Processo Ciancio: "È n'amicu, ci si po parrari"

Katya Maugeri

CATANIA – “Mario Ciancio? È n’amicu, ci si po parrari”, “leggevamo le notizie e a Catania c’era un omicidio al giorno e mai che si parlava di mafia. Secondo lei queste cos’erano se non notizie pilotate?”, è quanto dichiara Giuseppe Ferone, uno dei due testimoni, insieme a Giuseppe Catalano, chiamati a parlare nel processo a carico di Mario Ciancio Sanfilippo, l’imprenditore ed editore del quotidiano La Sicilia, accusato dai pm Agata Santonocito e Antonino Fanara di concorso esterno in associazione mafiosa. Si dà il via, così, al dibattimento tanto atteso.

Giuseppe Ferone, chiamato “cammissedda”, cresciuto al cospetto del boss Pippo Calderone, era uno degli uomini più intelligenti e temuti a Catania, un killer infallibile. Cercarono più volte di ucciderlo, quando si scatenò la guerra tra Nitto Santapaola e Alfio Ferlito, ma fallendo nell’intento.
Divenne persino un idolo per i giovani che si approcciavano alla “malavita”: unico che riusciva ad opporsi ai Santapaola senza perdere la vita, i ragazzi cominciarono anche ad imitarlo, portando persino, nel portafogli, le mille lire piegate a forma di camicia proprio a testimoniare questa devozione nei confronti di un uomo che ritenevano essere un leader carismatico e un esempio da seguire.
Ferone scelse di collaborare dopo la morte del figlio e del padre, ben lontani da Cosa nostra, con l’idea – che poi portò avanti – di uccidere la moglie di Nitto Santapaola, Carmela Minniti, uno dei Piacenti e altri componenti della famiglia Savasta.
Il secondo testimone ascoltato durante il dibattimento è Giuseppe Catalano, reggente della famiglia Laudani nel quartiere di San Giorgio, negli anni Ottanta e i primi anni Novanta. Nel 1996 decise di collaborare con la giustizia, ma solo per “vendicarsi di chi aveva ucciso anche amici miei” e anche “perché aveva saputo che lo volevano ammazzare. Dicevano che mi ero appropriato dei beni della famiglia”.
Su Ciancio risponde: “Quando abbiamo rubato nella villa del direttore de La Sicilia, c’era stata ospite la principessa d’Inghilterra, quella che poi è morta nell’incidente in galleria, e sapevamo che dentro c’erano cose importanti”, riferendosi alla principessa Diana, l’11 marzo 1993. Catalano, con altre dieci persone, riuscirono a portare via un importante bottino, e per trasportare il materiale utilizzarono il camion del guardiano in una scuola di via Palermo, chiamato “u sghibbiu”, un uomo che si occupava di corse di cavalli. Il bottino valeva “almeno un miliardo di lire” continua. “Per questo ho provato a piazzare tutto, ma un ricettatore, venuto da Piazza Armerina, era disposto ad offrirmi soltanto un centinaio di milioni, ma era troppo poco e rifiutai».

Il furto in villa finisce anche sulle pagine del quotidiano di Ciancio. “Rubati pezzi antichi ma erano fotografati”, fu il titolo della notizia riportata sul giornale. Pochi giorni dopo veniva offerta una ricompensa di cinquanta milioni “a chi fornirà notizie utili per recuperare gli oggetti”. “Sono stato chiamato dal mio responsabile Giuseppe Di Giacomo in una villa di San Giovanni La Punta – continua Catalano – la stessa dove Aldo Ercolano trascorreva la latitanza. Ercolano mi disse ” Ciancio è amico nostro, è personale dello “zio” (Nitto). Non ci dovete più avvicinare. Se non eri Pippo Catalano, eravate tutti morti”, così ho restituito la merce e mi hanno dato un busta con forse venti milioni”.

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