#RingraziaUnDocente. Emanuele Rapisarda: vi spiego l’importanza di dire grazie ad un papà che è anche il tuo insegnante

maggio 10, 2019

Saro Faraci

  • Emanuele Rapisarda, siciliano d’origine, oggi capo della divisione di Vigilanza della sede di Trieste della Banca d’Italia. E’ la Settimana dell’Insegnante. Un maestro, un insegnante, un professore che durante il suo cammino abbia lasciato il segno. Ci può dire chi è stato e perché si sentirebbe di ringraziarlo oggi?

«In questa settimana dedicata all’iniziativa #RingraziaUnDocente, il mio pensiero va a due docenti e a una persona speciale che nel tempo hanno contribuito più di altri al mio percorso di crescita scolastico e personale, ispirando un profondo cambiamento nel mio modo di approcciare lo studio e, più in generale, la vita. Il primo insegnante che intendo ringraziare pubblicamente (ma che nel mio cuore ringrazio da sempre) è il prof. Andrea La Ganga Vasta, insegnante di matematica e geometria delle scuole medie inferiori, il quale mi ha aiutato a strutturare un metodo di studio che gradualmente ho esteso a tutte le discipline e impiegato negli anni, fino all’Università; non vi nascondo che i suoi insegnamenti, lungi da essere limitati alla sola matematica scolastica, sono in qualche modo cresciuti insieme a me e li ritrovo, vivi più che mai, nei modi con cui affronto il mio lavoro. Il secondo insegnante che desidero ringraziare è un docente conosciuto durante la frequenza universitaria del corso di Economia e gestione delle imprese e successivamente divenuto il mio “papà accademico”. Di lui ricordo la vicinanza ai giovani e la capacità di ispirare curiosità e apertura unite a rigore metodologico, un mix che mi avvicinò sempre più alle discipline manageriali e influenzò la mia decisione di iniziare il mio percorso accademico».

  • Però credo di capire che ancora da menzionare una persona speciale.

«La persona speciale che mi piace ricordare in questa occasione, ma non solo, è il mio caro Papà, mio insegnante di vita e insegnante di centinaia di giovani delle scuole superiori. Onestà e integrità morale sono i suoi più grandi insegnamenti a me come figlio; dedizione e passione per la Scuola e gli studenti sono i tratti che hanno caratterizzato tutta la sua carriera lavorativa e che tanti ex-studenti mi ricordano. Metodo di lavoro, curiosità e apertura al cambiamento, integrità sono i principali driver della mia vita; a distanza di anni dalla mia esperienza accademica e con mio Papà che ormai mi segue da lassù, sono immensamente grato di avere avuto al mio fianco persone (oltre che insegnanti) in grado di supportarmi lungo il mio percorso di crescita personale e professionale»

  • Secondo lei, le migliori qualità di un buon docente quali dovrebbero essere?

«Un bravo docente dovrebbe essere in grado di motivare gli studenti e suscitare l’interesse di questi ultimi verso la disciplina, oltre ad essere – ovviamente – preparato. Ritengo che l’empatia rappresenti la via per favorire un apprendimento di lungo periodo, che non ha come obiettivo il solo superamento dell’esame nell’immediato bensì quello di acquisire anche uno strumento in più per affrontare la realtà»

  • Lei stesso ha conosciuto, in altri momenti della sua carriera lavorativa, l’esperienza di docente a contratto nell’Università. Quali sono i ricordi più belli di questa pagina professionale?

«Ho un bellissimo ricordo degli anni in cui ho collaborato con l’Università di Catania, che per me rappresentano la mia “vita precedente”. Durante la mia esperienza di docente a contratto, i ricordi più belli riguardano i rapporti umani instauratisi con gli studenti, con i quali in molti casi sono ancora in contatto; nella didattica, mi sono sempre impegnato per condividere l’entusiasmo per le materie insegnate e per stimolare lo spirito critico. Ancora oggi in Banca d’Italia, durante le mie partecipazioni a iniziative formative in qualità di relatore cerco sempre di stimolare il dibattito e di individuare spunti di riflessione affinché ciascuno dei partecipanti (docente o discente) possa ritenersi, a fine incontro, soddisfatto per avere acquisito concetti, idee o punti di vista nuovi»

  • Torniamo ancora a Suo padre, è stato docente negli istituti scolastici superiori, molto amato e apprezzato dai suoi alunni. Non è facile, immagino, avere un padre che è anche professore. Come si fa a distinguere quando un buon consiglio viene dalla voce del padre o da quella del professore?

«Le confermo che per me era difficile capire la differenza fra i due ruoli, specialmente perché mio papà insegnava nella stessa scuola che frequentavo io. Spesso mi sentivo trattato “da studente”, con mio disappunto, però mio papà trattava i suoi studenti quasi come figli, quindi… Non so dire con esattezza quanto questa “co-abitazione” abbia influenzato i rapporti con i miei compagni di scuola. A distanza di anni, sono rimasto in contatto con pochi di essi e, proprio con quelli con cui ero più legato ai tempi della scuola, non ho praticamente più rapporti; ogni tanto mi chiedo se e quanto tutto ciò sia dipeso da me, dagli altri o se la “co-abitazione” ai tempi della scuola mi ha impedito di stringere rapporti più forti e duraturi. Sono consapevole che la dispersione dei rapporti dopo la fine della scuola è un fenomeno molto comune, però ho la sensazione che sia successo qualcosa che non sono riuscito a capire»

  • Alle sue figlie, quando hanno affrontato o affronteranno il primo giorno di scuola, cosa ha detto o dirà per evitare che si creino troppe aspettative che potrebbero andar deluse ma anche per significare l’importanza del mondo scolastico?

«Mia figlia grande frequenta il primo anno di scuola elementare; è una bambina molto intelligente, espansiva e sensibile. Il primo giorno le ho detto solamente di stare tranquilla e di ascoltare i maestri. Di pari passo al graduale intensificarsi dell’attività didattica, i primi compiti per casa, le prime difficoltà, ho provato a farle comprendere che un errore o un voto non buono non rappresentano un problema, se si capisce dove si è sbagliato e ci si impegna per non farlo più. Manifesta un grande interesse per tutte le discipline che studia a scuola, quindi non intendo assolutamente creare alcuna aspettativa sui risultati bensì supportare le sue curiosità che la conducono, in modo abbastanza autonomo, a svolgere le attività che le vengono assegnate; anche se è ancora piccola, ogni tanto le dico che non c’è bisogno di fare tutto di corsa, pur di “fare”, ma che bisogna rallentare e riflettere per capire il senso delle cose. Mia figlia piccola frequenta la scuola dell’infanzia; dunque è ancora presto per darle messaggi diversi dal “fai la brava”, “torno a prenderti più tardi” oppure “mangia tutta la pappa”»

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