Sciopero nei centri commerciali: la festa non è in vendita


 
 
 
Daniele Lo Porto

CATANIA –  Più che uno sciopero tradizionale, con tanto di braccia incrociate, è un’operazione di sensibilizzazione nei confronti degli utenti contro l’apertura indiscriminata dei centri commerciali e degli ipermercati. Una moda, più che una esigenza o una necessità, che si è diffusa  prepotentemente in questi ultimi anni, ma senza un concreto e significativo ritorno in termini economici. Otto ore di sciopero in occasione della Pasquetta, sono state proclamate da Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uil Tucs Sicilia, in ambito regionale, sottolineate da un volantinaggio bellicoso più nella forma che nella sostanza: “Vi romperemo le uova nel paniere. La festa non si vende, il commercio non è un servizio essenziale”.

“E’ la prima di quattro manifestazioni che abbiamo già programmato in occasione delle prossime festività tradizionali per gli italiani, che però stanno perdendo parte dei loro connotati storici. Ci riferiamo, oltre alla Pasquetta, con la gita fuori porta, al 25 aprile, festa della Liberazione; al 1° maggio, festa del lavoratore, e del 2 giugno, la festa della Repubblica. Tutte date, con un forte valore simbolico –  nelle quali – dichiara Giovanni Casa, segretario provinciale della Uil Tucs -, ci si ritrovava con amici e parenti per la classica scampagnata, per visitare località turistiche, per trascorrere una giornata all’aria aperta. Ma l’invadenza dei centri commerciali sta modificando le abitudini degli italiani e l’apertura anche in queste occasioni diventa una “distrazione” per molti” clienti”.

Ma, all’apertura ormai indiscriminata dei centri commerciali non corrisponde una crescita di fatturato significativa. In sostanza gli acquisti che potrebbero essere effettuati il sabato si rinviano alla domenica. “Prevale più la prerogativa di luogo di aggregazione che  quella di luogo commerciale – spiega Casa -, d’altronde in Sicilia, a Catania in particolare dove si registra un’altra concentrazione di centri, la crisi è evidente già da due-tre anni, in ritardo rispetto al resto d’Italia. E’ facile prevedere prossimi problemi per l’occupazione. Ad esempio per Pasquetta solo l’Auchan di via San Giuseppe la rena, a Catania, è rimasto chiuso, ma per una scelta dell’azienda che già da tempo ha depotenziato l’interesse commerciale a favore delle Porte di Catania dove è stato compiuto un investimento più importante. L’Auchan è passato da 420 addetti ai 110 attuali e per loro il posto di lavoro è fortemente a rischio”.

La sciopero regionale non ha fatto registrare una diffusa adesione, ma era previsto. La festività viene retribuita mediamente il 50% in più della normale giornata lavorativa, per cui è oggettivamente difficile – soprattutto in questo periodo di crisi – rinunciare ad un extra, anche perché le aziende mettono in atto tutta la loro capacità di “convincimento”. In alcuni casi centri commerciali e iper mercati si sono limitati all’apertura nella fascia antimeridiana.

“Ma la nostra iniziativa non si ferma allo sciopero regionale. Le nostre organizzazioni faranno pressing sul nuovo parlamento affinchè venga rivista la Legge sulla liberazione varata dal governo Monti che ha prodotto questa situazione che deve essere rivista a nostro parere. L’apertura in occasione di una festività deve essere un’eccezione, magari collegata a circostanze locali, non la norma, perché il lavoratore deve poter godere del diritto al riposo festivo nel rispetto delle ricorrenze civili e religiose nel nostro paese. E sugli Enti locali – conclude Giovanni Casa – torneremo alla carica perché rivedano i piani commerciali, riqualificando il territorio urbano e i negozi di vicinato”.

Dal Giornale di Sicilia

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