Il grembiule nero e il maestro in doppiopetto: era un’Italia migliore

settembre 5, 2018

Alfio Franco Vinci

Era il 1958 quando, fresco di esami di seconda elementare, mio padre decideva di lasciare la bucolica villetta di Bizzozzero (fra la carrozzeria Minonzio e la Bassani Ticino), per trasferirci in c entro a Varese e di iscrivermi alla terza classe della scuola elementare Cairoli. Allora gli esami di seconda elementare, dopo qualche anno avanzati in terza, erano una cosa seria e servivano a capire se il bambino era pronto ad affrontare il secondo ciclo, o se doveva aspettare un altro anno; non solo, ma serviva a quanti a 7/8anni dovevano lasciare la scuola per andare a lavorare nei campi od in qualche bottega artigiana, ad avere, se non il “pezzo di carta” della licenza elementare, almeno l’attestato di superamento del primo ciclo. Tutto normale 60 anni fa; la scuola del l’obbligo finiva con la quinta elementare, e per andare a lavorare bastavano 10 anni (ed anche meno). Le due leggi di avanzamento della scuola dell’obbligo a 14 anni e della tutela del lavoro minorile sarebbero arrivate a metà anni ’60.
Nel 1958 in contemporanea con la mia iscrizione in terza elementare, il ministro della pubblica istruzione del tempo, Aldo Moro, introdusse con decreto l’insegnamento obbligatorio della Educazione civica per le scuole medie e superiori e facoltativo per quelle elementari per due ore settimanali. Alla mia fisiologica apprensione per il cambio di zona, di stile di vita, di frequentazioni di coetanei si aggiungeva quella del pathos per l’ingresso in terza e la fama del maestro che avrei avuto per i successivi tre anni. Si chiamava Angelo Visconti, un ex ufficiale degli Alpini, alto, segaligno, sempre in doppio petto, dallo sguardo severo dietro due lenti senza montatura che incutevano ancora più timore quando ti fissava.
Nel giro di pochi mesi scoprimmo che, dietro quel suo naturale aspetto burbero e comunque intransigente per quanto riguardava la disciplina ed i comportamenti anche fuori della scuola    ( (“fino alla fine di via Cairoli” tuonava) in realtà c’era un grande uomo che sapeva trasmettere non solo insegnamenti ma principi di vita che non ho più dimenticato. La scuola finiva alle 17 (a Varese già 60 anni fa si faceva il tempo prolungato con servizio mensa, gratuito per chi non poteva pagare) e lui invitava chi non avesse capito qualcosa ad andare a casa sua per approfondire dopo l’orario. Insegnante anche la moglie, accoglieva tutti con un sorriso.
Ovviamente il maestro Visconti fu uno di quelli che si avvalse dell’insegnamento facoltativo della educazione civica  con particolare rigore e veemenza e ricordo ancora la prima lezione.
Ci spiegò perché dovevamo portare obbligatoriamente i grembiulini neri: non solo per non sporcarci, allora si usava pennino, calamaio, quaderno nero con i bordi rossi e carta assorbente, ma per farci capire che eravamo tutti uguali.
Il figlio del medico, dell’avvocato, dell’operaio, del disoccupato eravamo tutti uguali e solo il severissimo direttore sapeva chi erano i non paganti a mensa. Capimmo subito e lo capirono anche quelli che “se la tiravano “, alcuni dei quali finirono isolati.
Diventammo fieri di quei grembiulini che un po’ ci impacciavano i movimenti, ma il maestro ci fece capire che erano la nostra divisa, così come gli Alpini avevano la loro, e con la narrazione di qualche aneddoto di vita militare ci faceva metabolizzare i concetti. Poi ci spiegò che l’educazione civica consiste nella educazione dei cittadini non solo al rispetto delle leggi ma anche dei principi etici. Non rubare, non è solo un articolo del codice penale, ma anche un comandamento della nostra religione. L’educazione civica fin dall’antichità e a tutte le latitudini ,dall’antica Grecia di Platone alla Cina di Confucio ha contribuito ad educare i cittadini ad elaborare i concetti di diritto e di giustizia cui ispirarsi tanto nella vita privata quanto in quella pubblica.
La materia d’insegnamento venne prima soppressa e poi trasformata e dal 2011 per un’ora la settimana, riguarda l’educazione stradale, quella sanitaria e quella alimentare:  direbbe il buon Di Pietro “che c’azzeca?”
Quegli insegnamenti ci hanno aiutato a far crescere il nostro Paese, a concepire strumenti di solidarietà sociale, a rispettare l’uomo in quanto tale e quindi come lavoratore, a tutelare i minori e le donne ,a vivere in una società degna di tale nome e a contestualizzare principi etici e norme giuridiche per rendere più tangibili i primi. Oggi tutto ciò non esiste più: e se per recuperare il tempo perduto tornassimo ai grembiulini?

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