Solo due donne. Sole

marzo 22, 2017

ph: Marina Alessi

|Giuseppe Condorelli |

CATANIA. L’infelicità e la solitudine sono uno scaffale vuoto in una mattina qualunque di due vite qualunque di una casa qualunque, pure malandata. E s’appicica una luce fredda in quelle camere disadorne. Una luce che cade dalla notte al giorno uguale, continua, lacerante. È la stessa luce perturbante e densa che irradiano le protagoniste de “Due donne che ballano” di Josep Maria Benet i Jornet, la piéce inserita nel cartellone dello Stabile etneo e prodotta dal Teatro Carcano di Milano.

Il titolo rassicurante (e come non pensare al western domestico e tragicomico de “La casa della nonna” di Nino Romeo) occulta paradossalmente gli incendi personali delle due protagoniste, le loro occasioni perdute, le tragedie impossibili da confessare. L’una – l’anziana – che non si ricorda se la sua “è artrosi o artrite”, è avanti con gli anni ma non svampita: anzi, è un peperino; ciarliera, ex femminista (ex tutto), acida quanto è giusto, due figli più lontani che vicini (anche se si sforza di non ammetterselo) e solo una collezione di fumetti, venerati con cura maniacale, a tenerle compagnia. Almeno fino a quando irrompe l’altra – la giovane badante, imposta dalla figlia – muta e nervosa, scostante e anaffettiva, non troppo brava a celare un grumo atroce, un sentimento di avversione inespugnabile contro tutti e tutto.
L’incontro di queste due figure della modernità diventa allora un assedio (reciproco), un corpo a corpo fisico e psicologico sul campo di battaglia di un soggiorno piccolo-borghese, scaffali ordinati e ante che rigurgitano di medicine. Non si piacciono: e se lo dicono. Se l’una ha voglia di parlare l’altra si chiude in un mutismo irritante: si odiano quasi felicemente e si sopportano per motivi diversi. L’anziana per stemperare una marginalità cui l’età e la vedovanza l’hanno definitivamente condannata; l’altra per guadagnarsi da vivere – oltre che con un saltuario ed effimero incarico di maestra – in una esistenza che non è tale, segnata da una tragedia irredimibile. Due rette che Josep Benet, punta della drammaturgia contemporanea catalana, fa incontrare lungo un atto unico – firmato dall’asciutta regia di Veronica Cruciani – che non concede mai nulla al “teatro”, alla spettacolarizzazione delle private vicende delle due donne e che alterna ironia e tragedia esattamente come fa la realtà: naturalmente.
Due donne sostanzialmente, umanamente sole: i fantasmi di una famiglia che non c’è più (che non c’è mai stata?) e quelli di una ipotesi di viaggio a Parigi per la più anziana; la lacerazione, che continua ancora e ancora a sanguinare la perdita incolmabile di un figlio, per l’altra. Da queste distanze abissali entrambe risalgono da sole, misurando l’una il tragitto uguale della casa-esilio; l’altra ad incastrare lavoro e disperazione e neanche uno sguardo al collega timido che la guarda sott’occhio: nei loro panni Maria Paiato e Arianna Scommegna, in un tour de force che non concede respiro, offrono affiatatissime, una prova intensa e toccante.
In un paesaggio domestico desolato, hopperiano (sottolineato dalle luci di Gianni Staropoli), comune denominatore una lucidissima disperazione, finiranno per incontrarsi, in un gesto gentile e disinteressato, lungo il calore di una carezza o nella spirale di un abbraccio troppo rimandato, decidendo di festeggiare quell’intimità completa che entrambe, finalmente insieme, si concedono, dopo un ballo, tra le braccia della morte.

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