Samuele, morire di carcere. Al Pagliarelli le mancate verità

luglio 15, 2019

di Katya Maugeri

PALERMO – «Voglio sapere chi era di turno la notte del 3 novembre e perché mio figlio era lì, in quella cella di isolamento, diventata poi luogo della sua morte», non si arrende mamma Lucia.

Era il 4 novembre 2018, giorno in cui veniva rinvenuto il corpo senza vita di Samuele Bua, un giovane palermitano con problemi di disturbi psichici, in una cella d’isolamento del carcere di Pagliarelli. Il giovane era in isolamento punitivo, perché  si era rifiutato di stare  in una cella con un detenuto con il quale, sembra avesse avuto problemi.

«L’isolamento è una pratica di tortura che va abolita, soprattutto per i soggetti con problemi mentali o tossicodipendenti» ha spesso dichiarato Pino Apprendi, presidente di Antigone Sicilia, associazione che ha seguito sin dal primo momento il triste episodio, e si chiede come sia possibile che a distanza di otto mesi non si conosca l’esito dell’esame autoptico. Sul caso, in realtà, ci sono tante domande e poche risposte. «Mio figlio ha ricevuto le cure necessarie? – continua a ripetere Lucia Agnello – gli psicologi e gli educatori lo hanno incontrato? Ci sono le relazioni quotidiane dei medici che avevano l’obbligo di visitarlo? “Signora, suo figlio è morto”, così mi hanno detto quel pomeriggio. Così. Con i lacci delle scarpe, si è impiccato».

Il ragazzo aveva già  dato chiari segni di disagio e, durante un colloquio con la madre, aveva manifestato la voglia di farla finita con una lama da barba che nascondeva nelle dita dei piedi. «Come ha potuto procurarsi i lacci delle scarpe, che non avrebbe dovuto avere in isolamento? Era una persona che andava sorvegliata a vista – spiega Pino Apprendi -. La madre lo ha ” consegnato” allo Stato affinché lo proteggesse e invece gli è  stato restituito  cadavere. Antigone continuerà il proprio impegno affinché il carcere, nel rispetto della Costituzione, sia sempre più comunità rieducativa e saremo accanto alla famiglia di Samuele per fare emergere la verità ed eventuali responsabilità».

Samuele era un ragazzo che amava giocare a calcio, pieno di vita e di sogni, un’anima buona, racconta la madre, un ventinovenne sensibile che ha avuto la sfortuna di incontrare nel suo cammino la “sostanza”, un abuso che lo ha cambiato per sempre. «Improvvisamente era diverso: non riconosceva i familiari nelle foto a casa, diceva di sentire delle voci, aveva spesso dei deliri e un giorno cercò di togliersi la vita tagliandosi le vene con un coltello», mamma Lucia racconta a singhiozzi la sua vicenda, con pause e respiri profondi. «Poi, la diagnosi: schizofrenia. E da lì è iniziato il nostro inferno, bombardato da farmaci che lo rendevano sempre più irrequieto, a tratti spento, e poi nervoso. Infelice». Nel 2015 il trattamento sanitario obbligatorio a Termini Imerese, il primo di una lunga serie che agitava e tormentava l’animo di Samuele.

“Io non sono malato”, continuava a ripetere strappando ogni documento, ogni foglio che riguardava la sua diagnosi. I farmaci influivano negativamente sul suo sistema nervoso tanto che negli ultimi tempi – prima dell’arresto – durante una discussione colpì la madre e la sorella. «Non li abbiamo chiamati noi i carabinieri, i nostri vicini ormai non ne potevano più – racconta la madre – giorni prima aveva lanciato una confezione d’acqua dal balcone, rotto un vetro con una pietra. Eravamo davvero impauriti dalle sue reazioni. Non era più lui da quando assumeva quei farmaci».

Poi l’arresto. «Dal 2 maggio al 4 novembre ho cercato in tutti i modi di trovare la soluzione migliore – racconta con dolore mamma Lucia – perché i segni di squilibrio non si attutivano: Samuele rifiutava le cure, non voleva stare in sezione insieme agli altri detenuti, ha tentato persino di bere del detersivo, e mi diceva più volte di volersi ammazzare. Dovevamo aiutarlo con gli strumenti adatti: trasferirlo in una comunità ed era un sogno che stavamo per realizzare, ma lui è morto. Impiccato. Ogni giorno vivo con la consapevolezza che quel figlio non verrà più a pronunciare nessuna parola graziosa, ed è terribile».

Era necessario portare fuori dalle sbarre Samuele, in una struttura adeguata per farlo curare e non lasciarlo lì, in quel luogo in cui nessuno sembrava ascoltare quell’eco di morte. Morte annunciata, e ignorata.

«Dovevano trasferirlo, salvarlo dai suoi deliri, dalle sue turbe. All’assistente sociale dell’istituto penitenziario non risultava nemmeno la presenza di mio figlio. Si rende conto? Lo ha ucciso la superficialità, la mancata sorveglianza. Ero così scrupolosa io, mi attenevo alle loro regole: dovevo portare tutto secondo i termini di sicurezza, persino l’accappatoio senza cappuccio, lo tagliavo, lo rifinivo per non causare disagi. E loro? Loro che fanno? Non riescono nemmeno a dare il risultato dell’autopsia a una madre che vuole conoscere la verità».

Ma al Pagliarelli la gravità delle condizioni psichiatriche di Samuele erano ben note come si evince dall’esame del diario clinico, «all’amministrazione penitenziaria sin dal mese di giugno erano a conoscenza anche delle tendenze autolesionistiche», ci spiega l’avvocato Giorgio Bisagna, legale che si occupa di diritti umani e presidente dell’associazione avvocati dei diritti umani (Adduma).

«Era noto, inoltre, che i sanitari avessero chiesto la sorveglianza ventiquattro ore su ventiquattro, mai ottenuta, il ricovero in sezione psichiatrica. E ancora: che fossero state date prescrizioni sul vestiario e le suppellettili in uso a Samuele al fine di evitare gesti autolesionistici e il mancato trasferimento a Barcellona Pozzo di Gotto nonostante l’autorizzazione».
Quindi, «una condotta diligente e conforme alla normativa», sostiene il legale, avrebbe certamente tutelato la condizione emotivamente instabile del giovane: il rispetto delle prescrizioni sul vestiario avrebbe abolito l’utilizzo dei lacci utilizzati da Samuele per impiccarsi, la sorveglianza h24 avrebbe consentito comunque un sollecito intervento di soccorso, il trasferimento immediato, dopo la conclusione dello snervante rimbalzo amministrativo, nella struttura di Barcellona, avrebbe evitato del tutto il triste epilogo.
«Io non mi voglio arrendere, andrò avanti – conclude mamma Lucia – mio figlio non tornerà più, ma continuerò a combattere per tutti quei giovani che ingiustamente vengono trascinati in quella cella che è sinonimo di morte». Giovani che avrebbero diritto a delle cure adeguate a un barlume di speranza, alla dignità di uomini e, perché no, alla vita.

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