno migliori capacità di gestione dello stress, sono più flessibili, hanno una buona autostima e mostrano grande ottimismo verso il futuro. Si tratta di quelle persone che, anche di fronte a un evento inatteso e imprevedibile come quello della pandemia, sono state in grado di aggrapparsi al “tutto andrà bene” per mobilitare le loro risorse e resistere alle difficoltà.

Del resto, si sa, l’ottimismo è più socialmente accettato mentre è meglio riservare le angosce e il pessimismo alla nostra sfera più intima e alle persone che ci sono più vicine. 

Ma cosa è rimasto degli striscioni e dei post sui social network nel periodo del lockdown?

È davvero andato tutto bene oppure ci sono persone che soffrono ancora sulla loro pelle le conseguenze di un’emergenza senza precedenti come quella del Covid-19?

A questo proposito, secondo un recente studio condotto dall’Università di Torino che ha coinvolto 1500 adulti italiani, durante il lockdown si è assistito a un incremento significativo dei disturbi della sfera psicologica con notevoli ricadute sulla qualità di vita e il benessere generale. Nello specifico, il 23,2% degli intervistati ha dichiarato di soffrire di disturbi di tipo ansioso, il 24,7% di sintomi depressivi e il 42,4% di disturbi del sonno. Sono soprattutto le donne, i giovani e chi ha subito più pesantemente le conseguenze economiche legate al lockdown ad aver riportato i livelli più alti di disagio a livello psicologico. 

Per le persone che risentono ancora oggi sul piano psicologico dell’impatto violento della pandemia sulle loro abitudini di vita, sul loro lavoro e sul loro modo di vivere le relazioni affettive e sociali, è andato tutto bene? Quali misure si intende mettere in atto per raccogliere la domanda di supporto psicologico che proviene da ampie fasce della popolazione?

Se poi pensiamo alle persone che già prima che scoppiasse la pandemia soffrivano di una qualche forma di psicopatologia o di sofferenza psicologica, si apre un altro capitolo importante da attenzionare. Nei mesi del lockdown, le prestazioni ambulatoriali non urgenti sono state sospese e molti professionisti della salute mentale hanno dovuto interrompere la loro attività libero-professionale passando in molti casi a una modalità di supporto psicologico online. Non tutti, però, si trovavano nelle condizioni di poter usufruire di queste forme di sostegno a distanza, per limitazioni legate sia all’uso delle nuove tecnologie che a particolari contingenze personali e familiari. Di conseguenza, il lockdown ha determinato una esacerbazione di disturbi già presenti di cui abbiamo visto gli effetti dopo l’allentamento delle misure restrittive, con un’impennata delle domande di aiuto per forme più o meno gravi di sofferenza psichica. 

Anche per queste persone, dunque, non si può certo dire che sia andato tutto bene. Eppure, a parte qualche sparuto intervento, nessuno sembra preoccuparsi di queste vittime indirette della pandemia che continuano, anche in questi giorni in cui tutti sembrano essere tornati alla normalità, a portare sulle loro spalle il peso di una sofferenza che rischia di rimanere nascosta e inascoltata.

Un’altra categoria forse dimenticata nei giorni della pandemia è quella degli studenti che, da un giorno all’altro, si sono visti privati della loro quotidianità fatta di lezioni in classe o nelle aule universitarie e, soprattutto, dell’elemento fondamentale della relazione fisica con i propri docenti, compagni di classe, colleghi di università. Qual è stato l’impatto del lockdown sugli studenti italiani e come è stato vissuto il passaggio, non certo indolore, alla didattica a distanza?

A queste domande ha provato a rispondere una recente ricerca condotta dalla prof.ssa Elena Commodari, professore associato di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione presso il Dipartimento di Scienze della Formazione, a cui ho collaborato in qualità di dottoranda di ricerca insieme alle dott.sse Giulia Carnemolla e Jessica Parisi, tirocinanti in Psicologia nello stesso Dipartimento. La ricerca ha coinvolto circa 1700 studenti italiani, di cui più di mille frequentanti la scuola superiore e circa settecento l’università ed è stata svolta durante la prima fase del lockdown in Italia. L’obiettivo generale dello studio era quello di indagare, tramite la compilazione di un questionario online, i vissuti psicologici e gli stati emotivi durante la pandemia nonché lo stato di benessere psicologico e l’assunzione di adeguati comportamenti di prevenzione da parte adolescenti e giovani.

Abbiamo inoltre indagato il rischio percepito per la salute correlato al Covid-19, le opinioni sulle fasi successive del lockdown, le esperienze psicologiche legate alla quarantena, le opinioni su eventuali misure che scuole e università dovrebbero adottare dopo la fine della pandemia e sulla esperienza della didattica a distanza. Ciò che più colpisce nei risultati di questa ricerca è la grande consapevolezza degli adolescenti e giovani italiani della gravità della situazione legata alla pandemia e della correttezza delle misure adottate per contrastarla. Nonostante siano stati rilevati alcuni indici di stress e disagio a livello psicologico sia tra gli studenti di scuola superiore che tra gli universitari, sicuramente non ci siamo trovati di fronte a un quadro potenzialmente patologico. Gli studenti intervistati hanno infatti mostrato grande maturità e capacità di resilienza che hanno consentito loro di adattarsi in maniera positiva alle nuove abitudini imposte dal lockdown e all’esperienza della didattica online. Quest’ultima, in particolare, è stata valutata positivamente dall’ampia maggioranza degli studenti intervistati e sarebbe utile mantenerla soprattutto in ambito universitario per gli studenti impossibilitati a frequentare regolarmente le lezioni.

Tuttavia, nonostante questi dati nel complesso rassicuranti, non possiamo negare che la chiusura delle scuole e delle università abbia rappresentato una grave ferita per il tessuto sociale e culturale del nostro Paese e per i nostri giovani. I tanti dubbi sulle riaperture delle scuole a settembre e sulla ripresa delle attività accademiche lasciano perplessi e testimoniano di anni di disinteresse e di tagli al sistema educativo italiano di cui oggi paghiamo purtroppo le conseguenze. Anche per gli studenti, i docenti e il personale scolastico italiano non è andato tutto bene dopo la pandemia e scenari sempre più incerti si prospettano all’orizzonte. 

Forse, allora, un ottimismo ingenuo e disincantato non è l’ideale per affrontare in modo adeguato le questioni che un evento come il Covid-19 ci pone di fronte. Forse, come ha scritto in un recente articolo lo psicoanalista Josè Ubieto, è più opportuno essere dei pessimisti consapevoli. Consapevoli del fatto che siamo esseri umani, e quindi limitati, e che la nostra vita non è mai esente da rischi ma che, proprio in questo spazio di imprevedibilità, si gioca la possibilità di inventare qualcosa di nuovo e di non lasciare indietro nessuno nel cammino dell’esistenza.

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