#RingraziaUnDocente. L'Italia oggi dimentica la Scuola, ma gratitudine e riconoscenza verso gli insegnanti non moriranno mai

#RingraziaUnDocente. L'Italia oggi dimentica la Scuola, ma gratitudine e riconoscenza verso gli insegnanti non moriranno mai

Saro Faraci

Comincia domani, ma per il calendario si può iniziare a festeggiare anche oggi. Parliamo della Teacher Appreciation Week, la Settimana dell’Insegnante, un appuntamento fisso che ogni anno si celebra negli Stati Uniti per ringraziare, nell’arco di sette giorni consecutivi, il mondo dei docenti, degli insegnanti di scuola, pilastri fondamentali nella formazione ed educazione delle giovani generazioni. Con l’hashtag #thankateacher è possibile sui social, sul proprio profilo facebook, twitter o instagram, ringraziare un docente, un insegnante, un formatore incontrati lungo il proprio cammino, dalle elementari alle superiori, e perfino all’Università. Un mentore o una figura carismatica, insomma, che sono risultati determinanti, decisivi o semplicemente ispiratori nella propria crescita personale, educativa e professionale.

Anche in Italia tale iniziativa viene celebrata, promossa dal portale Your Education attraverso la sua pagina Facebook e, per un periodo, supportata pure dal Corriere della Sera. L’hashtag è #RingraziaUnDocente oppure anche #TeachersMatter. Ovviamente il #RingraziaUnDocente ha sempre valore simbolico, tanto affettivo nel ricordo dei bravi insegnanti quanto sostanziale nel riconoscimento del ruolo dei docenti nella società italiana.

L’Italia sta declassando in fretta e furia il ruolo sociale degli insegnanti. Siamo di fronte ad una attività abusiva di demolizione dell’istituzione. Ogni giorno è un bollettino di guerra. Da un lato, tantissimi insegnanti picchiati, aggrediti, sbeffeggiati e derisi sia dagli studenti sia, cosa assai più grave, dalle loro famiglie. Dall’altro lato, docenti che perdono la pazienza, incapaci di governare le classi, arrabbiati, frustrati, fino a compiere inauditi atti di violenza o di molestia sui giovani. Si tratta di comportamenti estremi, episodi marginali che non dovrebbero far testo all’interno dei “grandi numeri” di una Scuola che, per fortuna, ogni giorno va avanti improntata ad un sereno rapporto fra docenti ed allievi. Ma sono episodi che, tuttavia, devono far riflettere. C’è qualcosa all’interno della Scuola che non va più ed evidentemente, in tali condizioni di fragilità istituzionale, molti ne approfittano e si sentono legittimati ad assaltare la diligenza.

Il titolo d’apertura oggi del quotidiano La Sicilia è dedicato alla notizia del decremento della popolazione scolastica. In base alle previsioni dell’Ufficio scolastico regionale, si stima che per il prossimo anno scolastico ci saranno 12.000 iscritti in meno nelle scuole isolane. E’ una vera e propria emorragia che ha cause lontane nel calo delle nascite e nell’emigrazione di interi nuclei verso il Nord, dati i problemi economici di molte famiglie. Ma ci sono anche motivi endemici al sistema scolastico regionale, incapace di fronteggiare il tema della dispersione che, a sua volta, deve essere condiviso con le politiche dei servizi sociali per avvicinare gli alunni all’istituzione scolastica e aiutare le famiglie. Per avere un quadro complessivo della situazione scolastica in Sicilia, è sufficiente leggere il documentato esitato dall’USR a fine anno scorso dal titolo “La Scuola in Sicilia 2018-2019”

Così lentamente la Scuola muore, il Paese dimentica il valore dell’istituzione scolastica, giovani e famiglie non riconoscono più né l’autorità legittima né l’autorevolezza degli insegnanti. Si susseguono le riforme, nel tentativo di riportare la nostra Scuola italiana agli standard degli altri Paesi stranieri, di quelli europei in particolare; l’ultima è quella inerente la revisione degli esami di maturità di cui ci siamo ampiamente occupati nei giorni passati dalle colonne di questo giornale. I problemi però rimangono ugualmente e la Scuola, da parte sua, non riesce a fronteggiare adeguatamente i cambiamenti che le sono richiesti anche da una società in continua evoluzione, più tecnologica, più social e connettiva e più “liquida” per usare il noto aggettivo impiegato dal sociologo Zygmunt Bauman nei suoi scritti illuminanti sulle nuove metafore espressive del cambiamento.

Esiste però il valore insostituibile e preziosissimo della riconoscenza e della gratitudine. Ed è quello cui punta la Settimana dell’Insegnante, la “Teacher Appreciation Week” che negli Stati Uniti si continua a festeggiare e che in Italia invece dopo poche edizioni è già stata messa in soffitta. Riconoscenza e gratitudine, manifestate con una parola, un gesto, un biglietto di ringraziamento; oppure oggi, in epoca social, con un hashtag, #RingraziaUnDocente, che può accompagnare un post di apprezzamento verso un maestro delle elementari, un insegnante delle medie, un professore delle superiori, un docente universitario che, in un certo momento della propria vita, è stato determinante per mille motivi: l’esempio che ha dato; l’amore e la passione che ha messo nelle lezioni; le parole di incoraggiamento pronunciate al momento giusto; i consigli preziosi forniti nei momenti di scelta; il sostegno morale o la vicinanza affettiva manifestata in certe fasi critiche della propria crescita; più semplicemente la mentorship esercitata per periodi più o meno lunghi.

Sicilia Network da domani e per tutta la Settimana dell’Insegnante pubblicherà una serie di articoli in cui si parlerà di Scuola ed Università nella prospettiva del ringraziamento. Racconteremo storie soprattutto, perché la narrazione ha un valore importante, va oltre il singolo episodio. Vi annunciamo che ci saranno anche storie molto interessanti e, per certi versi, commoventi. Intanto, in attesa  di scoprire i prossimi articoli, regaliamoci qualche pagina tratta dal libro L’Ora di lezione di Massimo Recalcati.

«La forza dell’educazione non è recuperarla a un ideale standard di normalità, ma potenziarla, difenderla, amarla. Ecco una buona definizione dell’educazione: amare la stortura della vite. E’ il compito che attende per primi i genitori e che in un secondo tempo investe la Scuola. Oggi il pericolo non è più concepire l’educazione come il calco autoritario della tradizione, ma quello di assimilarla all’esaltazione del principio di prestazione che trasforma la vita in una gara perpetua. Diversamente la stortura della vita esige l’eccezione, lo scarto, la divergenza, l’eresia. Non è forse un’eresia a essere sempre in causa in ogni processo di soggettivazione? Non è questa la posta in gioco di ogni eredità? Reinventare quello che abbiamo ricevuto dall’Altro in modo singolare, sintomatico, generare uno stile proprio, realizzare la vocazione del desiderio, rendere la nostra vita una vite storta»

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