Regionali, Di Grado: "Voto Fava, esponente della sinistra radicale"

CATANIA – Già assessore comunale di Enzo Bianco, ai tempi della “Primavera di Catania”, il professore Antonio Di Grado, ordinario di Letteratura italiana presso il Dipartimento di Scienze umanistiche .
Un quarto di secolo fa, con Claudio Fava, fummo in campi avversi: lui si candidava come sindaco, io da assessore con Enzo Bianco. Che bello, che esperienza irripetibile, un ballottaggio tutto “a sinistra”. Già, perché il Patto per Catania e Alleanza Democratica (il nostro schieramento) erano di sinistra, forse più moderata, aliena dalle intemperanze proto-grilline e giustizialiste della Rete (la matrice, allora, di Fava), ma decisamente di sinistra. Dunque rispetto reciproco e leale competizione. E Bianco vinse per un’incollatura. Così ebbi l’onore di lavorare in una giunta che annoverava Paolo Berretta, Antonio Guarnaccia, Saro Pettinato e altri assessori competenti e appassionati. Dopo tre anni bellissimi, quelli della “primavera”, del risveglio della Catania civile e artistica, decisi di tornare ai miei studi. Intanto la “politica” dei politicanti e della vecchia partitocrazia, relegata ai margini dal sisma di Mani Pulite, tornava alla grande, più arrogante di prima e anzi contaminata dal pragmatismo senza idee e senza scopo e dal grottesco trasformismo dell’era post-ideologica. Ma non era certo quello il mio mestiere, anche se per stima e amicizia dissi di sì sia a Saro Pettinato sia a Mario Libertini quando mi vollero nelle loro squadre di assessori bocciate alle elezioni. E proprio a Claudio Fava, che anni dopo mi fece un’analoga proposta, dissi perciò che ne ero lusingato ma non me la sentivo. Lui, invece, con la politica si è scommesso, ci ha creduto con ammirevole ostinazione, ci ha riversato il suo rigore morale e (non sembri un ossimoro) la sua irrequietezza, propria di chi (come io stesso, pur da spettatore) va cercando “qualcosa di sinistra” in questo mondo orfano di ideali, e perciò è costretto a sposare e poi magari a scartare sigle e appartenenze, a inanellare illusioni e delusioni. Per questa ostinazione, e per questa inquietudine, lo stimo e voterò per lui; oltre che per le battaglie sue e dei suoi vecchi compagni, oltre (e perché no?) per il nome che porta, oltre che per lo spazio politico – quello di una sinistra radicale e antagonistica – che intende colmare, e che da troppo tempo nel nostro paese non ha rappresentanza alcuna”.

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