L’etimologia del pensiero secondo il giudice-scrittore

febbraio 14, 2019

 

 

 

Santino Mirabella

Nell’intreccio della quotidianità, ogni aspetto non men che greve rischia di venir ritenuto figlio dell’ineluttabilità. Certamente chi per lavoro, chi per accidente, chi per distratta curiosità si muova nell’ambito prettamente giudiziario, non può che osservare la vita nel suo particolare più che nel suo insieme e valutar la stessa in tal modo, come una sineddoche sostanziale che ci ruba la visione globale, parcellizzando i singoli pezzi del mosaico senza la visione immediata del mosaico stesso.

Solo attraverso le ali di un drone esistenziale possiamo viverci lontano, capire il colmo di noi stessi e acquisire quella immagine che dal nostro limitato orizzonte non ci giunge. Perché l’orizzonte è fin dove arriva lo sguardo e solo lì si crede il confine. In questo modo però le nostre attenzioni si distolgono dagli aspetti collaterali e cercano, pietendo, uno spazio che non riusciamo ad ottenere se non con la forza di un pensiero non claustrofobico. Immediatamente, quel che nella quotidianità viene spacciato per residuale diviene così ad esser la sola cornice entro la quale doversi muovere, permettendo una gestione emotiva che prescinda da pressioni centripete.

Il ponte per una diversa metodologia esistenziale è già esistente ma friabile come cialda se lo si lascia senza manutenzione. Solo la conoscenza, non nozionistica ma sostanziale, permette di sviare quel quotidiano che non lascia altra strada da sé, che disegna corsie senza caselli, viaggi senza autogrill. E così parlare di cultura è il solo modo per immergersi in qualcosa di così ampio da permettere la visione multidimensionale delle cose. La cultura è lo sguardo dall’alto di cui parlavo, ma, in fondo, anche dal basso, dal di dentro.

E come la cultura è il solo modo per afferrare sì altri mondi, ma soprattutto questo mondo, per capir di che si parla, di come si parla, di quel che si dice, non può prescindersi dalla etimologia delle parole stesse, così come per saper quel che si mangia non può prescindersi dal saper la provenienza di ciò che si mette in tavola.

Nella nostra tavola intellettiva, parlando or di Cultura, ricordiamo come il termine stesso sia etimologicamamente mutuato dalle stesse fondamenta della parola coltura, cioè dal verbo còlere. Perché è coltivando che si germoglia, è curando che si sboccia, è irrigando che si cresce. La crescita di un individuo, di una società, di un sistema non può prescindere dalla cognizione di ciò che si era, si è e si sarà. Anzi, proprio per il fatto che ciò che si sarà non è ancora, è per questo che occorre irrigare, occorre curare, occorre coltivare.

Perché non é vero che siamo una società che tende a dimenticare; siamo ormai una società che a monte non vuol proprio sapere, per non correre nemmeno il rischio di ricordare. Quel che sembra esercizio dialettico deve essere grattugiato dal suo aspetto estetico/linguistico e percepito dal di dentro. Solo attraverso la conoscenza  riusciamo a scoprire anche quel che non si può pensar di credere, o quel che lo si pensava diverso, variegato, perfino eterno.

Ed eterno stesso è un concetto assolutamente malfermo, perché l’eterno, se non ha inizio e non ha fine, si scontra con la nostra mente, prigioniera della temporalità e restìa a visioni eterne. Un eterno che venga definito è già un ‘eterno’ ingabbiato e, perciò stesso, negato. La nostra mente crede che l’eterno abbia un limite, un confine, e quindi si riduca ad un muro ove sbattere. Forse perché su quel muro vi è disegnato quell’orizzonte bellissimo di cui parlavo prima, che ispira poeti romanzieri e sognatori, che disegna vastità infinite scontratesi con le ferite  esistenziali.

La cultura non è la rifinitura, la cultura è l’essenza che ci permette di capire. Non può trascurarsi l’aspetto immediatamente sociale di essa; vi sono stati, purtroppo di recente, ministri che han detto che con la cultura non si mangia, ma con ciò dimostrando che con l’ignoranza, spesso, si governa. Il conoscere è il solo modo perché una società si riconosca, e riconoscendosi possa specchiarsi, se serve, o rivoltarsi, se occorre.

Ciò che è non può non essere nel momento stesso in cui se ne è consapevoli. E per questo occorre capir bene il contesto ove viviamo, per vivervi con criterio, migliorarlo  o rivoluzionarlo. Tutto è migliorabile, certo, ma purtroppo tutto è anche peggiorabile e quindi vi sono momenti storici in cui, nell’arretramento generale, anche il restare fermo diviene paradossalmente un passo avanti. E conoscere le parole è il modo per conoscere il mondo.

L’etimologia delle parole stesse, come detto, è il solo modo per utilizzarle nei loro confini. Le parole hanno bisogno della loro vita; le parole non sono infinite ma i loro significati volano come foglie e allora occorre che il vento sia sincero, sia vero, sia rispettoso. Qualche paravento può offuscarle a volte, ma le parole hanno la loro casa e i loro confini.

Chi parla male pensa male’, diceva Nanni Moretti in un suo film; parlare male può essere un modo artato per divergere da un pensiero. Occorre guardare le parole oltre che ascoltarle. Chi ha paura delle parole le camuffa, chi le rispetta le ama. Don Milani scriveva che “l’operaio conosce 100 parole, il padrone 1000, e per questo è lui il padrone.”. Per questo il povero verrà sempre fregato, perché ogni parola non imparata oggi è un calcio domani.

Però parlare male può essere collimante ad un pensiero a monte distorto ed ecco che quindi la riflessione di Moretti rischia purtroppo di calzare a pennello. La cultura non è solo ‘le parole’ che la esprimono, ma le parole sono la piattaforma sulla quale veicolare il proprio surf esistenziale, emozionale. Le parole esprimono l’etimologia del pensiero stesso che viaggia attraverso di esse e con esse si fa conoscere.

Per questo, per difendersi dal Potere, che è ‘potere’ proprio perché padrone della lingua, è necessario che i ragazzi imparino fin da subito a esprimersi e a comprendere. Il potere sa che l’unico pericolo non è (solo) il mero terrore o la forza oppositiva (circostanze capaci di creare uguali forze in senso opposto), quanto una opposizione culturalmente forte.

Quindi bisogna capire e sapere per potersi e sapersi difendere.

Robespierre del resto sosteneva che attraverso poche parole poteva trar motivo per ordinare di ghigliottinarne l’autore. Il Potere ha sempre usato le parole e ha sempre giocato con esse. Del resto, anche il legislatore, la magistratura, la avvocatura hanno creato una lingua curiale e lontana, autoreferenziale, per essere e sentirsi casta il più possibile, affinché tra gli addetti e i fruitori vi debbano essere dei necessari decodificatori. E il popolo sempre più lontano. Ma questa forma di prigionìa può e deve esse emendata attraverso, appunto, metodologie divulgative di cultura, una cultura che ‘liberi’ oltre che permetta di conoscere. Una cultura che fornisca forza a monte e libertà a valle.

Nel 1984 Giorgio Gaber scriveva che: ‘…la cultura dovrebbe essere segreta e non fa bene spalmata sopra il pane come la marmellata.’ Chiaramente questo pensiero non è condivisibile, anche se invero in Gaber non si capiva mai dove finisse il vero pensiero ed iniziasse la mera provocazione. Non può disconoscersi la necessità di liberare i polsi legati dalla non conoscenza. Meno conoscenza, meno cultura delle masse permette a qualunque potente di lanciare promesse e sapere per certo di essere creduto, di mantenere lo status quo proponendosi demiurgo dei propri stessi mali.

Nel 2011 Franco Battiato ancora scriveva:

‘Che cosa possono le leggi dove regna soltanto il denaro?
la giustizia non è altro che una pubblica merce…
di cosa vivrebbero ciarlatani e truffatori
se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente?’

La cultura è il vero grano per la libertà, perché non appiattisce, non dà certezze, semina dubbi e curiosità e sprigiona le forze per risolverli. Vivere è domandare, domandarsi è cercare cose nuove; le risposte troppo spesso sono solo la trappola costruita attorno alle domande, ma nel gioco della vita il rischio di osservare soddisfatti il bicchiere pieno è molto maggiore di guardare incantati il mare.

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