Simona Zeta: “La mia dipendenza alla vita”

ottobre 27, 2017

|Katya Maugeri|

CATANIA – Scegliere di raccontare la vita, nelle sue infinite, complicate e paradossali sfaccettature non è facile. Bisogna osare e trovare il coraggio di descriverne luce e ombra. Senza riserve, senza il timore di scandalizzare, ferire, deludere chi ascolta. Chi legge. Simona Zeta è una donna che decide di mettere nero su bianco le proprie riflessioni. Lo fa attraverso la pubblicazione di “Ritrovarmi”, edito da Bonfirraro.

Senza giri di parole lei racconta quanto dura, amara può essere la vita, ma lo fa con la luce negli occhi riuscendo a tracciarne un percorso costruttivo, ottimista. Emozionante. Il suo romanzo, a tratti biografico, è un vortice di esperienze che risucchia la protagonista all’interno di un inferno che sembra non aver scampo. Ma la via d’uscita lei riesce a trovarla. La vita stessa diventa la chiave di lettura, l’àncora di salvezza per vincere ogni paura. Pagine intense in cui emerge la fragilità e la forza di una donna che non smette di lottare pur di vivere pienamente ogni singolo attimo. Si parla di eccesso, di solitudine, di sorrisi, di emozioni e di malattia. «Quando hai avuto una malattia diventi un eroe sotto gli occhi della gente – dichiara l’autrice durante l’intervista a Sicilia Network – diventi come uno spartano in guerra. In realtà nella guerra ti ci hanno catapultato che tu non sapevi tenere in mano nemmeno un coltello da portata e hai dovuto improvvisare senza sapere come sarebbe andata a finire! Ma la gente questo non lo sa. Diventi un eroe e questa è la parte che affascina poiché -secondo le persone- c’è tanto da imparare da te. Poi c’è la categoria di gente che invece si intimorisce a trattare certi argomenti, come se non si sentissero all’altezza, come se il “malato” si aspettasse da loro una parola di conforto, o una frase intelligente e brillante. In realtà non è così. Il malato sa di esserlo e ha imparato a conviverci. Il problema è dell’interlocutore».

Simona infatti da circa due anni alterna la carrozzina al deambulatore a causa di una ricaduta di un’encefalomielite recidivante. Le sue pagine sono un inno alla vita, nonostante il buio e la sofferenza, lei urla alla vita e ne pretende solo le sfumature migliori. Descrive con ironia e poesia esperienze che devastano la protagonista, una lotta contro l’ironia del destino che la mette alla prova. Ma lei, non è una “vinta”. «Trovo che i “vinti” siano tutte quelle persone che vivono la propria vita in maniera passiva – continua Simona Zeta – che per paura non lottano mai per un ideale, come gli ignavi secondo Dante; tutte quelle persone che per timore di fare la scelta sbagliata preferiscono stare in balia degli eventi perdendo così tante occasioni, soprattutto quella di essere “felici”. I “vinti” sono quelli che sono vittime del giudizio altrui, e che vivono la propria vita non per come la vorrebbero ma cercando di colmare le aspettative della società».

Un libro da leggere tutto d’un fiato per captarne la linea sottile che divide il vittimismo dalla consapevolezza di esserci, nonostante tutto. Nonostante il dolore, i cambiamenti radicali, nonostante l’indifferenza altrui dinanzi la disabilità. Pagine forti che coinvolgono il lettore a tal punto da sentire un reale contatto con l’autrice. Nulla di effimero, di astratto. Parole carnali e vive prendono forma nella descrizione di tematiche alle quali, molto spesso, non abbiamo il coraggio di approcciarci umilmente.
“Cos’è la disabilita? È non avere più una vita propria. È dipendere sempre dagli altri, anche per comprare il pane. È tramutare in imprese bibliche tutti i gesti di primaria normalità. È cambiare tutte le tue abitudini e rassegnarsi al fatto che molto probabilmente non potrai fare mai più quello che tanto amavi fare. Scoprii che non potevo ballare, e io amavo ballare. Tante volte mi sono sentita sminuita davanti alla nostalgia delle mie amate scarpe. Ma che ti importa dei tacchi, diceva la gente, l’importante è che stai bene!”.

Un romanzo che insegna a vivere, scritto da chi ha vissuto ai margini della vita: «Credo che ci sia tanto da imparare da chi ha toccato il fondo ed è riuscito a risalire con le proprie forze. Dà una speranza. Io non voglio insegnare nulla. Il mio libro non è una ode alle mie imprese, piuttosto è un messaggio che vuole dire: “anche io sono un essere umano, se ce l’ho fatta io, ce la farai anche tu».

Da cosa è caratterizzata la via di fuga per gli adolescenti che, in questa società, non trovano stimoli per compiere il salto che li porterebbe a raggiungere i propri sogni?

«Credo che i giovani d’oggi non siano educati alla vita. Vivere vuol dire fare esperienze, cadere, rialzarsi, prendere delusioni per imparare dai propri errori. Questo fa parte della crescita personale di ogni individuo. Ma le nuove generazioni non sono educati a questo per via di genitori oggi troppo protettivi e a causa di una realtà virtuale che ha rimpiazzato la vita stessa. Così ecco che davanti alla prima delusione, ieri tornavamo a casa piagnucolando, oggi sentiamo che il ragazzino di 14 anni si è suicidato perché lo hanno definito “grasso”. C’è da riflettere».

Ci sentiamo tanto liberi e tanto social, ma incapaci di comprendere lo stato d’animo altrui. Un limite o semplicemente egoismo?

«Sicuramente viviamo in un periodo storico in cui è più importante apparire che essere, quindi curiamo più l’immagine che i sentimenti, la spiritualità e i rapporti umani. Non sappiamo più ascoltarci poiché stiamo sempre meno con noi stessi, figuriamoci se riusciamo ad ascoltare gli altri! Ma per fortuna non è così per tutti. Esiste ancora qualcuno che ha il dono dell’empatia e che riesce a capirti anche senza parlare. Sono persone rare, ma esistono».

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