Gli industriali del ficodindia, la satira sempre attuale

novembre 1, 2019

di Daniele Lo Porto

CATANIA – Il libro di Massimo Simili “Gli industriali del ficodindia” ha quasi 60 anni, ma ha la freschezza e l’attualità di un testo di satira scritto ieri. Si ride con leggerezza, riflettendo anche un po’, nella trasposizione teatrale proposta, con intelligenza, dal Teatro Brancati. Oggi, come allora, c’è il furbetto alla ricerca della truffa a spese dei contribuenti, il faccendiere losco, il politico della Regione dalla tangente facile, un ragioniere chiuso nell’orizzonte della propria scrivania, lo zio  logorato dal nipote fin troppo intraprendente. Tuccio Musumeci giganteggia come sempre, tra Sebastiano Tringali, don Ferdinando Nuscarà, e Margherita Mignemi, la governante, che non sono spalle ma co-protagonisti.

E anche gli altri interpreti, Lorenza Denaro, Sisina, segretaria un po’ svampita e figlia della governante;  Luca Fiorino, Ferdinando II, il nipote scapestrato, incline alle truffe, Enrico Manna, un perfetto turco catanese doc, Claudio Musumeci, il sergente americano complice e socio di Ferdinando II, e Santo Santonocito, l’avvocato faccendiere, si esaltano grazie all’attenta regia di  Giuseppe Romani. Un piacere poi, il confronto scenico tra Musumeci-papà e Musumeci-figlio, un esuberante sergente dell’aviazione americana di stanza a Sigonella.  Completa il quadro familiare Matteo Musumeci autore delle musiche. Semplici ed efficaci le scene e i costumi di Giuseppe Andolfo. .Spettacolo da non perdere. C’è tempo fino al 10 novembre, nella sala Brancati.

«La commedia di Massimo Simili – dice Tuccio Musumeci – fu scritta in pieno boom economico ma, per molti versi, rimane attualissima, perché purtroppo quell’imbroglio tessuto ai danni della Regione Siciliana potrebbe avvenire oggi, proprio nello stesso modo. La prima volta che tentammo di portarla in scena in Sicilia, negli anni ’60, non fu possibile perché risultava oltremodo oltraggioso. Oggi invece, purtroppo o per fortuna, degli imbrogli si ride». La storia alla base della commedia si sviluppa da quella che il catanese Massimo Simili raccontò, all’inizio, nell’articolo “Il miracolo economico del cavaliere Nuscarà”. Era la vicenda vera, ma inverosimile, di un abile truffatore, un tizio che riusciva a farsi finanziare il progetto di spremere la buccia del pistacchio fresco per ottenere la “pistacchiola”, potente collante siciliano. Un’industria che, naturalmente, rimaneva sulla carta ma arricchiva l’industriale. L’articolo prospettava un caso limite talmente paradossale che in tanti proposero all’estensore di sviluppare l’argomento in un libro. «Con l’aggiunta di altri episodi – diceva Simili – , e cambiando il pistacchio con qualcosa di più tipicamente isolano, scrissi Gli industriali del ficodindia… Nel fenomeno degli industriali del ficodindia, c’è un particolare importante: un imbroglio del genere presuppone degli approfittatori d’altissima classe che – chiamateli filibustieri, chiamateli figli di cane, chiamateli come volete – sono anche degli artisti, se è vero che l’arte è una cosa a sé, al di là del lecito e dell’illecito. Gente dalla quale bisogna tenersi alla larga, d’accordo, rifacendole tanto di cappello: la ricchezza d’immaginazione è un grandioso spettacolo».

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