Strage via D’Amelio, la sentenza: “fu il più grande depistaggio della storia”

luglio 1, 2018

Katya Maugeri

“È uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana” con protagonisti uomini delle Istituzioni. Nel tardo pomeriggio di ieri la Corte d’assise di Caltanissetta che quattordici mesi fa, concluse l’ultimo processo sulla strage di via d’Amelio che uccise il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, ha depositato una motivazione lunga 1856 pagine, una motivazione che punta il dito contro i servitori infedeli dello Stato per aver costruito una falsa verità sugli autori dell’attentato a Palermo del 19 luglio 1992.

Le motivazioni della sentenza erano molto attese proprio per via degli aspetti non chiariti sulla responsabilità della Polizia. Il processo Borsellino quater, iniziato nel 2012, era finito con la conferma di condanne per strage e per calunnia. Tra i condannati per quest’ultimo reato c’era Vincenzo Scarantino, l’uomo che nel 1992 si autoaccusò falsamente per aver partecipato all’organizzazione della strage: il processo stabilì che Scarantino era stato “indotto a commettere il reato” di calunnia da non meglio identificati “apparati di polizia”.

Le motivazioni confermano che alcuni investigatori guidati dall’allora capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera dissero a Scarantino cosa confessare, dopo aver ricevuto delle informazioni su come fu effettivamente organizzata la strage da “ulteriori fonti rimaste occulte”: furono queste informazioni a rendere credibili, anche se con riserva, le testimonianze di Scarantino e altri “falsi pentiti”. Scarantino, imputato di calunnia insieme a due altri falsi pentiti, è uscito dal processo per la prescrizione del reato a lui contestato. Gli altri due collaboratori di giustizia, Francesco Andriotta e Calogero Pulci, sono stati condannati a 10 anni. Il depistaggio delle indagini è costato la condanna all’ergastolo a sette innocenti, poi scarcerati e scagionati nel processo di revisione.

Per la strage erano imputati i boss Vittorio Tutino e Salvo Madonia, entrambi condannati all’ergastolo. La prescrizione per Scarantino è scattata perché i giudici gli hanno concesso l’attenuante riconosciuta a chi commette il reato indotto da altri. I giudici, nelle motivazioni della sentenza, parlano di “suggeritori” esterni, soggetti che avrebbero cioè imbeccato il falso pentito inducendolo a mentire. “Soggetti, – scrivono – i quali, a loro volta, avevano appreso informazioni da ulteriori fonti rimaste occulte”.

A proposito delle “fonti rimaste occulte”, le motivazioni della sentenza non dicono altro ma tra le altre cose ricordano vari collegamenti tra le indagini sulle stragi e i servizi segreti civili, con cui La Barbera aveva lavorato.In particolare su La Barbera, morto il 12 dicembre 2002, le motivazioni della sentenza dicono che ebbe un “ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre.

Le indagini sul depistaggio sulla strage di via D’Amelio comunque non sono finite: nei giorni scorsi il procuratore aggiunto di Caltanissetta Gabriele Paci e il sostituto Stefano Luciani hanno chiesto il rinvio a giudizio per tre poliziotti del gruppo di La Barbera: Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. I pm non si sono accontentati delle verità ormai passate e continuano a indagare, e grazie alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza hanno riaperto le indagini sulla strage scoprendo il depistaggio.

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