Suicidio in carcere, un anno dalla morte di Samuele Bua: “Misteri e ombre in quella cella di isolamento”

novembre 4, 2019

di Katya Maugeri

PALERMO – Gli istituti penitenziari hanno l’obbligo di preservare la salute e la sicurezza dei detenuti. Sono necessarie misure utili e un servizio d’intervento efficace per prevenire un fenomeno in crescita: il suicidio nelle carceri.

«A distanza di un anno dalla morte del giovane Samuele Bua al carcere a Pagliarelli, poco o nulla è cambiato», spiega Pino Apprendi  presidente di Antigone Sicilia, «la famiglia ha dovuto aspettare un anno per avere l’esito dell’autopsia, un tempo incredibile, una burocrazia che uccide una seconda volta e che ferisce, ancora di più, i familiari che non trovano la rassegnazione». Il giovane palermitano che si sarebbe suicidato in una cella d’isolamento, dopo dieci giorni, soffriva di gravi disturbi psichiatrici e avrebbe dovuto avere la sorveglianza a vista, come prevista in questi casi e non era certamente il carcere il luogo dove poteva trovare guarigione. «Qualche mese fa un altro giovanissimo, a Barcellona Pozzo di Gotto, ha deciso di togliersi la vita  – continua Apprendi – con la  stessa  modalità: l’impiccagione, anche  lui con gli stessi problemi di salute mentale, rinchiuso in cella d’isolamento e anche lui avrebbe dovuto essere sorvegliato a vista in quanto aveva già tentato il suicidio». I due ragazzi, e tanti altri, hanno scelto la libertà attraverso il suicidio. «Anche in questo momento, nelle carceri, sono rinchiuse persone che gli stessi giudici del Tribunale dichiarano che dovrebbero risiedere nelle Rems, ma come è  noto in Sicilia ce ne sono soltanto due: una a  Caltagirone e una a Naso. Al momento in Sicilia  ci sono oltre 100 persone che dovrebbero usufruirne. Si aspetta da anni che ne nasca una a Caltanissetta  e non si capisce il motivo per cui Palermo ne sia sprovvista visto che c’è  la maggiore concentrazione di detenuti, con ben tre carceri per uomini e donne e circa 1/3 dell’intera popolazione carceraria siciliana. Aspettiamo con fiducia che si accertino le responsabilità sulla morte di questi ragazzi. Le famiglie hanno diritto di conoscere la verità. Lo Stato non può tradirti».

Sono trascorsi dodici mesi da quel giorno e Lucia Agnello – madre di Samuele – non si rassegna, non riesce a comprendere come un istituto penitenziario possa accogliere un ragazzo con disturbi mentali anziché destinarlo a strutture adeguate, utili per una guarigione o un’accoglienza idonea.

Oggi mamma Lucia manda questa lettera in redazione: un urlo di dolore. Sono parole che la donna rivolge agli indifferenti, alla gente che dinanzi a queste terribili notizie, risponde: “morto un detenuto? Uno meno!”, senza preoccuparsi di conoscerne la storia. Samuele non aveva colpa se non quella di essere malato.

«Sono la madre di Samuele Bua un ragazzo come tanti di oggi: voglia di vivere, di divertirsi. Alto, bello, biondo e con un carattere dolce come pochi hanno. Generoso, semplice e spontaneo: amico di tutti e amante del calcio, giocava al pallone sin da piccolo e non si faceva una partita se non c’era Samuele. Poi, per la sua semplicità è caduto nella trappola della droga. La famiglia e soprattutto io, mamma, non ho capito il cambiamento di mio figlio e quando ha cominciato a dare segni di squilibrio non credevamo che potesse arrivare dove è arrivato. Cominciò così il suo calvario: un giorno tentò di tagliarsi le vene e fu ricoverato in psichiatria, da cui poi seguito per 6 anni al Csm 2 (per chi non lo sa si tratta di un centro di salute mentale) non era costante nella terapia e sicuramente questo non l’ha aiutato. È stato sottoposto a diversi Tso, bombardato obbligatoriamente di farmaci, e quando tornava a casa non sopportava di essere assillato dalla terapia: era sempre più nervoso, gli amici che aveva non c’erano più. Io credo che si sentisse solo. Da madre, ho cercato tantissime volte di capire come poter agire, mi avevano parlato di numerose comunità, ma occorreva il consenso volontario per il ricovero di Samuele. Lui aveva paura e non voleva andare, gli psichiatri con cui parlavo non mi fornivano mai le spiegazioni che volevo, quelle necessarie per aiutarlo davvero. Sembrava che aspettassero l’evolversi del disagio, poi fu dichiarato schizofrenico e per tale fu trattato. Non mi spiego come si possa pretendere da una persona malata e che ha perso fiducia in tutto e tutti, di avere consapevolezza del proprio stato. Ma per portarlo in comunità serviva il suo consenso. E lui non voleva. Chissà quante famiglie, come la nostra, hanno vissuto queste tragedie e magari non hanno il coraggio e la forza di parlarne. L’anno determinate è stato il 2017: Samuele era peggiorato tanto al punto che ho dovuto rivolgermi alle forze dell’ordine. Il vicinato si lamentava del volume troppo alto dello stereo, a casa cominciò a rompere oggetti e io stessa cominciai ad avere timore di lui, ma non mi metteva le mani addosso, i suoi occhi dilatati e le sgrida mi impaurivano. Poi purtroppo il 2 maggio 2018 le forze dell’ordine per fermarlo lo arrestarono e il brigadiere Piccolo mi disse che per fermarlo era l unico modo e così per sei mesi ho conosciuto la triste realtà del carcere.
Quando mio figlio fu arrestato il fascicolo della sua malattia era con lui perché non ne hanno tenuto conto? Perché è stato trattato come un detenuto normale? Perché hanno lasciato trascorrere sei mesi prima di chiedere un trasferimento in una struttura adeguata per lui? Quando è morto si trovava nella cella di isolamento punitivo. Perché? Per concludere, Samuele –  mi è stato detto – che si è suicidato con delle stringhe di scarpe. Se quella è detta la cella liscia come li ha avuti? Aspetto delle risposte, spero che qualcuno possa riflettere perché non è il carcere ad aiutare queste persone, servirebbe intervenire con un inserimento in comunità adeguate con personale preparato e provvedere al loro recupero nella vita sociale e familiare».

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