Quale futuro per il processo penale?

Quale futuro per il processo penale?

di Turi Liotta *

Domanda: In questo tempo post pasquale e di emergenza sanitaria, è esercizio possibile una riflessione sul destino del processo penale?

E già, perché mentre allo stato l’intero Paese ha certamente ben altri pensieri e angosce, tra avvocati e parte del mondo politico e giudiziario è in corso una vera e propria controversia sul destino del processo penale. Una querelle che, in qualche modo, impegna anche il destino di molti cittadini e della tutela dei diritti nella nostra comunità nazionale. Sul campo la norma che, sia pur nella precarietà di un tempo limitato alla così detta “emergenza COVID 19”, di fatto introduce una forma di processo penale virtuale, fatto al pc, al tablet o per mezzo dello smartphone, escludendo la presenza nella stessa aula di giudice, pubblico ministero, avvocati e imputati.

La dizione è “collegamento da remoto” dove, col termine remoto, si indica non un tempo che ormai non è più ma un luogo, lontano, tanto lontano e, proprio per questo, sicuro dal contagio, tanto sicuro. Questo sarebbe l’intento di oggi, di chi vuole questo snaturamento del processo. E’ quanto sostenuto da una parte della magistratura (ANM) e dal ministro (Bonafede, s’intende) e dalla maggioranza governativa, ed è quanto avversato dagli avvocati, strana categoria di soggetti che parrebbe non accettare che, paradossalmente, remoto vuol dire FUTURO. Ed anzi, temono proprio che questo sia l’anticipo del futuro del processo.

Per meglio rappresentare il pensiero degli avvocati è sufficiente affidarsi alle parole del presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane, l’avv. Gian Domenico Caiazza: “È un’idea autoritaria del processo, perché sistematicamente orientata a marginalizzare tutto ciò che è invece irrinunciabile per il concreto esercizio del diritto di difesa. La pubblicità dell’udienza? Facciamone a meno. Il controllo fisico, percettivo, emotivo della testimonianza? Superfetazioni retoriche. La forza e l’efficacia fisica, materialmente tangibile, del controesame difensivo del teste di accusa? Non tutto si può pretendere. Il controllo difensivo della attenzione del giudice? Non osate metterla in dubbio. La inviolabile segretezza delle conversazioni tra difensore ed assistito durante l’udienza? Nei limiti del possibile. La segretezza quasi sacra della camera di consiglio? Fidatevi.”

Forse noi avvocati siamo ancora legati a una tradizionale visione “romantica” del processo come luogo fisico, del qui e ora in aula, ove sta il giudice, assiso sullo scranno più alto per disciplinare, osservare e poi decidere, ritirandosi in altra camera, quella di consiglio. Luogo, l’aula del tribunale, ove simultaneamente vi è anche la presenza del pubblico ministero e del difensore, del cancelliere, e del testimone. L’imputato non sempre, se detenuto può già essere dislocato e collegato in videoconferenza.

Sarà che noi avvocati penalisti, siciliani e catanesi in particolare, ci sentiamo figli di una vetusta visione “teatrale” del processo: sarà la presenza nel nostro DNA – a volte, ahimè, inconsapevole per carenza di letture e conoscenza – del respiro di Pirandello e delle sue maschere, dello sguardo di Martoglio e dei suoi civitoti o, saranno concordi i colleghi siracusani, della teatralità del giudizio sull’animo e sulle condotte dell’uomo nella tragedia greca. Sia quel che sia, il processo è luogo di giudizio e azione, dove i soggetti si muovono nella percezione reciproca e simultanea, e non per gioco, o arte, ma per una concreta funzione: l’esercizio del diritto, l’affermazione della giustizia.Il pixel e la dislocazione saranno pure strumenti del futuro “remoto” ma la necessità del processo è percepire e agire, in unità di luogo e di tempo, per rendere giusto il giudizio ed efficace il diritto.E per fare ciò, ad esempio, è indispensabile che giudice e parti possano percepire, allo stesso tempo, ciò che muove l’animo del teste, privato o pubblico ufficiale che sia, e le sue emozioni rese manifeste dalla mimica facciale o corporea.

Necessario è che si possa esercitare il diritto di prova mediante l’immediata produzione di documenti e quant’altro si reputi necessario alla difesa del proprio assistito, sia esso imputato o parte offesa, nella tempestività del momento. Nell’affresco della Cappella degli Scrovegni a Padova, nel Compianto sul Cristo Morto appena deposto dalla croce, Giotto rappresenta gli angeli in cielo con espressioni del volto e movimenti del corpo tali da mostrare, senza pudore, il dolore provato alla vista di quella scena atroce. Drammaticamente diretti, non pixellati, potremmo dire. In quel modo, sovvertì in un sol colpo il dettame della teologia bizantina che voleva santi e creature celesti sempre effigiati quali soggetti imperturbabili, in una rigidità senza emozioni.

Il Giudizio è vicinanza e comprensione, è percezione e immediatezza. Insieme al curare e guarire, il giudicare è atto che più di ogni altro avvicina a Dio chi, per professione e funzione, è chiamato ad amministrare giustizia. Ma basta levare lo sguardo verso il Giudizio Universale della Cappella Sistina. ove Michelangelo fissa in eterno il momento iniziale del Giudizio con un gesto immenso del Cristo, per comprendere che quel Giudice, Supremo certo, prima che giudice si era fatto uomo, per essere uomo, per percepire e comprendere nel presente reale e non da una “stanza virtuale”. Per questo, come uomini e donne di speranza, auspichiamo che a causa dell’emergenza non resti fissato per sempre il processo 2.0, fatto di pixel e non d’immediatezza e percezione diretta. Ma non sia mai, in ogni caso, che si resti, noi avvocati, senza proposte per il futuro prossimo, quello della fase 2 che si vuole ormai prossima.

E anche qui, per rendere miglior servizio alla causa, è utile utilizzare le parole e le proposte di Eriberto Rosso, segretario dell’Unione Camere Penali: “Sono tante le misure che possono essere attuate per rendere più rapidi i tempi procedimentali e rispettare le regole di distanziamento sociale: utilizziamo la rete per lo scambio degli atti, per l’introduzione delle domande difensive, superiamo l’organizzazione burocratica che prevede marche e registri. Magari suggeriamo al Legislatore, compatibilmente con le regole dell’emergenza sanitaria, e dopo aver sanificato i palazzi e pulito i condizionatori, di consentirci di lavorare ad agosto; una decisione che dovrebbe intervenire subito, permettendo il rinvio delle cause di oggi a quel periodo.”

* presidente della Camera Penale “Serafino Famà” di Catania

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