Strage di Capaci: “Io nella scorta di Falcone, salvo per un caso”

maggio 23, 2018

Katya Maugeri

PALERMO – “Non conoscevamo l’orario esatto, ma sarebbe arrivato da lì a poco all’aeroporto. Quel giorno fui comandato dall’ufficio come capo scorta alla Quarto Savona 15. Attendevamo, dalla sala operativa, la chiamata che avrebbe confermato l’arrivo di Giovanni Falcone, quel 23 maggio 1992“, lo ricorda bene e con una evidente commozione Giovanni Vassallo, all’epoca assistente capo.

“Ripenso ogni giorno a quanto sia stato clemente con me il destino, potevo essere lì, in quell’auto saltata in aria e invece attendevo la chiamata dalla sala operativa, un orario preciso e ci saremmo avviati verso l’aeroporto”. Il tono della sua voce sembra camminare su un filo sottile nel quale vorrebbe non rivolgere i suoi ricordi, perché “avrei potuto esserci io” continua a ripetere durante l’intervista. Come un mantra, o un ringraziamento per una vita vissuta anche se nel dolore e immerso nell’atroce ricordo.

“Ho scortato il dottore Falcone diverse volte – ricorda – anche se non ero fisso nella sua scorta, ma avrei potuto essere lì quel giorno, durante quel tragico turno. E questo pensiero è una costante che non mi abbandona, non posso pensare a quel giorno senza ricordare quel cambio turno.
Il 23 maggio 1992 , fui comandato dall’ufficio come capo scorta alla Quarto Savona 15, la scorta del giudice. Durante la mattinata – racconta Vassallo – uscimmo per effettuare dei controlli nei dintorni della sua abitazione sempre in contatto chiaramente con la sala operativa. Il nostro turno di servizio terminava alle 13.40. Nessuna notizia. La aspettavamo con ansia, trepidanti quella chiamata. Aspettavamo Falcone. Poi, la chiamata arrivò. Dissero che potevamo ritornare in caserma ed effettuare il cambio. Quel cambio turno che cambiò per sempre le nostre vite.
Ad attenderci i nostri colleghi: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello“.

Si percepisce nitidamente, la voce trema mentre pronuncia i nomi dei suoi colleghi.

La mafia sanguinaria, quella che non accettava intromissioni e puntava dritta ai propri obiettivi, senza mai voltarsi, ventisei anni fa attendeva il giudice Giovanni Falcone: al chilometro 5 della A29 vicino lo svincolo di Capaci-Isola delle Femmine, con una carica di cinque quintali di tritolo, posizionata in una galleria sotterranea, innescata da Giovanni Brusca. Lo schianto contro il muro di asfalto e un boato, e la morte del giudice, della moglie Francesca Morvillo e di Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, i tre uomini della scorta. Sopravvissero gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista Giuseppe Costanza.

“I tempi in cui perse la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta erano tempi drammatici – continua commosso Vassallo – si viveva con la consapevolezza di poter non  ritornare a casa, vivevamo in allerta cercando di non lasciarci sopraffare dalla paura. Giovanni Falcone era un esempio concreto di energia e tenacia, nelle sue parole, nei suoi gesti riusciva sempre a far ritrovare anche in noi quella forza  necessaria per non avvertire il pericolo e continuare le nostre giornate con spirito di servizio, al di là dei pericoli evidenti e risaputi. Lo ricordo bene, immagine indelebile nella mia memoria in tutti questi ventisei anni, anni in cui rimbomba nella mia mente che potevo esserci io tra le vittime”.

Vivo per puro caso, Giovanni Vassallo, il destino beffardo lasciò che la fine di turno si pagasse con la vita e se ne salvassero delle altre. Quel boato, ventisei anni fa, riduceva in cenere le speranze dei siciliani, quelli che avevano affidato a Falcone la responsabilità di buttarla fuori quella mafia, quella melma dalla Sicilia. Frammenti di vite, fumo e silenzio quel 23 maggio 1992. L’Italia capì che la mafia era anche astuta e capace di portare a compimento un progetto così sofisticato e crudele.

“Quando appresi la tragica notizia, mi recai subito in caserma – continua a raccontarci Vassallo – trovai i volti sconvolti dei miei colleghi, eravamo pieni di rabbia, affranti, addolorati. Lacrime agli occhi, amarezza al cuore. Ricordo anche che alcuni dei colleghi, del reparto scorta, riuscirono a raggiungere il luogo dell’attentato. Noi, rimasti in caserma, attendevamo ulteriori aggiornamenti increduli e pietrificati. Giovanni Falcone era un uomo integerrimo, inflessibile, preciso, molto riservato e ripeteva a tutti noi che nella vita c’è un bene: il sentimento di giustizia per il quale vale la pena lottare anche a costo di perdere la propria vita”.
La sua voce trema nel ricordare quel giorno, ripete più volte che sarebbe bastato davvero poco per diventare lui cenere e un nome scritto su una lapide.

“Scortare Falcone era un onore – continua il suo racconto – nei giorni successivi all’attentato vivevamo momenti di tensione, di terrore, da quel momento in noi fu radicata la forte consapevolezza di poter morire. Senza preavviso. Saltare in aria. Una angoscia sempre più pressante. C’era bisogno di coraggio e ne potevamo attingere solo da quell’esempio concreto e reale dimostrato dai giudici e da tutte vittime, dalle quali ho tratto una forza interiore che mi ha spinto a continuare e svolgere con spirito di servizio fino al giorno della mia pensione questo delicato servizio, consapevole che ogni giorno avrebbe potuto essere l’ultimo”

La memoria è un cammino da percorrere ogni giorno, non solo nelle date stabilite, le commemorazioni, infatti, sono utili per il ricordo, per rendere omaggio al coraggio di uomini che non hanno vissuto la propria vita da eroi ma con spirito di servizio, stimolati dagli ideali con i quali volevano cambiare questa Sicilia, tanto bella quanto schiava di una piaga chiamata mafia.
“Le commemorazioni servono per non dimenticare, ma è necessario lo sforzo da parte dello Stato per portare avanti la lotta contro la mafia e non rendere vano il sacrificio di ogni singola vittima. Ogni singolo giorno”.

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